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Natura morta

Il binomio natura-morte, su cui si impernia il ciclo eterno della natura, emerge chiaramente fin dal titolo del libro di poesie di Paolo Ruffilli, Natura morta: epiteto usato in pittura per indicare una composizione varia di elementi naturali, per lo più frutta e fiori, cibi e contenitori, ritratti spesso con minuzia morfologica, per rappresentare non tanto e soltanto la perizia dell’artista quanto il loro valore di epifania composita di una realtà naturale colta nel momento del suo massimo quanto effimero rigoglio. Quei canestri di caravaggesca memoria con pomi e cibarie sono quindi anche il simbolo del ciclo naturale che perennemente produce e disfa se stesso coniugandosi con l’irreparabile dimensione del tempo, che tutto consuma per poi dar vita a nuove forme vitali.

Vita è non a caso il titolo della composizione che apre la raccolta ruffilliana e i termini chiave ‘vita’ e ‘morte’ compaiono nei versi finali di questo testo: “Dal buio largo / del tempo dilagato / è esplosa / in una varietà di forme / ordini e specie/... il semplice conto quotidiano / ci lascia più interdetti / nell’atto di capire / di quanta morte / necessita / la vita / per fiorire.”. La visione cosmica scelta dall’autore è confermata nel brano successivo Terra, in cui la cui forza della terra, scandita anaforicamente, ingoia e sfalda quanto ha prima gloriosamente costruito:

“Terra che ingoia / tutto quanto / città nazioni imperi. /... Terra che sputa fuori / erutta spinge / rugosa e tormentata /... Terra in travaglio / costruttivo e distruttivo / senza fine” (p. 10).

A fronte di queste premesse, Ruffilli costruisce la struttura della sua complessa raccolta, suddividendola in sezioni che vanno a comporre una approfondita summa della realtà imprescindibile dei dati fisici e spirituali del mondo, nonché del rapporto dialettico e cognitivo che la mente umana può (e dovrebbe) costruire con essi. Novello Lucrezio, il poeta intraprende un coraggioso viaggio nel de rerum natura, con l’occhio lucido ma non impassibile del poeta-linguista, che nella prima sezione Preliminari affida alla parola – questa grande conquista dell’umanità – il compito di “rompere il silenzio / e pronunciare al mondo/ ciò che aspetta / ancora nell’assenza, ciò che fluttua/ nell’andare più indistinto/...e che di colpo cessa / di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, / si assume e circoscrive / come contenuto / del suo contenitore / dentro il reticolo del nome” (Il reticolo del nome, p. 14).

E’ l’atto del “nominare” quello che permette di “domare” la “resistenza delle cose”, “è la ragione / che si fa linguaggio / volto a spiegare / perfino il sentimento / e l’emozione” (Nominare, p. 15). È questa la risposta di Ruffilli a “quale linguaggio” per giungere alla “conoscenza / delle poche verità / del grande vero” e in questo linguaggio rientra anche quello immaginativo, “la via/ allusiva-evocativa / del simbolo / e dell’allegoria” (Quale linguaggio per cercare, p.13). Perché la ragione pura – prosegue Ruffilli – non basta a comprendere una realtà di per sé incoerente, “molteplice / ibrida e contraddittoria / stratificata nell’abbraccio/ di bene e male/ di più o meno/ fatta di vuoto che si fa pieno / e che cuce ma per strappi” (Necessità del paradosso, p. 17) : e, se “la molla di tutto / è invece la contraddizione/ dentro l’unità” (Il sogno di non contraddizione, p. 16), la ragione deve evadere dal suo limite, andare oltre, fino al “paradosso ambivalente”.

Vengono in mente le parole di Ungaretti “Viviamo nella contraddizione” e quel suo salto nella essenzialità della parola-verso, che nelle poesie scritte al fronte della guerra ‘15-18, si carica di tutto il dramma dell’essere umano che, solo nel sentirsi in armonia con l’universo, supera l’angoscia della “corolla di tenebre” che avvolge lui e i commilitoni e giunge a “illuminarsi d’immenso”.

Anche per Ruffilli solo “lo sguardo umano”, per quanto limitato dal “qui e adesso”, penetra il “buio pesto del reale” e “resiste alimentandosi / da quel che nel profondo / emerge, e sente / di essere straniero../ l’altrove, il cielo.. / il trascendente” (Lo sguardo umano, p. 19). E’ da lì, in quell”utero del tempo”, in quel limo viscerale (che, con perfetto neologismo, il poeta definisce “quel tutto tuttità”), che la parola pesca con i suoi “filamenti lunghi” e dà “soffio e corpo musicale/ alle cose sconosciute”, ad ogni singola entità ( La parola, p. 20). E il pensiero fattosi parola diventa coscienza di un sapere che spicca verso l’alto, verso il cielo della conoscenza, meta sfiorata, gradino da cui non si ritorna più giù, anzi si desidera salire sempre oltre.

In questa ascesa è importante anche il ruolo dell’arte, linguaggio che si riappropria degli oggetti del reale e che li “ri-conosce” nel suo segno simbolico, arte che nei versi di Ruffilli diviene “il traduttore / del caos che avvolge / le cose della vita /..l’intera compagine del mondo”, riunendo “materia e non materia”/...principio intellettivo / e spinta del profondo: frutto – tutto – di energia. (Arte come linguaggio?, p. 26), perché “Concreto e astratto / nascono insieme / come sogno e realtà / perdita e conquista”. E allora l’unica sapienza che Ruffilli inneggia è quella dell’”uomo simbolista”, consapevole della contraddizione dentro l’unità, della polivalenza infinita dell’arte e della lingua (Attività teoretica o pratica?, p. 27).

Ma per questo occorre giungere all’”ultima stanza”, quella del “vuoto del silenzio”: è da lì che – scrive il poeta – “viene la chiamata / prima dispersa / affogata nel chiasso / inascoltata”. Da lì è possibile “riplasmare in lettere l’essenza / evocata”, risucchiarla da “inessente“ ad “essere esistente” (La voce del silenzio, p. 23). Quello cui aspira Ruffilli è un “punto di vista / elastico / aperto all’impensato”, consapevole di dover inseguire febbrilmente “un vuoto mai riempito / davvero per intero”, una sete di conoscenza di dantesca memoria mai esauribile perché il buio del mistero è infinito e la salvezza è nell’accettazione del limite della conoscenza (La sete, p. 25).

“Sapere di sapere / è il principio della fine./ Sapere e non sapere / ecco il sublime”: questa la massima posta dall’autore a chiusura della parte più ‘filosofica’ del suo poemetto, non senza però aver prima attraversato con versi perfettamente costruiti e scanditi tutti gli altri aspetti del cammino umano dentro la conoscenza e rappresentazione del reale. Nella seconda sezione, Interrogativi, Ruffilli non dà risposte, ma si e ci pone domande, tanto che ogni composizione contiene o si chiude con un punto interrogativo.

La sua ricerca è rivolta al recupero dell’”anima del mondo” intatta, quella “matrice” primordiale dei sensi che l’uomo moderno e troppo tecnologico ha perduto, ma che pure gli appartiene da sempre. Un archetipo che è stato coperto, soffocato, provocando un taglio, una frattura tra l’io e la “sagoma del mondo”, divenuta “finta”, apparenza ingannevole. I versi e il lessico assumono in questi componimenti quasi una sorta di spasimo, si caricano di un soffio lacerante di sofferenza nell’attesa di un “clic dal buio / perché ne possa / deflagrare / il flash inaspettato / sì, l’annunciazione / della rotta che tira / all’indimenticato / dell’oltrepista / per quello stato eterno / dentro la vita / disperso e frantumato/ dalla vista? ” (L’oltrepista, p. 33). E ancora:

“Oltre l’inganno / e l’apparenza, / oltre la finta riconoscibile / sagoma del mondo, / dentro l’astrazione / più concreta / di cose e figure / che sconcerta / col suo abbaglio, / come togliersi di dosso / la coperta, come riuscire infine / a ricomporre il taglio?” (La sagoma del mondo, p. 34).

Vengono alla mente, scorrendo le vibranti poesie interroganti di questa sezione le tele tagliate di Lucio Fontana o i fili inchiodati sulle tele gessose di Walter Valentini, come pure le silenti, scandite nature morte morandiane o le inquietanti tele di Magritte che giocano con la duplicità e l’incrocio tra realtà e illusione ottica. E’ come se il poeta ci conducesse, sull’onda dei suoi versi per lo più brevi e ritmati, a riscoprire la forza del pensiero, del silenzio che si fa “luce” animando e quasi dominando le cose, rinnovandole in sè e per noi.

“Il vecchio si fa nuovo / un’altra volta / nei segni dell’ordito / composto sulla tela ?/ Luce che fora il buio / senza però stanarlo / con la presa / dal suo stato prediletto / di penombra amata / e previdente / avviandola intanto / sul sentiero? / Vita vivente / distesa nel mistero “ (Il vecchio e il nuovo, pag. 37).

Ruffilli ci offre lo specchio potente con cui guardare la realtà e le cose per intuirne i cangianti segreti e al tempo stesso ci avverte dell’impossibilità di penetrare completamente “la zona misteriosa e non contaminata” dell’ordito dei giorni, della tela della vita. Una natura morta e viva insieme, di cui ricerca ansiosamente “l’oscura traccia” prenatale, l’imprinting di “una mano segreta” che sfiorandoci lieve ci ha animato, “tirando il velo su / ma solo in parte” (La traccia, p. 38 ). Una ricerca che si cala anche negli abissi smeraldini: “Che sia laggiù / la nostalgia del mare / nella sua essenza / di cosa inconquistata / compresa a stento / tra le sponde...?” (La nostalgia del mare, p. 39).

La terza sezione del libro, che ne porta lo stesso titolo Natura morta, è divisa in tre parti: Del tempo, Del nome, Del sapere, composte rispettivamente di dodici, sei e otto poesie, tutte numerate e, tranne la prima di ogni sottosezione, formate da strofe di due versi, quasi a ribadire l’attenta ricerca di simmetria con cui è strutturato l’intero libro. In questa sezione sono esposti quasi aforisticamente i principia di una cosmogonia basata sull’equilibrio degli opposti. Moto e quiete, calore e freddo, vuoto e pieno, minimo e infinito, peso e leggerezza, luce e buio “ si sono – come scrive l’autore – con equità divisi la partita” (n. 2 p. 48) :

“In ogni aspetto e effetto / qualunque sia l’ordito / per l’uno o l’altro corso // nulla mai di nuovo eppure / tutto nuovo diviene rispetto / all’infinito tempo già trascorso” ( n. 6, p. 52).

Nel ripetersi ciclico, e al tempo stesso in forma rinnovata degli eventi in tempi scanditi da ritmi irrinunciabili, ne consegue che “l’intermittenza è il vero passo / che tiene e usa il mondo” (n. 7, p. 53). Come il tempo, anche lo spazio è misura relativa, gradazione infinita dell’intero orizzonte” e “ nel cuore e nelle vene” del mondo “quel che muta e dura” è “eguale senza fine” (n. 8, p. 55).

Ma in questo cosmo che perennemente si rigenera – ribadisce Ruffilli all’inizio della sottosezione successiva – “L’intero non ha dove: / dal nome si protende / ciò che non ha nome” (n.1, p. 61). E quindi è solo il nome che imprime di sè la “materia generata” dal “non essente”, la sgrezza, le dà un limite, un confine, rendendola unica rispetto alla “totalità indifferenziata”:

“L’essere e il / non-essere / si specchiano a vicenda //e ciò che è / è tale in quanto / ha dato dei confini al nulla // e dentro il vuoto / non c’è niente / che non possa neppure / chiamarsi con il nome” (n. 6, p. 66).

E’ questo l’estremo e ripetuto omaggio che il linguista Ruffilli, studioso appassionato da sempre di etimologie e della magia del linguaggio, rende alla importanza della lingua e alla sacralità della parola. Il nome è sufficiente e indispensabile all’uomo saggio per iniziare a “sapere il mondo”: viaggio che si compie nella mente e non andando per vie lontane, viaggio che dura tutta una vita contro l’inafferrabilità del reale e non svanisce con la morte, ma solo “si trasforma / senza cessare di essere / in una rotazione / mai finita”. Perché, conclude Ruffilli, la salvezza è nel rimanere “ancorato al dubbio” e nell’accettazione del limite alla conoscenza:

“Appare sconcertante / imbroglio o beffa / il colmo del paradossale // ma proprio quando / non ci sono più le rotte / e non hai vie da ricercare // e non importa affatto / dove tu vada ormai / allora sì perdendo // senza saperlo / ti sei in realtà salvato / e decidendo appunto / di non andare / hai finalmente trovato / la strada per tornare.” (n.8, p. 76).

Il poemetto si conclude con un Piccolo inventario delle cose notevoli, cinque componimenti di varia lunghezza formati ciascuno da strofe di sette versi. In essi si delinea una serie di massime e consigli salutistici strettamente legati agli aspetti fisici e corporei: un piccolo vademecum da preferire nettamente alle guide dietistiche tanto in voga e da consigliare per la piacevolezza dello stile oltre che per i sani principi a cui si ispira, primo fra tutti est modus in rebus. “E’ la quiete il passo della vita” ci insegna il ‘saggio’ e in ogni atto vitale – respiro, moto, sonno, risveglio, bere, mangiare – occorre rispettare i ritmi naturali, evitare ogni eccesso, conciliare piacere e necessità, libertà e regola.

In appendice Paolo Ruffilli ha posto diciotto splendide pagine, che con molta modestia ha chiamato Appunti per una ipotesi di poetica, ma che per la loro profondità, chiarezza e rigore espositivo sono molto di più di una vera e propria Poetica. L’autore spazia dal suo rapporto non obbligatoriamente ‘empatico’ con il lettore alla acuta visione del sistema ‘lingua’ in continua metamorfosi, dalla necessaria essenzialità e magico simbolismo della lingua poetica alla personale “insofferenza verso qualsiasi corrente, gruppo o scuola’ fino alla ‘ossessione musicale’ che da sempre lo trascina e guida nello scrivere quel che ‘ditta dentro’. Versi che risultano sempre più ‘sbriciolati’, in linea con la condizione di solitudine e scissione dell’uomo moderno; il poeta, dopo lo “sprofondamento nel silenzio”, fa riemergere una parola “balbettante”, un susseguirsi sincopato di versi, tanto che il “frammento” è per lui la dimensione autentica della nostra epoca, in ogni campo letterario, artistico, visivo, musicale e addirittura scientifico, in un mescolarsi creativo di intelletto e talento, di conscio e inconscio.

Ruffilli sottolinea anche il valore terapeutico che, fin dai primordi dell’umanità, il linguaggio della poesia assolve, andando a stanare, come e meglio di un’autoanalisi medica, “le ragioni di quello che si sente”, anche perché “il principio costitutivo della realtà” è – come già emerso nell’analisi della parte poetica, “il principio di contraddizione”, per cui solo uno “sguardo profondo” che vada oltre “l’abbaglio dell’evidenza” permette di ricomporre “un ordine anche nel disordine”. Ed è questo il meraviglioso compito della parola poetica: portarci dall’oscurità alla luce e viceversa, non escludendo le ombre, alla ricerca di una identità vera. Ma il percorso ha bisogno – ribadisce il poeta – di un “cannocchiale rovesciato”: “dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo”, come fanno gli scienziati nei loro laboratori. Ed allora ecco perché in poesia, “la parola, per quanto possa apparire piccola e povera, ha valenza assolutamente sacrale”.

Il sogno attuale di Ruffilli? “Inseguire la grazia sottile”, “togliere peso alla scrittura” per raggiungere il sublime con sfuggente leggerezza, trattando temi cruciali come quelli affrontati finora: la libertà, il dolore, l’amore e altri ancora che si prefigge. Pagine che completano il valore assoluto e nodale di Natura morta nel panorama della poesia contemporanea, confermando la ampia competenza letteraria e testuale di Paolo Ruffilli, nonché il cammino percorso da Piccola colazione ad oggi, spaziando tra tematiche alte e perfezionando uno stile espressivo inconfondibile, musicalmente ritmato, lessicalmente ineccepibile, eticamente ispirato. Non tratteremo oltre in questa sede quanto lui ha così brillantemente e con suprema chiarezza e ‘leggerezza’ esposto, anche perché, condividendo tutto, compreso la passione che traspare, non possiamo che essergli profondamente grati di questo ulteriore dono finale.

Arezzo, 8 agosto 2013

Recensione
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