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Il viaggio della capitale

Tre città per tre capitali in dieci anni: Torino, Firenze, Roma, ovvero il ‘viaggio’ delle capitali d’Italia, come e perché è cambiata la loro fisionomia in seguito al rapido mutamento di ruolo politico. Questo l’interessante argomento trattato nel saggio Il viaggio della capitale di Attilio Brilli, opera che ben si inserisce nell’approfondimento della storia risorgimentale nei suoi variegati aspetti messo in moto dal ricorrere del 150° anniversario dell’Unità d’Italia,

Se il traguardo dei centocinquanta anni è sicuramente importante, appare quasi di breve respiro per l’età di uno Stato, anche per i molteplici mutamenti e avvenimenti che ne hanno segnato il corso. Così molte sono le riflessioni che, dal piedistallo delle 150 candeline, sono scaturite esaminando e ripercorrendo la nostra storia nazionale. Attilio Brilli, Ordinario di Letteratura Anglo-americana all’Università di Siena e grande esperto di letteratura di viaggio, a cui ha dedicato molte raffinate e fortunate opere, ha in questa occasione scelto come protagoniste del ‘tour’ le tre città che si alternarono nel ruolo di capitale del nuovo stato italiano. Così, attingendo al suo ricchissimo bagaglio di conoscenze storico-culturali e relative all’interesse dei viaggiatori stranieri per il ‘bel paese’, ha operato una ricostruzione attenta delle testimonianze dell’epoca, offrendo un quadro significativo del dibattito incrociato sorto intorno a questi spostamenti e delle vere e proprie mutazioni urbanistiche che ne conseguirono. Sono soprattutto Firenze e Roma, ‘città reliquiario’ per secoli inalterate, ad essere d’improvviso scosse dal loro sonno compiaciuto in virtù (o per colpa?) dell’innalzamento al rango di capitale con conseguente sconvolgimento dell’impianto cittadino.

Non a caso il Prof. Brilli da inizio al libro ricordando il boato che nel 1865 svegliò i fiorentini: ‘l’aulo cerchio’ delle mura medievali era stato fatto saltare e la città perdeva il suo centro più antico, rimaneva come ‘scoperta’. Un atto fragoroso e simbolico di un liberarsi dell’abbraccio della storia, con il rischio, ben intuito e stigmatizzato dallo scrittore Henry James, di perdere, insieme al centro storico trecentesco, anche la propria anima più vera. In luogo della cerchia muraria protettiva, dal cui abbattimento scamparono solo le porte, a tutt’oggi “totem goffi” in mezzo al traffico, i fiorentini avranno i viali in stile francese (la cosiddetta “haussmannizzazione”), mentre con la scomparsa del Mercato Vecchio e del Ghetto ebraico – luoghi malsicuri e bui certamente da risanare – il cuore fiorentino diverrà l’attuale Piazza della Repubblica: invece che limitarsi a restaurare e dare aria e dignità nuova a questi luoghi antichi, si preferì demolire e ricostruire, certamente anche sulla scorta di forti interessi economici e speculativi. A fronte di un’opinione pubblica anglosassone indignata e che organizzò proteste a livello internazionale, come la lettera al “Times” della scrittrice anglo-fiorentina Vernon Lee - a riprova del grande legame tra la città di Dante e la cultura angloamericana – fu salvato per fortuna il Cimitero degli Inglesi, perdendo però il suo austero senso di solitudine (tanto più oggi ormai ridotto ad aiuola spartitraffico nel rombante scorrere di auto...).

Uno sconcerto che aumentò per i troppo drastici interventi agli argini dell’Arno (rettifili al posto degli antichi caseggiati, lungarni trasformati interrompendo il rapporto fiume-città) e divenne però efficace sbarramento di fronte alla proposta di ‘ammodernare’ Ponte Vecchio trasformandolo in una sorta di cristal bridge...!

In mezzo a questo immenso cantiere che sommerse Firenze per anni, anche dopo che Porta Pia aprì la breccia allo spostamento della capitale a Roma, è triste rilevare dalle pagine del libro che, accanto alle molte voci degli stranieri, solo pochissime figure italiane (tra queste spicca il nome di Guido Carocci) si levarono a deplorare e frenare il mutamento edilizio della ‘culla dell’arte’, preferendo adeguarsi, per indifferenza o convenienza, ai tempi nuovi che infliggevano ferite non rimarginabili nel tessuto più antico della città...Curiosamente Brilli cita due racconti analoghi da lui rintracciati, uno di provenienza americana ( 1819) e uno pistoiese (1871), i quali, attraverso il ricorso alla caduta in un letargo ventennale del protagonista, esprimono metaforicamente il rifiuto individuale di fronte alla realtà in trasformazione: rifiuto e assenza che divengono espressione di una più ben ampia collettività e anche di una situazione letteraria (atteggiamenti purtroppo destinati a ripetersi in ambiti successivi).

Se Firenze non gioisce per il nuovo ruolo, ancor meno ne fu felice la prima capitale, la Torino dei Savoia, l’ortogonale, efficiente città da cui era partito il progetto cavouriano e che ora, a successo conseguito, si trova spodestata in modo ‘proditorio’ del suo rango di sede reale. Porta d’ingresso per l’Italia ai viaggiatori del grand tour, culla sabauda, fervida negli anni risorgimentali di caffè letterari e politici, Torino teme ora per il futuro economico e scattano proteste e disordini, subito aspramente rintuzzati dal governo. Poi lentamente strati alti e popolari si adegueranno al passaggio di scettro, con l’orgoglio di esserne stati propulsori ed esserne divenuti la memoria, ma anche con la grinta per affrontare nuove sfide.

E Roma? Un ampio capitolo del libro è stato dedicato alla definitiva capitale, la Roma papalina ritornata da ‘caput mundi’ a sede regia e parlamentare e anche lei investita da un vento di speculazione edilizia che inghiotte la “vastissima, solitaria, febbricitante, ondulata campagna tra l’agglomerato urbano e le mura,” descritta da Stendhal e altri scrittori, trasformando, a suon di compravendite e costruzione di nuove strade e quartieri, il volto e l’atmosfera della ‘città eterna’. Ma proprio questo carattere di grandiosità e di “antico isolamento spaziale e temporale, che la rende unica al mondo” e quasi “divina”, le permise di inglobare tra le sue preziose rovine anche gli innesti del presente, compreso il mastodontico Vittoriale, “icona della nuova Roma che schiaccia e annienta quella classica”. Anche in questa ricostruzione del grande cambiamento urbano preziose risultano le testimonianze letterarie precedenti e seguenti al 1870, da Leopardi a James, da Gregoriovius a Zola, da Hawthorne a Crowford, dai fratelli De Goncourt a Pirandello: pagine appassionanti e intense, tutte rigorosamente e convincentemente riportate nell’opera di Attilio Brilli.

Il viaggio della capitale è un’opera saggistica, ma avvincente come un romanzo, che ci fa ripercorrere questo triplice succedersi di ‘capitali’ nel flusso delle strutture urbane, sociali e culturali, con uno stile espositivo coinvolgente e al tempo stesso rigoroso, un viaggio nella storia del nostro paese visto con gli occhi e la penna anche degli stranieri e quindi più disincantato e a volte irridente, ma certamente utile per riappropriarsi in modo più consapevole e responsabile della nostra storia e del valore del patrimonio artistico e umano che ogni angolo di città racchiude e non sempre sappiamo comprendere o meglio ‘contemplare’, come fa Joseph Allen Smith per Firenze ‘dalle rive dell’Arno’ nel dipinto in copertina del libro: un segnale indicativo oggi che troppo spesso l’occhio del turista e dello stesso abitante del luogo è distratto, frettoloso, immemore della grande e piccola storia che è passata e ha trasformato, non sempre in meglio, il suo ambiente urbano, la sua culla di radici.

Recensione
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