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Articolo
incluso nel volume di saggi
Alfredo de Palchi subì da giovane sei anni di ingiusto carcere alla fine della seconda guerra mondiale, condanna da cui fu poi interamente prosciolto, ma le vessazioni subite lo influenzarono radicalmente orientandone la visione della vita e dell’uomo. Durante la reclusione avvenne l’innamoramento per la scrittura poetica, proseguito poi per la vita, vissuta in gran parte negli Stati Uniti, dove nel 1956 si stabilì definitivamente e dove ancora vive, scrive e dirige la prestigiosa Fondazione Sonia Raiziss attraverso cui si è reso benemerito divulgatore della migliore poesia italiana all’estero. E Roberto Bertoldo colpisce nel segno quando in premessa definisce Alfredo de Palchi il “Céline della poesia” per lo scossone dato all’accademismo imperante. La scrittura di Alfredo de Palchi è infatti segnata fin dagli esordi da un’invincibile insofferenza per ogni scuola tendenza canone, fedele solo al proprio irrinunciabile istinto di rottura. Ma più d’una sono le analogie con Céline : anche Alfredo de Palchi , come Céline, non potrebbe mai somigliare al letterato istituzionale, di carriera, attento alla conquista del suo piccolo potere; anche lui, come Céline, autodidatta, iniziato in carcere con letture furiose, a cominciare dall’amato Villon, di cui riporta spesso in epigrafe alle raccolte versi fulminanti; anche lui con la sua denuncia della guerra, della disumanità, del falso moralismo, pessimista ad oltranza sul futuro dell’uomo; anche lui con un linguaggio nuovo, un lessico ibrido tra basso-colloquiale e alto-sofisticato di grande incisività, con cui trasfigura il materiale incandescente della sua vita. Come Céline, ancora, Alfredo de Palchi si sente ovunque uno straniero, non credendo né al sogno americano né alla capacità risolutiva del sistema umano in toto, politico/scientifico/religioso che sia. Alfredo de Palchi appare fidarsi soltanto dell’espressione libera, non ideologizzata, della parola. Attraverso le varie raccolte succedutesi negli anni – molte delle quali stranamente pubblicate da piccole case editrici italiane – e fin dagli scritti carcerari (La buia danza di scorpione), si avverte l’impatto con una scrittura potente nella sua intatta freschezza:
una parola lucida di disincanto:
testimone di intollerabile violenza:
una scrittura manifestamente ironica sull’impossibile riscatto etico dell’umanità:
Ed è nella raccolta Sessioni con l’analista che i fantasmi della sua vicenda di ragazzo sprofondato d’un tratto nel gioco assurdo di guerra trapassano in lunghi brani sarcastici in cui un immaginario dialogo con l’analista rivela, nel persistere dell’incomunicabilità, tutto il limite della scienza psicanalitica e l’impossibilità di una risposta di senso:
contemporaneamente rimandando il proprio dramma a quello della condizione dell’umanità intera:
Tutta l’opera depalchiana è pervasa dalle dichiarate ossessioni dell’autore: oltre l’incancellabile ferita della violenza carceraria sono evidenti l’ossessione erotica e quella, benchè presente in minore consistenza, della presenza metaforizzata di animali, dal maiale sgozzato agli insetti, dallo scorpione ai pesci, in cui l’autore spesso si identifica, volendo significare la partecipazione dell’intera natura alla globale desolazione, nella progressiva distruzione di una terra che continua a germogliare senza sbocco. Basta soffermarsi sugli intensissimi versi:
senza tralasciare che anche gli scenari prediletti – angoli intravisti dai vetri di una finestra – di una periferia urbana newyorkese degradata (come qualsiasi altra periferia del mondo) sono zone simboliche in cui poter attuare ogni giorno tentativi rinnovati di vita . E’ questo il senso dello spasmodico rivolgersi al corpo femminile, avvertito come luogo primigenio dispensatore d’energia per un altro oscuro domani. Eppure in quello stare alla finestra di un mondo in disfacimento si arguisce una sottesa distanza, come una voglia sottile di estraneità, una speranza :
Così anche la chiarità nella descrizione del fiume Adige, nel paesaggio depalchiano dei ricordi si fa simbolo di realtà possibile incontaminata, zona naturale neutra nella sua inconsapevole essenza di perennità:
E l’ossessione erotica, ampiamente dispiegata dapprima in Movimenti, poi nei più recenti testi di Essenza carnale, diventa scrittura di notevole suggestione, resa con punte di grande musicalità e usando un lessico che varia dal crudo,talvolta anche blasfemo, al fortemente visionario, come in :
Nel suo parossistico delirio il poeta arriva perfino a dubitare che la sua compagna “esista”, ad annullare perfino la propria “fierezza”, e volutamente esclude qualsiasi descrizione di dinamiche psicologiche. Ma la sua tensione insistita sulla fisicità si lega inconsciamente al persistente mistero femminile se, come egli stesso asserisce, la sua ansia di “sciogliere per sempre questa sua neve”, questa imprendibile essenza altra, è qualcosa che forse va oltre una mera visione di corporeità, oltre il se stesso “mortificato dalla mortificazione” del solo possesso carnale. Di sicuro il de Palchi erotico – come ogni altro poeta erotico – e come forse una lettura psicanalitica – più appropriata – potrebbe rivelare, appare uomo in fuga dalla propria memoria, deluso dallo svanire della promessa umana e questa espressione densa di fisicità nella scrittura è una dimensione di liberazione, una possibile via per ottenere ultime risposte. In tal senso la sua poesia traduce appieno il senso del tempo, è svelamento emblematico della insoddisfazione dell’oggi. In “Mutazioni” il poeta continua a dare una definizione di sé nel mondo come “ forza sorda | o meglio un rumore nel niente, | vivendo in un affogo di mutazioni | privo di baluardi ed esiti – “ e del tutto che “si decompone-fungo | amletico | uomo spostato: ogni azione | risulta un fallimento”, nell’insensato ripetersi della storia incapace di insegnamenti. Il linguaggio depalchiano è consequenziale al suo malessere, denso di termini che fanno riferimento alla corruzione e al marciume dell’uomo prima che delle cose e, per contrasto, realizza veri e propri fuochi d’artificio verbali laddove l’autore decide di perdersi e perdere le coordinate del presente. Con un lessico mai gergale, sebbene talora crudo. Lungo tutta l’opera la parola si muove in un continuo mosaico di registri, dove l’originalità è nella rottura sintattica e semantica, nel frangersi delle frasi all’interno del verso, come un voluto balbettio di fronte alla crudezza illuminata della realtà :
nel ripetuto uso dell’intransitivo come transitivo (mi indietreggia; fioriscila,etc.), nonché di infiniti termini inattesi originatori di straordinari effetti di straniamento. Una poesia che è continua , spontanea, ineluttabile provocazione, che trova il suo felice compimento in una sorta di ubriacatura attraverso la parola, un delirio capace di raggiungere, e far raggiungere, i luoghi irraggiunti dalla ragione. Poesia di libertà, come sostiene Alessandro Vettori nella sua lucidissima introduzione, irriducibile a qualsiasi modulo novecentesco. Poesia capace di farsi varco al flusso totale della vita, al suo ascolto incondizionato e alla sua ineluttabile trasmissione attraverso la parola. Una scrittura di tale tempra non può essere relegata, come già notato da Donatella Bisutti in un suo intervento sulla rivista Poesia, “in uno strano limbo” da una critica attenta. Già, ma dove, oggi, la critica? marzo 2007 |
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