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Nella collana di poesia diretta da Pippo Mannino, per le Edizioni Lepisma di Roma, è uscito un volumetto di Angelo Lippo, Elogio dell’ebbrezza, che si richiama ad una ricca tradizione, più antica che moderna, tutta rivolta ad elogiare il vino: “E in briosità s’insinua il suono di ebrietà, ebbro, ubriaco, inebrianti, ebbrezze, ma anche di sobrietà, in un variegato gioco di dilatazione semantica”. La gioia del vino, un tempo “cantato” nella sanità del gusto, oggi può farci pensare alla malasorte delle droghe, “l’altra pagina” di un tempo distorto come il nostro: un tempo si cantava, e si bevevo “in vino veritas” e che, bevendo acqua, “non potresti scrivere niente di bello”.

Lippo, poeta pugliese tra i maggiori del secondo Novecento, al suo attivo una decina di sillogi di vario interesse, qualcuna delle quali degna di prefazione di Marcello Venturoli e Giacinto Spagnoletti. Col vino si accoppia di solito anche l’amore. Pochi versi possono darne un esempio illuminante. “Indovino le tue curve bionde, conosco lo spumeggiare | dei tuoi passi. La stanza | canta della tua briosità”. Col vino e l’amore si ripassa anche un po’ di storia: “La Storia è infinita, | quanto il turgore rosso, fiamma che sbraita nelle lune d’agosto”.

Se l’amore s’infiamma, l’attesa diventa frenetica: “L’attesa però non è sufficiente | a scrivere un nuovo giorno | disteso tra le pronubi vestali | che invocano carezze per maturarsi | nello sfolgorio del sole”.

Se l’amore s’infiamma, bruciano anche i ricordi: “Mi ricorderò a lungo di te | quando mi urlavi forte, | dentro | come una sposa ti sfiora | gli occhi per la prima volta”. Se “riesco a dirtelo, | forse il mio sorriso | e i tuoi acini saranno simili. | Parleranno la stessa luce”.

Con l’amore, le “parole” possono ubriacarsi del tempo passato, e allora la melodia si propaga all’infinito e nessuno si accorge del volo di piume e così, anziché insuperbirsi, si mettono in cammino “per i filari del giorno”: Per rievocare un vecchio amore, si sfiora il tempo, ma non si ascolta “musica diversa”: “c’è qualcosa | lo sento che preme dentro, | lo sento, e mi scivola addosso”.

Ci si può incantare al “profumo robusto e soave come | la pelle della mia donna, | rorida delle gocce di brina”. Con l’amore si rinviene anche la liturgia col sangue all’infinito “e intanto | calde voci coloravano | l’aria del profondo Te Deum”.

Se si ripete “in vino veritas”, come dicevano gli antichi, l’inverno si raddoppia il caldo: “E quando l’inverno bussa | alle porte mi cingo le spalle | di morbida lana, | so che lunga vita mi aspetta | se tante volte le labbra | porterò al calice colmo. | Canterò allora a centinaia, | per discendenza romanica | i boccali e la morte avrà il sorriso dell’annata”.

Col primo freddo, ci s’inoltra fra i vigneti consueti e posso brindare “alle feconde | intese anche profumate” essenze del mosto. Allora si apre tutto un altro mondo, “di rosso le botti” chiamando nella gioia del convivio. Per chi ama l’ebbrezza, si apre tutto un altro mondo, e un altro modo, col “buon Alceo”, si esalta il “vino dolce come il miele” e si scontrano le asprezze della vita. (Non vale forse la pena di dire che l’autore di questa recensione prova vergogna quasi a dichiararsi astemio di ogni vino).

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