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Vena fluviale, direi, per sovrabbondanza di motivazioni e dovizia di linguaggio, è quella di Veniero Scarselli, fiorentino, già libero docente di Fisiologia generale dell'Università di Milano. Ritiratosi da qualche tempo sulle pendici dell'Appennino tosco-emiliano, dove se ne vive in solitudine coltivando le scienze umane e la poesia, ha raccolto la sua produzione in versi, d'un quindicennio circa, in un denso volume dal titolo Isole e vele (Forum, 1988). D'accordo con l'autore, definirei anch'io un «romanzo lirico» queste pagine, che si muovono tra il bisogno di una conoscenza sempre più approfondita della realtà, sovraccarica di mali inesorabili, e l'urgenza di difendere l'autonomia dell'anima assetata d'amicizia e d'amore. La fatica di vivere e il timore di morire si danno un po' la mano, nelI'ansia di nutrirsi del silenzio dei falchi e «scoprire il segreto delle vette» mentre «con la mano timorosa quasi | tocchiamo | la parete dell'occhio di Dio».

A distanza di due anni da Isole e vele, ampiamente apprezzato dalla critica, Veniero Scarselli ha pubblicato un altro libro molto originale di poesie, Pavana per una madre defunta (Nuova Compagnia Editrice, Forlì 1990), che nel titolo ricorda la Pavane pour une infante défunte di M. Ravel. Se col primo libro aveva inteso costruire un «romanzo lirico», con questo tenta il poema lirico-drammatico mettendo insieme degli «appunti per una storia naturale della morte». Disegno ardimentoso, senza dubbio, in larga parte felicemente perseguito e realizzato.

Scarselli è pervenuto ufficialmente alla poesia in età più che matura e, per giunta, partendo da un entroterra culturale d'interesse prettamente scientifico (ha insegnato, come libero docente, Fisiologia generale all'Università di Milano). Poeta nato adulto, per così dire, e senza il marchio del letterato: una condizione di autentico privilegio, a nostro parere, perché gli consente di muoversi in assoluta libertà dalle tentazioni dei modelli tradizionali, antichi e moderni. Basti pensare che, per l'ultimo lavoro, egli confessa d'essersi liberamente ispirato alle tesi della Sociobiologia, alle teorie di F. Hoyle e di Popper – Eccles in ordine alla formazione della vita e allo svolgimento delle opere umane, alle concezioni dell'evoluzionismo mistico di H. Bergson e Teilhard de Chardin, alla ipotesi degli universi paralleli di H. Everet.

Ora, pur in contrasto con tanta parte della estetica moderna, non si può certo negare che si possa fare una «poesia di pensiero», come attesta chiaramente un fecondo filone che, per citare solo qualche nome, da Lucrezio scende giù fino a Dante e Leopardi. Quel che occorre, oggi come sempre, è il possesso di un particolare affiato che sciolga i nodi «filosofici», o comunque dottrinali, con la forza trasfiguratrice della fantasia. Ed è ciò che appunto avviene quasi sempre nelle pagine di Veniero Scarselli. Ecco un esempio, dei più riusciti: «Ma quando giunse la notte dei diavoli | tu con la grigia coerenza dei giusti, | fra le pieghe della mia pena; | non hai cercato l'acqua benedetta | della pietà; | non m'hai neanche raccolto la mano | per leccare le ultime gocce | d'amoroso nutrimento. | Hai atteso composta il carnefice | e gli hai lasciato strapparti gli involucri | uno a uno dell'Io, senza un grido, | col pudore degli umili, | pur ignorando se esiste una luce | in quel silenzio dove ti portavano. | Oppure t'avevano ottuso e sfinito | così ogni forza ogni senso ogni ragione, | da lasciarti solo un corpo vegetale | in balia degli insensati | trastulli di un dio?»

Qui, stupore e sgomento di fronte alla morte si placano nella serena rassegnazione di chi l'accetta come un evento ineludibile, «col pudore degli umili», senza ostentazioni né titaniche né vittimistiche; ma chi ha la ventura di assistere, nella veste di figlio, al momento del trapasso, non può non avvertire un senso di smarrimento, con l'interrogativo che vi si accompagna, per il destino di una vita cara che si sta spegnendo. Il tutto è ritratto con linguaggio schietto, franco, alla fine anche un po' rude.

Ecco, il linguaggio, in questo poema di Scarselli, ha sicuramente una forza notevole, ma al tempo stesso anche un certo limite: libero dai cascami di tanta retorica, con esso può dire cose e sentimenti, idee e sensazioni, per quello che sono realmente, senza inutili orpelli. Ma se ciò da un lato affranca lo stile da ogni rischio di preziosismi estetizzanti, purtroppo sempre in auge, dall'altro finisce col sovraccaricarlo di crudezze espressive non sempre legittimabili per un orecchio aduso al melos di certa tradizione.

Nel suo insieme, comunque, l'opera di Veniero Scarselli ci sembra degna del più vivo apprezzamento. Non per nulla ha già raccolto molti ed entusiastici consensi da parte di critici qualificatissimi, tra cui vogliamo ricordare Giorgio Bárberi Squarotti («splendida poesia, sorretta da una grandiosa eloquenza»), Luigi Baldacci («libro di grande rilievo, ... libro terribile, che ha il coraggio della dissacrazione»), Domenico Cara («quasi una rilettura del mondo che trascende il divorante dolore e l'imperioso lutto»), Silvano Demarchi («il dato scientifico si traduce in lirismo appassionato, ricco di immagini efficaci, spesso oniriche e apocalittiche»), Mario Luzi (un libro che «mira alto: a risolversi cioè in una sorta di poema cosmico»), Ferruccio Ulivi («Intensa, dolente e appassionata lirica»), Aldo Vallone («In tanta urlata disperazione c'è una silenziosa e sofferta richiesta di amore»), Vittorio Vettori («...è in realtà una superba affermazione di vita»).

(1990)

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