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Dopo il passo leggiadro dell'estate

L'infinita eredità del tempo

Musicalità e tenerezza, armoniosità delle immagini e fluidità della parola poetica dagli intimi significati esistenziali e filosofici: sono i tratti distintivi della nuova silloge di Mara Vitale Santoni Dopo il passo leggiadro dell’estate. Una raccolta di liriche emotivamente toccanti che hanno come filo conduttore il tema della memoria e del ricordo nella consapevolezza nostalgica dello scorrere interminabile del Tempo, padrone e signore indiscusso dell’esistenza. E questa fluidità si sviluppa, in molti componimenti, nella tradizionale forma metrica degli endecasillabi.

L’ouverture è una poesia che porta lo stesso titolo del libro: la stagione estiva ha un passo leggiadro, è la nota allegoria della vita al suo apice, ma è destinata a svanire e il suo triste dileguarsi viene annunciato dalle foglie che “s’adagiano al suolo pigramente”. Si compie un suicidio, un morire a sé che riflette lo stato d’animo di una donna-poeta, malinconicamente protesa alla stagione vitale di un autunno annunciato dalla morte sonnolenta della Natura: “Son foglie morte: suicidio d’estate”. Nell’animo della Santoni esiste una profonda cognizione dell’Essere hic at nunc, ma non sfugge, anzi è sempre presente in un ritmo incalzante, l’inesorabile dipendenza dal flusso degli istanti che non conoscono fine se non nella morte, unica certezza e traguardo conclusivo del viaggio. Questa dicotomia temporale è resa dall’uso del tempo imperfetto spesso contrapposto al presente. Tuttavia, l’autrice riesce a superare la palpabile sofferenza del disincanto e della disillusione (la morte dei sogni a vantaggio della cruda realtà) attraverso l’antidoto dell’Amore, sinonimo di passione, di amicizia, di tenerezze condivise, di istanti infiniti nei sogni di una felicità da eternare nel desiderio nostalgico di un abbraccio indomito o di un bacio sospirato.

L’amore è il Dono e l’unico incanto che resiste al Tempo, si nutre di colorati paesaggi floreali e marini, si abbandona all’umiltà del sentire contrapponendosi costantemente, con pazienza e con forza, alla crudezza e al nulla di un’era contemporanea in cui la scienza e l’arroganza del potere hanno ucciso i più alti ideali: “I sogni disincanta la vita del duemila | frivola, marcia, cruda, appesa a un niente. | Gl’ideali ha perduto per le follie del mondo”, mentre: “Solo l’umile s’apre a bellezza infinita | senza chieder perché né dove e quando”. Il sapere scientifico trova il proprio limite nell’incapacità di poter spiegare il mistero dell’esistenza, arrogandosi il diritto di escludere il cuore dalla verità: “Spesso il sapiente che di scienza è pregno, | la benda stringe agli occhi e il cuore serra | dinanzi ad un mistero a cui mente non s’apre, | colma di vacui pensieri, sterile di sentimenti”. La Santoni predilige il tempo imperfetto, il tempo di un passato costantemente lineare nel suo dipanarsi, esprimendo la durata, qualcosa di non concluso definitivamente perché trova continuità nella mente e nel cuore di chi riesce a rammemorare ossia a riportare al presente il proprio vissuto emotivo, cesellando nei versi immagini ed indimenticabili figure affettive.

Si sfugge all’oblio (“memorie spezzate”) e alla paura della dimenticanza (“la nebbia che incalza”) restando ancorati alla propria storia individuale, quella che ci dona una rassicurante sensazione di identità: “Eppure è mio | soltanto a me appartiene | lo sfogliare di tanti calendari”. La poesia è memoria del cuore e lascia spazio alla speranza, sempre; in fondo, continuare a vivere è continuare a sognare anche se la sera che inghiotte la luce del giorno è vicina. Così, nell’ultimo verso della poesia finale della silloge, la poetessa tira le somme, coglie il senso della vita e dei suoi versi nella sapiente e serena consapevolezza che: “Sono i miei sogni che non hanno età”.
Recensione
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