Servizi
Contatti

Eventi


In questa nuova e cospicua raccolta di Marco Righetti ho avuto il piacere di ritrovare, in una organica, più matura e rarefatta offerta, i nuclei tematici che già dalla precedente raccolta Dirette e dal poemetto Riscritture mi avevano attraversato e catturato. La sua scrittura d’esordio,che fin d’allora mi appariva originale e confidente, prometteva infatti una densità che puntualmente l’autore ha saputo coagulare in questo“seguito”.

Righetti disegna e realizza lungo più di 140 testi quel sontuoso moto dell’immaginario che si percepiva in Riscritture. Ed è l’autore stesso a spiegare in poche frasi, nella sua nota a fine libro, il cammino di elaborazione delle proprie – centrali – domande. Ma , si sa, la lettura dell’autore è una, sebbene tra le privilegiate, delle tante letture possibili; numerose altre epifanie infatti possono accadere a chi scorra queste pagine in cui la parola si fa densa e fortemente metaforica e sottende-evoca-apre stanze infinite al pensiero. Le sue domande centrali, dunque, sono quelle dal sapore inconfondibile, universali, sul senso della vita trascorsa e da trascorrere, sulle ferite del mondo, sul valore della memoria e di ciò che si perde, su ciò che si trattiene dell’amore e della morte. Domande poste attraverso una ridda di riflessioni, ipotesi, memorie che, come Plinio Perilli sottolinea acutamente in postfazione, sono dettate da un’ inesauribile riserva dal subconscio, pazientemente poi dall’autore riordinate e rimescolate. Ed è proprio da questo processo che la scrittura poetica di Righetti si crea e vive e gemma di continuo altri rami. Le direttrici di questo poiein hanno origine nel respiro della vita quotidiana e affondano nel “dolore delle cose” che pervade scene lasciate spesso sull’orlo di un enigma indecifrato, quasi a mostrare l’impossibilità di penetrare l’inestricabile vertigine della vicenda umana. L’autore crede nel primato del vivere e in questo accondiscendere innanzitutto alla vita, di fronte all’ineluttabilità del vivere, come a quella del morire, anche il passato diviene corrente ascensionale di profonda consapevolezza, di cui dolersi ma quanto basta a ricomporre ogni perdita.

Numerose sono le chiavi di lettura che si intersecano sui piani della memoria e dello scavo interiore che il lettore può seguire, sostando su ogni testo e su ogni verso , facendosi investire dagli infiniti soffi di significato. Così già nella prima sezione,dal sapore autobiografico, dove prorompono i desideri dell’adolescenza, la scoperta dei primi incontri d’amore, quella del gusto della parola, è possibile intravvedere anche altro, come l’attenzione al cerchio amicale che salva, la sensibilità nel voler custodire il calore familiare, nel tranquillizzare l’apprensione dei genitori per i figli che si emancipano… quest’ultima tensione resa da una splendida metafora, quando il poeta rammemora un sé giovane che usciva da casa ed “era già vela”.

E questi testi del ricordo dove la vicenda dell’amore anche effimero spesso s’intreccia con la necessità di sopravvivere ad un tempo pervaso dai segni della decadenza e della devastazione – sono gli anni del terrorismo – rivelano comunque la fiducia nel rapporto uomo-donna come strumento per superare una realtà insopportabile. Sono versi di grande presa evocativa, che hanno a volte sugli ultimi versi veri lampi metafisici, come in “16 marzo 1978”: Il traguardo è sviluppare/ il confine tra morte/ e sopravvivenza a un buio/spostare la notte più in là ...

E dunque già in questa sezione appare un altro topos fondamentale , una celebrazione – discreta – del femminile inteso come entità irraggiungibile, che è fatale e necessario inseguire per mettere a giorno un dicibile in pietra serena,/la doccia dello stringersi,/un disordine di pace. In quel “disordine” è proprio l’angolo d’ ombra imperscrutabile, la dimensione imprendibile della donna. Anche più avanti nel libro, nella sezione Quartieri in chiaro, tornerà una figura appena abbozzata di donna evanescente, ma ferma e orgogliosa come una sovrana. Ed è qui che più si apprezza la sapienza poetica di Righetti nel costeggiare con tremore il territorio-donna: che poi con magistero solenne mi sveli per gradi | la corte | il regno (pag.147), con uno sguardo che supera gli stereotipi (quelli, consolidati anche in molta poesia, della seduzione e della bellezza). L’autore si sofferma infatti sulle donne fuori gara, quelle non più giovani, quelle fuori dai clichés, presentandole sulla soglia di casa, sul loro zerbino alato, esaltando ciò che di loro è occultato ma che da poeta riesce a vedere, quell’indicibile tensione alla pace, alla protezione.

La profonda lettura del femminile raggiunge il suo apice nel centro della raccolta, nella sezione “Ombelicale”, dove una catena di testi dedicati alla madre sgrana momenti di un colloquio reale e metafisico di potente impatto emotivo, rivelando una vera e propria elaborazione del lutto attraverso la poesia: Intanto c’è questo mio aggiungerti | un clip inedito, un tormento liberante | un seguito fatto da me (pag.133).

Numerosi i cerchi esperienziali della sezione Dediche, dove l’autore coglie scene reali di un’umanità dolente;si tratta di testi in cui l’accavallarsi delle metafore allude al magma irrisolvibile della contemporaneità, ma anche qui l’ascolto empatico svela note di salvezza, laddove il soffio etico sorregge un’ultima speranza di senso. E dubito che la sezione “Ipotesi viventi” offra solo ipotesi; forse sarebbe meglio definirle epifanie(spesso pura emozione) perché qui l’autore raggiunge, anche inconsapevolmente, come accade ai veri poeti, quel grado di incendio che dalla contrapposizione di due scene reali appena abbozzate fa emergere l’urto e la lacerazione insostenibili dell’oggi. E’ questo che accade nel testo “Sharm El Sheik”, dove la parola si fa canto e insieme grido, insomma voce lanciata all’uomo di ogni tempo, eco universale. Una voce che ritorna in molti altri testi, lambendo e pure esprimendo in chiaro (verso) una fiducia senza scampo nella parola, nel progetto ininterrotto della comunicazione.

Tra i testi che evocano progetti umani di salvezza spiccano il perentorio “Ordine di servizio”, con le sue istruzioni per un cammino chiaro di dignità e quelli, come “Ciao papà io vado” in cui l’autore tesse un filo intergenerazionale tra il suo passato di figlio-adolescente-adulto-padre e il tempo dell’altro – il proprio figlio – di cui cattura e trasmette quello strano marasma giovanile, miscuglio di pulsione al disordine e di spontanea tensione etica. Né il poeta tralascia, dal passato, anche il ricordo paterno, mettendoci a parte di un lascito di sguardo al futuro aperto al mondo; una condizione che a Righetti appare forse nella sua ingenua illusorietà, ma sempre stimolo prezioso per tenere vivo il senso etico.

Questo libro segna dunque per Marco Righetti un traguardo raggiunto di maturità anche stilistica e traccia un profilo poetico personalissimo che germina dai modelli introiettati del secondo novecento, italiani e non solo (Montale, Sereni, Fortini, Rosselli, ma anche Eliot, Pound, Celan) una poesia emozionale, densa, sorprendentemente mobile, che di sicuro – come dal suo ultimo verso – tornerà in altra lingua – ancora a sorprendere.

Dicembre 2010

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza