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Con un vago eppur significativo richiamo al celeberrimo titolo di Guerra e pace, capolavoro della narrativa mondiale e non soltanto russa, questo romanzo di Vincenzo Rossi, amore e guerra, non presenta né situazioni e personaggi, né caratteristiche linguistiche e strutture narrative "che possano minimamente rivelare delle corrispondenze o derivazioni" tolstojane.

Fa bene a precisarlo lo stesso autore, in una sua ampia "premessa", che così continua opportunamente: "Tutto è diverso:dalle motivazioni ai paesaggi, dalle operazioni e dai mezzi bellici al linguaggio, prevalentemente narrante nell'opera di Tolstoj, scrittura raffigurante e rappresentativa con intense parti dialogate in Amore e guerra, nato dal vissuto in prima persona con vitale presenze autobiografiche (...)".

Protagonista assoluto del romanzo di Vincenzo Rossi è Giuseppe Russo, chiamato familiarmente Peppino, che rientra in Italia dopo 23 anni trascorsi clandestinamente in Australia per sfuggire all'arresto e al carcere. Rimette piede nella villa paterna il 22 luglio 1969 lo stesso giorno in cui gli astronauti americani compiono la prima impresa sulla luna, conquista che apre l'era nuova delle esplorazioni spaziali, egli cerca di riappropriarsi del piccolo mondo stella propria adolescenza e prima giovinezza, rivangando mentalmente tutto il proprio passato.

Sulla falsariga delle annotazioni "scritte a caldo" negli anni 1943-1946, "conservate gelosamente e rilette e meditate" a lungo durante la sua clandestinità, Peppino, sollecitato anche dal confronto ineludibile del di ora e del di allora, rioostruisce la fitta trama delle vicende che lo hanno coinvolto e travolto, mettendosi a nudo in tutto e per tutto con estrema sincerità, senza sminuire e senza ingigantire la parte delle proprie responsabilità e dei propri meriti, dando spesso il dovuto risalto alla cecità degli uomini non meno che alla fatalità delle sorti.

La sua "storia" comincia con i primi contrasti col padre: interrompe gli studi e si dedica al lavoro dei campi; appena diciannovenne s'innamora follemente di Lina, una ragazza adorabile di 17 anni, ma ben presto è costretto a lasciarla incinta perché chiamato alle armi. Destivato stranamente ai "Lancieri d'Aosta" di stanza a Napoli, raggiunge la sede dopo non poche peripezie dovute ai bombardamenti aerei. Con fatica egli segue il corso preparatorio e l'8 eettembre, proclamato l'armistizio, pensa di tornarsene a casa col cavallo che gli era stato assegnato. Per sfuggire ai tedeschi, con l'amico Martino girovaga per strade secondarie e s'intrattiene, per qualche riorno, presso una famiglia di zingari. Complicatisi i rapporti con costoro per un'avventatezza di Martino, Peppino ritorna a Napoli, dove vive giorni tempestosi fino allo sbarco degli "alleati". Riprende di nuovo la via del ritorno a casa, dove lo attendono felici sorprese (il padre ha conosciuto Lina e sembra intenzionato a proteggerla), ehe durano tuttavia ben poco perché viene richiamato alle armi, Si rifiuta di partire a prestare servizio a Brindisi; addirittura uccide dei marocchini che violentano Lina e la zia. Poi, per sfuggire all'accusa di renitenza, si reca al porto pugliese, dove è costretto a fare il facchino e non il militare. Maltrattato da un sorvegliante inglese, lo fa fuori in malo modo e fugge. Non potendo tornare a casa, si ferma nelle campagne circostanti, dove fa l'ortolano in cambio dell'ospitalità presso una famiglia di contadini. Temendo d'essere scoperto, se ne allontana salendo su un treno merci con dei ladri, da cui riesce a liberarsi dirigendosi verso Martina Franca. Qui, colpito da febbre malarica, viene curato in un trullo appartato da una bella infermiera, Miranda, con cui pensa di rifarsi una vita. A tale aeopo, deeide di mettersi in contatto epistolare col padre, dal quale viene a sapere che Lina è finita in manicomio e che sul suo capo pende una denuncia al tribunale. A quel punto, per ripararsi da mali peggiori, ritorna sotto "la protezione del padre" e, per non finire in galera, accetta il consiglio di espatriare con falso passaporto in Australia, dove andrà finalmente a fare il pastore, senza correre rischi d'essere scoperto.

In una traccia così. schematica delle traversie toccate al protagoniata, sfuggono le componenti più importanti della narrazione:innanzitutto, la folta galleria dei personaggi e la loro caratterizzazione peicologica, puntualnente evidenziata e rimarcata nel variare delle situazioni e delle circostanze. A cominciare dal tassista, Alberto, amico d'infanzia, ehe riporta Pappino nella villa paterna, appena ritornato al paese. poi tutti gli altri:  Giorgio, padre di Peppino, uomo tanto intelligente quanto testardo, che respinge e insieme protegge il figlio, fino a lasciarlo erede legittimo della sua ricca proprietà; Barletta e Martino,  compagni d'arme di Peppino; Nanducci, capo di una piccola tribù di zingari. Ed altri ancora, tra cui due forti presenze che restano sempre in ombra: don Basilio, parroco del paese, noto a tutti come "intrigante e vitaiolo", e un Generale, potente amico del padre di Peppino, cui concede consigli e favori dietro lauti compensi.

Tra i personaggi femminili, che nel complesso reggono bene il confronto con quelli maschili, s'impongono soprattutto Lina, Margherita e Miranda, che rappresentano i tre amori più intensamente vissuti da Pappino; e poi Filomena, la giovane zingara per la quale Martino perde la testa e subisce l'evirazione, e Maddalena, la partigiana che soccorre e sostiene Peppino durante le "quattro giornate" di Napoli; infine, Domenica (zia di Peppino e convivente con il padre), Maria (incontrata e amata fuggevolmente da Peppino sul treno che lo porta ai Lancieri di Pozzuoli), Rachele (moglie di Franoesco, ohe concede benevolmente le sue grazie agli avventori della sua taverna), la Siciliana (conosciuta da Peppino a Napoli, la più giovane delle donne che si prostituiscono ai negri degli eserciti alleati).

Quello che più importa, ovviamente, è il modo del tutto naturale con cui questi personaggi, maschili e femminili, appaiono e scompaiono sulla scena, in quell'atmosfera di certezze provvisorie che l'età, la condizione,  il momento consentono o suggeriscono. Ne deriva non solo un affresco sociale della provincia italiana negli anni cruciali 1943-1946, ma anche un ritratto storico di quel periodo difficilissimo: guerra e dopoguerra, carenza o confusione di poteri, mancanza di credibilità istituzionale, sbandamento generale con crudeli riflessi sulla gente comune, ecc.ecc.

Il tutto, sarà utile rilevarlo, senza paraocchi ideologici, senza fanatismi politici, con un'apertuta mentale sgombra da ogni preconcetto moralistico, di matrice laica o religiosa. Ma non ai pensi che il romanzo privilegi l'indifferenza verso gli ideali della vita e ohe, pertanto, sia sprovvisto di valori umani: in fondo, il protagonista, uscito dal groviglio delle sue avventure e disavventure, è pronto a ricominciare nella stessa terra e tra la stessa gente che lo ha vieto nascere e crescere. Si riafferma, cosi, il diritto non meno che il dovere di vivere, nonostante tutto.

Vincenzo Rossi, si sa, è scrittore fecondo e di consumata esperienza: ha pubblicato molto, di poesia (varie raccolte), di narrativa (più volumi di racconti e romanzi), di saggiatica (studi critici di letteratura contemporanea). Intensa anche la sua attività di traduttore da lingue classiche (Saffo, Catullo, Orazio, ecc.) e moderne (Baudelaire, Shakespeare, Béquer, ecc.). Ma crediamo che quest'ultimo romanzo sia un po' il suo capolavoro. Egli, in realtà, lo definisce "il romanzo della sua giovinezza",  con riferimento alla matrice autobiografica di alcune vicende della storia narrata. ma è indubbiamente anche il romanzo della sua più piena maturita, per il sereno distacco e per il rigore espressivo con cui ha saputo rivivere e descrivere il mondo che da così lungo tempo, portava dentro di sé.

Recensione
Amore e guerra
narrativa 
Autori
Vincenzo Rossi
Edizione:
Centro Studi Letterari Eugenio Frate
Rionero Sannitico 2004

pp. 336

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Literary nr.4/2004
 

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