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Un'app di nome Lucia

reale e virtuale a confronto

L’autore del romanzo, Mauro Caneschi, è dottore in chimica, tutto preso da formule scientifiche, ma, come spesso accade nel mondo letterario (basti citare Arbasino, De Crescenzo, Giordano), sente anche il richiamo della scrittura, a dimostrazione ennesima che non esistono due universi del sapere, umanistico e scientifico, ma un’unica creatività, un unico universo multidisciplinare in cui ritrovarsi ad attingere. Di saper scrivere l’autore aveva già dato prova con il libro Noi nati nei’50 (2015), un amarcord’ tra nostalgia e ironia sul filo della storia di una generazione vissuta sul discrimine di grandi eventi.

Un’App di nome Lucia è una lettura coinvolgente e interessante sia per il contenuto che per la tecnica narrativa. Se ci sono dei criteri ben precisi da rispettare perché una storia ‘regga’ e si possa definire ‘romanzo’, Mauro Caneschi li ha rispettati e saputi usare tutti, a cominciare dalla struttura narrativa, disponendo e intrecciando i fatti in forma quasi cinematografica, con microsequenze che tengono viva la tensione narrativa e l’attenzione del lettore, continuando con un’accurata presentazione dei personaggi principali e secondari, che risaltano nelle caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali, e completando con una ben inserita descrizione degli spazi, e con l’uso dei tempi narrativi, fino a rendere coerente e credibile la vicenda, che pure ha tratti di spiccata originalità.

Come genere narrativo Un’app di nome Lucia può considerarsi a metà tra il thriller e il noir, ma senza eccessi né errori nel meccanismo narrativo, che parte bene fin dall’incipit, con il colloquio tra Marco Mannelli e la giovane strana App Lucia. E’ tra loro due che si giocherà tutta la partita e fin da subito si confrontano e scontrano nel dualismo tra ‘reale’ e virtuale’.

Marco guardava la figurina che si muoveva sullo schermo del tablet che teneva fra le mani.

«Sei solo una subroutine allenata a rispondere» disse sorridendo «e io sono uno stupido che sta perdendo tempo. Anche se ti hanno dato un nome, non basta per esistere.»…La ragazza sullo schermo, una brunetta dallo sguardo vivace, ammiccò sorridente.

«Senti, chiedimi qualsiasi cosa, che so, vuoi sapere qual è la capitale dell’Indonesia?»

«Bella forza» rispose Marco «hai a disposizione un database immenso nei server in cui risiedi. Sarei sorpreso se tu non potessi rispondere a domande di questo tipo. Sei solo un avatar creato dalla MultiSystem per rendere più friendly l’utilizzo dei loro programmi. Devo dire un avatar di aspetto piacevole… e Lucia è un bel nome.»

Lucia è una Intelligenza Artificiale che all’inizio del romanzo risiede su un server della ditta Multysistem e che in seguito si espanderà in maniera esponenziale ai server di tutto il mondo. Tramite un’App istallata sullo smartphone di Marco, può essere “attivata” e interagire con la nostra realtà. Il nome Lucia - ci ha rivelato Caneschi - è stato scelto perché è il nome che gli sarebbe piaciuto per una figlia, se l’avesse avuta e, in certo senso, ora è “un po’” sua figlia. Leggiamo ancora:

«Dimmi tu invece perché secondo te non esisto» replicò Lucia.

«Perché non hai le caratteristiche di un essere vivente. Non sei nata, non cresci, non ti riproduci, non muori.»

«È qui che ti sbagli.» Lucia appariva ora in piedi su di un prato con una gonna blu e una camicetta panna.) «Io sono nata in MultiSystem nel momento esatto in cui è stato lanciato per la prima volta il mio programma e…»

«Vedi» la interruppe Marco «lo dici anche tu, sei un programma...»

«Infatti sono l’espressione di un programma; perché, pensi che il tuo DNA non sia un programma?»…«Ma non ti riproduci, non muori» disse, insofferente alla piega che stava prendendo quella strana conversazione.

«Non penso che tu ti sia riprodotto. Eppure non ti definiresti morto, o no?»

«Lascia perdere questo tasto.»

Marco spense il tablet e girò la sedia per spostare lo sguardo fuori del patio. No, non si era riprodotto. E ormai non credeva che si sarebbe più riprodotto.

Era stato un bel ragazzo moro, non molto alto ma di bell’aspetto. Prima la sua risata contagiosa e i suoi occhi chiari avevano sempre attirato le ragazze, felici di ascoltarlo mentre si vantava di quella scalata o di quella corsa in mountain bike. Ora si sentiva un mezzo uomo, relegato a vivere una vita che non avrebbe voluto e a ricordare cose che gli facevano male.

La primavera aveva riempito il giardino di fiori, di profumi. Il gatto sdraiato all’ombra con la pancia all’aria faceva presagire un’estate assolata come sempre negli ultimi anni. Una volta gli piaceva l’estate.

Una volta, mentre guidava veloce con il vento tra i capelli e accanto a lui rideva Marta.

Marco Mannelli è un giovane costretto ad usare stampelle e sedia a rotelle a causa di un grave incidente che gli ha portato via l’amata Marta ed ora vive in una dignitosa solitudine (interrotta solo o quasi dalle cure del fratello Dario), una persona che si sente “con il cervello in standby”. Ma, suo malgrado, viene all’improvviso trascinato insieme al fratello, esperto informatico, in un intrigo pericoloso e in una serie di fughe da un luogo all’altro del Trentino, da Rovereto al lago di Garda fino al Vittoriale di Gardone Riviera, la casa museo dell’’immaginifico’ Gabriele D’Annunzio.

Nella trama, oltre ai ‘buoni’ (i due fratelli Mannelli) entrano in scena quasi subito i ‘cattivi’ (o antagonisti): il perfido Giorgio Ferri, direttore di un reparto di ricerche della Multysistem, e il suo violento aiutante Elio, che intraprendono una caccia all’uomo con fini poco rassicuranti. In compenso ci sono gli ‘aiutanti’, l’amico d’infanzia Pino Allegri, custode del Vittoriale e dei suoi segreti, tra cui la Stanza della Leda ed altre alcove nascoste del Vate. Né manca, come in ogni giallo che si rispetti, il rappresentante della legge, l’ispettore Giorgio Saletti, con il suo Vice Guardi: Saletti è un poliziotto niente affatto sprovveduto (come avviene nei gialli ‘classici’ di Agata Christie, Nero Wolfe, etc.), anzi è sagace e provvidenziale nel seguire le mosse dei fuggitivi.

Ma, come già detto, ’elemento nuovo che stupisce, scompensa e insieme funge da ‘deus ex-machina’, è proprio l’App Lucia, l’intelligenza artificiale creata da due geniali informatici colleghi di Dario Mannelli e che purtroppo pagano cara questa invenzione.

Impossibile ripercorrere tutte le singolari vicende e tanto meno il doppio finale a sorpresa, ma il lettore si accorgerà che tutto scorre in forma credibile ed avvincente, proprio grazie a questa figuretta femminile che appare e scompare dallo smartphone di Marco, ogni volta cambiando abbigliamento e sorprendendo con le sue preziose indicazioni risolutive.

Il romanzo è scandito in tredici capitoli ognuno con il suo titolo e vi si alternano flashback, descrizioni paesaggistiche soavi che spezzano la tensione narrativa o descrizioni di interni, di stati d’animo, di riflessioni, sempre con un filo di ironico distacco e insieme di vivace realismo. Il narratore è onnisciente, sul modello manzoniano, ma si percepisce che quei luoghi così ben descritti Mauro Caneschi li conosce bene, come pure che è profondamente partecipe delle tematiche, dei valori etici e culturali che entrano in discussione. L’intento è comunicarci un messaggio, lanciarci uno stimolo a riflettere sulle nuove frontiere dello sviluppo tecnologico e informatico, così osannato, ma anche denso di rischi.

Per chiudere, riportiamo la magnifica descrizione del lago p. 107.

Il sole come sempre sorse sul monte Baldo, illuminando poco a poco la costa opposta del lago. La luce magnifica, tersa e tenue si spandeva su un paesaggio idilliaco. Nel pomeriggio, alla pausa dei venti che si incrociavano da sud e da nord, dalle sue pendici sarebbero partiti come sempre gli appassionati di parapendio. Le loro vele colorate sarebbero scese silenziose fino a Malcesine, atterrando su una stretta striscia di prato parallela alla strada che costeggiava le acque. Ci sarebbe stato il vocìo dei decolli, l’eccitazione delle persone alla partenza e all’atterraggio, le grida stupite dei bambini. Ma per ora il silenzio era ancora padrone del lago, splendido contraltare alla giornata che sarebbe stata con i suoi rumori, le voci, i vaporetti, il traffico lungo le rive.”

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Cenni biografici:
Mauro Caneschi è nato ad Arezzo dove tuttora vive e lavora. Diplomato al Liceo Classico F. Petrarca di Arezzo, laureato in Chimica Pura presso l’Università di Firenze, Diplomato in Gemmologia al G.I.A. (Gemological Institute of America), ha lavorato come insegnante di Chimica nelle Scuole Medie Superiori e ha tenuto un corso quadriennale presso l’Università La Bicocca di Milano. Attualmente lavora come consulente nel campo dei Metalli Preziosi. Ha pubblicato articoli per La Nazione, Il Sole 24h, l’Orafo Italiano ed altre riviste del settore. “Noi Nati Nei '50” è stato il suo primo libro pubblicato e ha ottenuto la Segnalazione particolare della Giuria al XXXIX Premio Letterario Casentino 2014. “Un’App di nome Lucia” è il suo secondo libro.

Sinossi:
Nell’ordinato e sereno Trentino, una notizia sconvolgente turba la cittadina di Rovereto. L’ispettore Saletti si chiede perché due tranquilli fratelli, di cui uno in sedia a rotelle, siano apparentemente complici in un caso di duplice omicidio.
Da che cosa o con che cosa stanno scappando?
E cos’è il Codice Lucia di cui ha sentito parlare una notte nel Parco del Vittoriale degli Italiani?
Nel meraviglioso scenario del Garda trentino si confrontano intelligenze umane e artificiali.
Un futuro prossimo che potrebbe essere molto diverso da come ce lo immaginiamo.
Una lettura piacevolmente incalzante che fa riflettere su cosa intendiamo per intelligenza e su come la ricerca scientifica senza alcun indirizzo, possa creare situazioni molto pericolose.

Recensione
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