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Con una lusinghiera dedica autografa, in cui l’autrice definisce il suo libro “questo mio canto alla vita”, ho ricevuto e letto una delle più belle sillogi poetiche degli ultimi anni: All’ombra delle nove lune (Edizioni del Leone).

Lilia Slomp Ferrari, nata e residente a Trento, è una delle migliori poetesse d’Italia, che meriterebbe un posto di primo piano nelle storie e nelle antologie che recano il marchio della grande editoria del Nord. Ha finora pubblicato varie opere, usando l’italiano p il dialetto con pari successo fin dal suo esordio, avvenuto negli anni ’80. Tra le sue sillogi migliori porremmo indubbiamente Controcanto (1993) e Amor porét (1995). Ma con  All’ombra delle nove lune, a nostro parere, ha toccato vertici di bellezza assoluta.

Non a caso Paolo Ruffilli, poeta e critico di gran vaglia, ha introdotto la silloge con una prefazione vivamente partecipe, diremmo quasi appassionata, certamente illuminante, in cui esalta la ”maturità umana ed espressiva” della poetessa che, a suo giudizio, ci fornisce una sorta di “almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre il senso di una vicenda e di una vita”. Inoltre, ricollegando opportunamente la raccolta alle precedenti pubblicazioni, Ruffilli osserva che al centro di tutta la poesia di Lilia Slomp Ferrari c’è l’ignoto, inteso come mistero insondabile degli umani destini: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l’altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita”.

A voler seguire le vicissitudini di ogni esistenza, si comprende facilmente che, sullo sfondo enigmatico del vivere, il male e il dolore sembrano destinati a vincere sul bene e sul piacere; ma non può sfuggire che c’è l’amore a coordinare le componenti in conflitto: nonostante tutto, come diceva il titolo di un’altra silloge, la vita impone la legge della continuità, della perseveranza, della fede nei valori che ci sostengono fin sulla soglia dell’Oltre. Questo dovrebbe essere, crediamo, il senso più vero dell’ultima raccolta: occorrono “nove lune” per generare una nuova vita e nel frattempo, restando “all’ombra” dell’attesa, si può e si deve vivere l’oggi come “giorno del futuro”.

La condanna più atroce per tutti, ma in particolare per la donna, è “il diniego totale dell’amore”: se ne sente come “profanata”, nel suo ruolo di creatrice di vita, al punto che perfino le parole “non dette” la feriscono “come pugnali”, anzi la colpiscono con maggiore durezza. Nella sua condizione il dolore è come una “lingua lunga” che lambisce “le ferite | con saliva d’aceto e serra | fra i denti memorie illusorie | di felicità”. Ma, in fondo, è la stessa condizione umana in generale che, per un disegno segreto di una forza superiore, è costretta a muoversi come “in bilico sull’orlo”, fasciata dalla “tunica dei giorni”, che “ha ricami pesanti quando cade”, provocando angosce con ondate imprevedibili di malinconia.

Purtroppo, all’apparire della “luna nona”, il miracolo della vita si congiunge misteriosamente con l’amara realtà della morte. E allora il canto si fa sfogo e lamento: “Mio fiore! Filamento d’uragano. || Hanno detto che avevi ciglia lunghe, | bellissimo il tuo viso nella cera. | Non saprò mai il tuo volto disegnato, | scolpito nel dettaglio delle ore. || Al posto mio ti hanno lapidato. | Oh figlio dell’angoscia e del furore.”

Fàttasi come culla la galassia, il figlio va a succhiare “splendori dalle stelle” e alla madre non resta che urlare la sua rabbia “ a questa vita soffiata in una bolla | ultima di sapone, scoppiata | al primo vento sciroccale”. Ponendosi alla ricerca di “sostegni per questa conta di luna | fattucchiera”, si abbandona ad una nenia silenziosa, con “le ali controluce, miraggio di prato | e di deserto”. E così si ritrova bambina con le braccia conserte “sulla bambola al petto, di pezza | come le ciabattine ritrovate”, che calzava un tempo “con passo fiabato”.

Sull’onda carezzevole della fiaba, la poetessa ritrova se stessa e, col sé di un mondo scomparso, ritrova forse anche il senso della vita: “Spinta vertiginosa le tue mani | di calli che sapevano le stelle, | i codici segreti, le farfalle | a capogiro nelle tasche viola | della mia gonna larga di pervinche”.

Al termine della lettura, che non può essere svagata, si resta con la sensazione dolce-amara di una vicenda fiabesca drammaticamente vissuta. E non importa se vissuta nel sogno o nella realtà. Importa, invece, che sulla pagina sia poeticamente viva e palpitante. Dall’inizio alla fine, con ritmo e tensione crescenti, come nella trama di un poema avvincente, fino all’esito imprevedibile della sua conclusione.

Recensione
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