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Una vita esagerata

Possiamo davvero dire che non c’è tre senza quattro. Dopo “I misteri di Zara”, l”Attacco al Mantegna” e l”Ebreo nazista” il collega oculista Alessandro Moro ci invia il suo quarto romanzo “Una vita esagerata”.

Ambientazione Nord-Est. Profondo Veneto, area nord-padovana: un fantomatico (ma non tanto) paese dal nome di santi: Camposangiovanni. Alberto Beghetto è il protagonista di questa fiction nostrana: un giovane senza tanti scrupoli, rampollo di una famiglia all’antica, i Beghetto appunto, arricchitisi nel dopo guerra col mercato nero, lavoratori tenaci quanto risparmiosi, che hanno saputo crearsi anno dopo anno un piccolo impero economico.

BMW sotto il culo, una moglie belloccia, niente figli, cultura superficiale, noia mortale in famiglia, Alberto è l’immagine speculare di molti nostri industrialotti benestanti, che stanno per ereditare l’impresa di famiglia senza avere il ‘carattere’ e la ‘tenacia’ dei padri. Ed è proprio la noia di una vita ‘insulsa’ che spinge il nostro personaggio fuori di casa, a respirare aria pura, senza ipocrisie, cercando disperatamente un modo per uscire dalla cappa asfissiante del padre Antonio.

Con Beatrice, la moglie ambiziosa e calcolatrice, non c’è dialogo. Non rimane che il mondo vorticoso delle discoteche, le prostitute straniere, l’alcool, la droga, le amanti. Isabel, una escort di lusso conosciuta a Madrid, e poi Susy a Padova: regali, appartamenti, gioielli. Ma tutto ciò costa molto e lo stipendio di impiegatino nella ditta paterna…non basta. Occorrono soldi, molti soldi. E così Alberto, con molto pelo nello stomaco crea una propria ditta di trasporto, sfruttando un prestito di camorristi napoletani, partners in affari della famiglia Beghetto: rifiuti tossici dal Veneto in Campania, in discariche clandestine a cielo aperto, a costi ribassati, super-concorrenziali.

A Madrid conosce un personaggio singolare: il barone Asso von Reimschneider. Splendido, impres-sionante, coinvolgente il suo racconto della fuga da Gumbinnen, Prussia orientale, ragazzetto di una nobile ed antica famiglia, sotto l’incalzare dei carri armati russi, in una tempesta di neve, venti gradi sotto zero. Giorni e giorni di marcia, il massacro della sua famiglia ad opera dei sovietici, l’imbarco a Danzica, per sfuggire all’accerchiamento delle truppe nemiche. E poi l’orribile fine della “Wilhelm Gustloff” , salpata per la Germania con diecimila passeggeri: bambini, donne, anziani in fuga dalla soldataglia bolscevica. Tre siluri senza pietà, ad opera di un sottomarino russo, e la nave va giù a picco, in una bufera infernale di neve, fra urla e pianti. Uno dei pochi sopravvissuti lui, Asso von Reim-schneider, con la vendetta ancora nel cuore. Quello che è tragico, al di là della storia romanzata, è che l’affondamento della “Wilhelm Gustloff” è un fatto storicamente vero, per il quale il comandante del sottomarino russo, ubriaco al momento delle operazioni, fu destituito e punito. Se Dio era assente ad Auschwitz…lo era anche sulla “Wilhelm Gustloff”.

Naturalmente non dirò come finirà il tourbillon esistenziale di Alberto, perso tra affari loschi, amanti, droga, e denaro: una fine tragica, ma forse cercata, con la rabbia di non essere riuscito a trovare un senso in questa vita ormai senza valori, senza riferimenti forti, senza più l’etica ruvida ma sana di un vecchio mondo contadino veneto che non esiste più.

La narrazione in terza persona procede sciolta e scorrevole, come ormai ci ha abituato Moro, con un linguaggio essenziale, frasi brevi, quasi spezzate, frammentate, come ad indicare una realtà ormai priva di equilibrio e armonia, un’esistenza ‘approssimativa’, un ‘carpe diem’ dei peggiori, a singhiozzo. Vi prevale il ‘parlato’, che esprime uno stile volutamente ‘basso’ , minimalista, dove il contatto con i personaggi è diretto e facilitato.

In quest’ultima prova Moro ci ha dato però qualcosa di più e di nuovo: l’ analisi psicologica del malessere, della superficialità, della ricchezza senza ‘signorilità’, dell’egoismo sfrenato e triviale della nostra società moderna (o meglio post-moderna), dove domina la consueta logica dei tre “s”: soldi sesso e successo. Nessuna dimensione ‘sociale’, nessuna apertura verso ‘gli altri’, nessuna solidarietà.

Il vuoto assoluto, l’inconsistenza del pensiero, il naufragio di una generazione. Ma…così va il mondo.

Ricordiamo, per concludere, che il collega Alessandro Moro, noto pittore, è stato recentemente ospite di un vernissage presso la ‘Maison d’Art’ di Via Cesare Battisti a Padova, con presentazione di Carla d’Aquino. Per chi non conoscesse i suoi quadri, diciamo solo che Moro esprime il proprio mondo interiore essenzialmente in tre modi: storico-informale (con ambientazioni tragiche di guerra), figurativo (con linee calde e sensuali di volti e corpi femminili), astratto (a mio parere la modalità espressiva migliore, con prevalenza di colori intensi, rosso, blu, giallo, ben armonizzati fra loro e ricchi di mistero poetico, in un gioco di sfumature e di rimando onirici).

Recensione
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