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Forte delle sue quasi duecento liriche, testimonianza d'una fedeltà all'espressione poetica che data ormai dagli anni cinquanta, questo libro riesce in qualcosa che raramente si verifica: possiede, cioè, un sapore d'antico che tuttavia solo occasionalmente scade nell'antiquato. Il linguaggio è ricco, raramente ripetitivo nelle sue soluzioni, e condotto con evidente competenza formale: ricorre a tutte le astuzie della retorica poetica e, esito davvero inconsueto, l'uso continuo di vocaboli ricercati fino a confinare con la desuetudine non nuoce più di tanto alla leggibilità dei testi. Impossibile render conto di tutti i temi affrontati, che svariano e spaziano attingendo a tutte le esperienze (inclusa, se non prevalente, quella "cosmica"): se l' autore ha una preoccupazione è proprio quella di farsi attento osservatore, e cantore, d'ogni sollecitazione emotiva, senza trascurare squarci d'attualità trasfigurati in una dimensione universale ed esemplare.

Certo il livello non può mantenersi costante, e un più parco florilegio avrebbe reso maggior giustizia alle migliori liriche contenute nel volume: su tutte citeremmo la sequenza "Per la morte della madre", limpida e intensissima e (poiché spogliata di quasi ogni retorica) leggibile più d'ogni altro episodio. Tuttavia non sono pochi gli esiti cui non è eccessivo attribuire una patina di classicità, intesa come forza espressiva destinata a durare al di là delle mode: appaiono persino, soprattutto nella sezione conclusiva, suggestioni capaci d'evocare l'ultimo Ungaretti, indiscîttibili garanzie - anche dove fossero soltanto imitazioni - che quella di Orlandini è voce degna d'ascolto.

Recensione
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