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Sono infiniti, si sa, i modi di dire legati alla immagine della rosa; numerosi i poeti che l'hanno decantata, sbizzarrendosi in comparazioni e somiglianze. Maria Grazia Lenisa, senz'alcuna forzatura retorica, ne fa una singolare metafora della vita che, pur tra gli affanni del male e le insidie dell'età avanzata, ancora può assaporare dei piaceri fuggevoli, ma godibilissimi: la realtà, insomma, è davvero "indigesta", cioè noiosa e sopportabile a gran fatica, eppure può avere sempre colore e profumo, fino all'ultimo dei giorni. Ovviamente, dal contrasto tra primavera e inverno, a ben riflettere, deriva quello tra la giovinezza e la vecchiaia, come pure tra la gioia e il dolore e, addirittura, tra la vita e la morte. Ci si può spiegare, così, come e perché Maria Grazia Lenisa voglia porre in evidenza, già nel titolo, il proposito di riagganciarsi al genere letterario del "contrasto", sia pure al di là degli schemi cristallizzati della tradizione. Nella sua breve eppur dotta nota d'introduzione, la poetessa informa i lettori circa la fortuna toccata al componimento poetico detto "contrasto", che fa risalire fino a Prudenzio, un poeta cristiano in lingua latina di origine spagnola, vissuto tra il IV e il V secolo, autore di molte opere, tra cui degli Inni per le ore della giornata e una interessante Battaglia per l'anima, un poema allegorico-didattico in esametri sulla lotta tra Virtù e Vizi per il possesso appunto dell'anima. Lenisa ricorda, inoltre, due esempi della letteratura francese (Alain Chartier e Louise Labé) e, per l'Italia, l'immancabile Cielo d'Alcamo con Rosa fresca aulentissima, Jacopone da Todi e perfino Gabriele d'Annunzio, il quale dette al contrasto "un significato di contrapposizione tra la squallida realtà e i fantasmi della fantasia". Più recentemente, infine, ricorda d'aver scritto "un quasi ignoto libretto, Rosa fresca aulentissima (gioco metricomico con oggetti sessuali desueti e irreperebili), uscito presso Piovan editore (Padova 1986), che però non sarebbe propriamente un "contrasto". A queste notizie, per chi volesse saperne di più, se ne potrebbero aggiungere delle altre: il genere ha avuto molta diffusione dall'alto medioevo al '400, toccando argomenti vari, dagli scherzosi (contrasto, ad es., tra primavera e inverno, tra acqua e vino) agli etico-civili (ad es., tra ricco e povero, tra menzogna e verità) e finanche amorosi (ad es., tra figlia e madre, tra donna e innamorato) e religiosi (ad es., tra angelo e diavolo, tra anima e corpo). La forma dialogata poteva assumere il tono e il senso di una seria disputatio o giocosa alternatio, ma anche di un vero e proprio conflictus, con linguaggio colto e accurato, oppure dozzinale e popolaresco. Celeberrimi, tra tutti, i contrasti di Cielo d'Alcamo e di Leonardo Giustinian. Maria Grazia Lenisa, ovviamente, riprendendo il genere dopo tanto tempo, segue una strada tutta sua: per lei il significato del contrasto "non è solo letterario", ma può ampliarsi anche "nell'ambito della psicologia" e in "quello della patologia, del delirium negans, dell'autoaccusa, per poi ricondurre le associazioni per contrasto a quelle per somiglianza". Nel suo libro, infatti, compie una sorta di contrasto estremo, "non privo di asprezze, sadismo, tenerezze inutili, forse", ma sempre aperto alla "crescita della sua anima, la lussuosa facoltà, nella civiltà dei consumi, di avere tempo e di pensare, grazie a quella lunga malattia che è la vita", con i "suoi annessi e connessi". Chi conosce un po' la storia personale di Maria Grazia Lenisa, sa bene che la poesia per lei rappresenta la soluzione finale di tutti gli interrogativi inquietanti sulla vita; e che ha ben ragione di ritenere la stessa vita come una "lunga malattia", che tuttavia bisogna saper curare senz'alcun risparmio di energie, con la voglia di succhiare fin le ultime "gocce" alla "rosa indigesta". La poesia, dunque, per Lenisa ha il potere di curare e far sopravvivere ad un male di per sé inguaribile, grazie alle risorse infinite della fantasia che, con l'uso sapiente della parola, sorpassa tutti i rigori della comune conoscenza, anche di quella cosiddetta scientifica. Dice bene Sergio Pautasso, uno dei lettori e dei critici più accorti che Lenisa abbia avuto, chiudendo una sua nota in quarta dì copertina: "Fra tanta materialità che circola in giro, questa tensione linguistica, esercitata su tutto ciò che è amore, è una forma di godere la libertà con chi sa apprezzarne il valore interiore". Ci si consenta, a questo punto, una fugacissima postilla. Nel consegnare a Maria Grazia Lenisa il premio della "Fondazione Marino Piazzolla" (maggio 2003), il presidente Velio Carratoni ebbe a motivare la decisione col definirla una scrittrice "rigorosa e anticonformista, che ha unito nella sua opera ricchezza d'invenzione, acuta ironia e uso dissacrante del linguaggio". Tutto ben detto, tutto vero. Noi fummo particolarmente felici della motivazione, anche perché il premio veniva assegnato nel nome di Marino Piazzolla, anch'egli scrittore rigoroso e anticonformista eppur tenuto sempre ai margini della storia letteraria del Novecento, nonostante avesse raccolto giudizi lusinghieri nella sua lunga esperienza di poeta. E ne fummo felici non solo perché, amici dell'uno e dell'altra, ne abbiamo seguito con estrema premura l'itinerario letterario, ma anche perché convinti della impressionante analogia tra il caso di Piazzolla e il caso della Lenisa. Anche Maria Grazia Lenisa, infatti, pur con tanti premi e riconoscimenti avuti, non entra ancora ufficialmente nel Gotha del Parnaso italiano. Ed è una grave ingiustizia, che meriterebbe di essere riparata al più presto. |
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