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100 anni di storia italiana.
Prima guerra mondiale: Antonio Toffanin, una storia minima

Una storia minima, quella del soldato Antonio Toffanin, originario della provincia padovana, sano e salvo dall’immenso carnaio della Grande Guerra, un tritacarne che ha falciato migliaia e migliaia di giovani vite. Una storia raccontata dal figlio Massimo (Cento anni di storia italiana. Prima guerra mondiale: Antonio Toffanin una storia minima, Valentina editrice, pp.221, euro 14.00) sulla scorta di un’ottantina di lettere gelosamente conservate in un vecchio armadio.

Antonio Toffanin, classe 1900, nasce ad Arlesega in comune di Mestrino da una famiglia piccolo borghese: la madre, sposatasi due volte, due volte era rimasta vedova (l’ultima volta poco più che quarantenne); la sorella maggiore Adelina, figlia del primo marito, lavorava all’ufficio delle Regie poste della vicina Villafranca Padovana. L’adolescente Antonio frequenta le scuole medie nel collegio vescovile di Thiene. Tuttavia è costretto a seguire le sorti della sorella, trasferita una prima volta nel 1915 alle porte di Feltre, presso la ricevitoria di Villabruna, e una seconda volta nel novembre del ’17, all’indomani della rotta di Caporetto, presso l’ufficio postale di Spilamberto, nel modenese, seguendo la massa di profughi veneti.

Nel marzo del ’18 Antonio, poco più che adolescente, è chiamato a presentarsi al Distretto militare di Modena e arruolato nell’arma del genio presso il 3° reggimento, con cui sarà in zona di guerra sulle montagne bresciane. Di questi mesi è un nutrito carteggio con la sorella Adelina, la madre Angela, gli amici di scuola bellunesi. La famiglia di Antonio si affida al più completo abbandono alla provvidenza; il ragazzo non ancora diciottenne, in una situazione di severa disciplina, soffre il distacco dai propri cari, talora si lascia prendere dalla nostalgia di casa; la madre non lesina raccomandazioni di carattere morale e religioso, a mantenere saldi i rapporti contribuisce in modo particolare la spedizione di pacchi e vaglia postali tanto attesi da ogni soldato quale espressione affettiva di un legame profondo con i propri cari.

Il rapporto tra i due fratelli appare molto saldo e premuroso tanto che Adelina, in vista dello sbalzo finale vittorioso, il primo novembre 1918 scrive ad Antonio: Se le cose continuano così si possono aspettare solo delle magnifiche sorprese. Chissà quanto presto i nostri paesi saranno liberati. E’ una commozione indicibile. Tuttavia la conclusione della guerra, non segna tout court la conclusione del servizio sotto le armi per Antonio, figlio di madre vedova; il ragazzo continuerà a vestire il grigioverde e potrà fare ritorno alla vita civile soltanto nella primavera del ’19.

21 gennaio 2018

Recensione
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