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L'ebbrezza cantata in versi

Calici, uva, vendemmia, vino sono vocaboli ricorrenti nel mondo poetico di Angelo Lippo, la cui parola, di un moderno adorno di classico, si fa leggere e gustare come un … liquoroso nettare da convivio.

Questo breve incipit, per andare dritto al cuore di questa silloge, che si aggiunge, quale nuovo splendido tassello, al già ricco mosaico della produzione letteraria di Lippo.

Come il titolo della raccolta, con aperta dichiarazione dice, qui si tratta di elogiare l’ebbrezza, quella meravigliosa libagione che può essere portatrice di benessere fisico e spirituale. Lunga la dice anche, in proposito, a p. 9, il distico introduttivo tratto da un frammento di Cratino dell’Antologia Palatina:

Bevendo acqua, non potresti
scrivere niente di bello

Ecco dunque il poeta inoltrarsi, al tempo della vendemmia, “fra i vigneti della sua Puglia”, mentre “la memoria svolazza | in grembo ai miti…”

Giungerà l’inverno e lui, “le spalle” cinte “da morbida lana”, è consapevole che “lunga vita lo aspetta | se tante volte le labbra | porterà al calice colmo”. “A centinaia conterà i boccali | e la morte avrà | il sorriso buono dell’annata”.

E’ una sorta di viaggio all’insegna “dell’ebbrezza, sulle” cui “ali | il niveo latte berrà, inni” cantando “alla sobrietà quando la malia delle sue dolcezze | farmaco sarà per le sue ferite”. Novello Alceo, tanto vino dolce e aspro berrà, per veder svanire, “d’incanto”, i propri “tormenti” nelle preziose coppe. Longevo più degli altri, “moderno Dioniso, alzerà | il boccale per sciogliere | ditirambi di nuova voluttà”.

L’amore per questo liquido ammaliatore si fa inno nella lirica Su cuscini d’aria, in cui lo canta come femminile presenza dalle “curve bionde”, dagli spumeggianti “passi”, capace di far risuonare “la stanza” della sua “briosità”.

E il paragone con il femminile prosegue, raggiungendo il diapason nei versi:

M’incanto al tuo profumo
robusto e soave come
la pelle della mia donna,
rorida delle gocce di brina.

Tu sei l’altra pagina
che vola sui cuscini
dell’aria settembrina.

In Liturgia la religione cristiana viene tirata in ballo con qualche dato relativo all’Ultima Cena, mentre “angeli turchini”in coro esortano: “Bevetene tutti, questo è il mio sangue”. A quel bere può seguire il “Te Deum” e quindi il “cammino, a testa alta, | per i filari del giorno”.

Poi, è come se il viaggio si interrompesse, per dare inizio a un iter di riflessione, “al cospetto del calice”, per celebrare “le caverne di miele che salgono | sulle montagne e cantano | l’insipienza dei giorni”, per cantare “in ginocchio le lodi | dell’allegria benefica”; per rimuginare da “solo | un possibile brindisi di gioia”.

Ecco ad un tratto il poeta aggirarsi “nel recinto dei melograni”, mentre “dentro gorgoglia ancora | il bianco dei gelsomini” che riteneva “di aver dimenticato” per “altri profumi, | altre bevande”. Il “sogno perfetto”, dice il poeta parlando a se stesso, è quello vissuto da “solo, indifeso”, ansioso di non essere scovato “tenero come l’erba sul prato: quasi sortilegio irriverente”.

Incalzanti a questo punto, le domande: “Come capire allora le voci?”  Come farà egli ad “ascoltare l’inaudito, mentre” intorno si mira alla garanzia “di una vendemmia festosa  | per l’oggi e il domani?”

Sgomento perché ritiene inadeguato il suo canto, continua “a scavare | nel solco delle sue ebbrezze, | nella sua bocca fragorosa di dolcezza”.

Intelligenti pauca: la silloge si chiude così. Angelo Lippo ha esaltato il vino, ma ha parlato anche di “sobrietà”, di riflessione – meditazione, di memorie antiche, di problemi presenti e futuri… Al di là delle dionisiache “dolcezze” vi è altro, vi è ben altro.

Al gusto di aver letto un Lippo inneggiante a Dioniso, va unita, se così si può dire, una pausa di… introspezione.

Recensione
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