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Ilrilievo appare più che calzante alla lettura di Saffo chimera. È risaputo che Saffo va annoverata tra i poeti classici più amati e più imitati, nel passato come nel presente. Recentemente un fine letterato e rigoroso studioso come Corrado Gizzi, fondatore della "Casa di Dante in Abruzzo" e curatore di testi e mostre dantesche di risonanza mondiale, ha pubblicato due grosse raccolte di "variazioni" sui frammenti saffici, che ci par poco definire deliziose. Ma ben altre motivazioni spingono Maria Grazia Lenisa a misurarsi con Saffo: non pensa minimamente di rifarne la voce, bensì di riviverne il destino come di una donna d'oggi, sottoponendola ad un processo di totale reinvenzione, alla luce di una concezione personale di "in-versione", grazie alla quale il testo "genera anche il suo contrario". Di qui la possibilità di far apparire la traduzione anche come una "di-versione", e, addirittura, come un'autentica "eversione". A chiarir meglio questo punto, riferiamo per esteso il pensiero della stessa Lenisa: "Nasconde, forse, il senso della diversità che può essere di colori, di forme, di gusti, non necessariamente, ma neppure escludendolo a priori, riconducibile ad un processo di attualizzazione. Ne consegue che la traduzione che è portare con sé, diviene in-versione, ossia interno mutamento che ribalta il modello come si potrà notare nei miei versi di Penetrali: "Vattene e sii infelice! – urlai zitta, | l'infanzia è morta. | Non soffrire per noi che ti dimentichiamo". Illuminante I'autocommento dell'autrice: "Questa è una Saffo fuori dalle convenienze e dai riti, nella verità di quanto, forse, sentiva dentro: il silenzio dell'urlo, la gelosia di un corpo amato. Ma ogni dolore si dimentica e le ferite alla fine si cicatrizzano". Operazione complessa, dunque, quella che compie Maria Grazia Lenisa in questa Saffo chimera. Non si è detto, e la cosa è di assoluta rilevanza, che l'operazione è stata suggerita da Grytzko Mascioni, il poeta italo-elvetico che, preso da ammirazione per l'empito trascinante della poesia lenisiana, ebbe a scrivere alla cara amica, poco prima di morire (settembre 2003): "Vicino al cielo, più su dell'Olimpo, ti sono vicino, ti affido Saffo, ti raccomando ad Afrodite". Giustamente Sandro Allegrini, nel suo dotto e puntualissimo saggio d'introduzione al volume, scrive a tale proposito: "Investitura del Destino, quella capitata a Maria Grafia Lenisa – non a caso definibile come la massima poetessa erotica vivente – quando l'amico Grytzko Mascioni, poeta, studioso e raffinato interprete della poetessa di Lesbo, con tono premonitore le scrive una frase divinatrice: Ti lascio Saffo, ti raccomando ad Afrodite, come testamento spirituale, come beneaugurante presagio, come profetica investitura, prima di lasciare questa vita". Sarà bene precisare, a scanso d'ogni pur possibile equivoco, che tra Mascioni e Lenisa c'è stato solo uno stretto rapporto di reciproca stima, fondata su una sorta di sintonia spirituale di carattere puramente letterario. Precisazione necessaria, perché è arcinoto che Grytzko "percorreva i territori dell'amore" con una "ricerca inesausta e inappagata", che non era "voracità", ma "più semplicemente inquietudine, esigenza di rinnovarsi, ansia di approfondire la conoscenza dell'umana natura, la propria e l'altrui" (S. Allegrini). Si può capire, pertanto, la ragione per cui Lenisa ha dedicato il libro proprio alla memoria di Grytzko Mascioni. E si può capire anche perché la presenza dell'amico è pari a quella di Saffo nella ispirazione di Lenisa, e l'uno e l'altra aleggiano tra le pagine del libro in modo persistente. Quasi tutta la silloge, a dir vero, sembra riconducibile a spunti e motivi, ad eventi e figure desunti dai frammenti di Saffo, ma – come si è già detto – rielaborati liberamente e perfino "manipolati" con molta ironia, non già "per prenderne le distanze, ne come semplice esercizio retorico", ma per alimentarti "di nuova linfa" e farli così rivivere di vita autonoma. Qualche volta Maria Grazia Lenisa si concede anche la libertà di "giocare" con le parole, sulla scia dello sperimentalismo linguistico dei gruppi d'avanguardia. Si veda, ad esempio, L'ultimo fiore: "... in cesto | l'ultimo fiore. | Fratel(l)astro il sole | svena il molle stelo." Oppure si legga La seta: "La seta si mutava in bachi | e gelsi, lasciando nuda | una spera di sole. | Sono sempre le stesse le parole?" Altre volte, l'urgenza di essenzializzazione la riconduce alla pratica ungarettiana di fissare la visione universa nel giro di un verso unico. Si veda Postumo: "Che grande vita dopo la sua morte!" Oppure Verso mutilo: "Fuoco assassino soltanto la Morte...". Ecco, la morte serpeggia segretamente tra le motivazioni meno appariscenti, eppure più tenaci, in quest'ultima Lenisa. E con la morte, così ci sembra, anche l'amore e il dolore, a formare una sorte di triade regale. Ma, al centro della triade, si pone appunto l'amore che, al modo virgiliano, omnia vincit. Di qui l'avvertimento, se non si vuol dire messaggio, che l'amore è essenziale alla vita come l'aria al respiro: un amore, beninteso, che non rifugga dalla carnalità, ma che neppure vi si esaurisca. Un amore totale, in altre parole, che illumini e sorregga la vita, in un sereno rapporto con la morte. Senza escludere, ovviamente, la trepidazione per l'Oltre, che – a nostro avviso – conferisce alla poesia lenisiana una dimensione più problematica, in un certo senso metafisica, proiettandola al di là della tradizione erotica comunemente intesa. |
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