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E’ forse accaduto per uno strano processo biotelepatico – il termine “biotelepatia” è usato dallo stesso autore – che quest’ultimo libro di Cesare Ruffato, di cui è noto il passato di medico radiobiologo, mi ha particolarmente affascinato, poiché ho riconosciuto, fuse nel dettato poetico, sottili tracce d’anima comune, percorsi neuronali noti, quelli di biologo, intendo. Sono, queste Sinopsìe, che l’Autore chiama “foto d’insieme”, straordinari sguardi midriatici spazianti nell’universo cosmico e in quello profondo dell’essere, capaci di cogliere lucidamente lo spaesamento del vivere oggi, l’indicibile vuoto, le domande sospese.

Dunque si tratta di poesia metafisica? Cosmica? Civile? E’ finalmente poesia universale? Pur indovinando un moto di insofferenza/umiltà nell’autore di fronte a tali domande, credo che questa scrittura, unica nel panorama contemporaneo per l’immediata riconoscibilità del pensiero, per la consolidata fede nell’utilità della sua espressione e per l’originale aspetto linguistico, possa assumere tutte le denominazioni citate. E’, questa, una lettura che pacatamente sconvolge le nostre coordinate di fruizione estetica, ammesso che ve ne siano in questo disorientato/disorientante inizio di millennio, per quell’aspetto di rischio in più che oggi dalla poesia si attende.

E’ un discorso sul cammino dell’uomo, sul progresso tecnologico, sul dolore e la morte, infine sull’essenza stessa della poesia, che non veicola certezze ideologiche, ma semplicemente riflette l’inquietudine del mondo, con una inquieta poliedrica scintillante parola. Il suo “conversare di eternità”, “pure in ludico paranoide frattale”, è un cielo dove il metafisico è raggiunto attraverso percorsi ironici, accostando Democrito a Pan, Cristo alle voci mitiche dall’oltre, quelle “ Parche tristi in ascolto del brusio mistico”. Se quindi leopardianamente il poeta è indotto a credere in un ciclo cosmico infinito captabile nella densa leggerezza dei rapporti amicali , “nell’invisibile argenteo capillare di anime intime e amiche”, egli è anche consapevole della sua eterna circolarità: “Dall’infinito si nasce per un viaggio di andata e ritorno”. Ma, quel che più conta in letteratura, lo spessore umano di chi ha speso una intera vita nello studio anche microanatomico dell’uomo e insieme nella pratica di poesia, si rivela nei suoi improvvisi scatti di umiltà, quando angosciato confessa – e qui non posso non cogliere la stessa vibrazione di Borges nella poesia “La luna” (El Hacedor, 1960) – tutta la sua “illusione di rivelare ciò che si sottrae nel percepire l’inesprimibile”.

Memorabile per il senso del viaggio cosmico è la poesia di p. 59, dall’incipit “Ora come non mai ad occhi chiusi”. E quella di p. 66, il cui primo verso suona: “Il ritorno alla pianura pullula”, è esemplare per il ritmo, simile a quello di un passo cadenzato in una processione infinita di immagini dove, disarmanti, si accavallano le interrogazioni sul mistero. Emerge pure, da molti testi, la parte “civile” di Ruffato, la sua posizione critica del modello economicista di società, definendosi il poeta un uomo aggrappato al “sogno di vita autentica sottratta all’arroganza dell’esistere”, contro un”idolatria tecnologica” che ancora una volta “sottrae la termica del sacro e del mistero degradando la dignità umana”, contro “l’homo cliccans”. E la visione della realtà è resa più amara e disgustata nel riferire di fenomeni sociali come quello dei “ filoni lagnoni perbenoni” con tutto il loro contorno di vuotaggine e meschinità, non escludendo anche certi poeti che “inondano l’aria di miagolio intimo”, da cui Ruffato si sente “valangato” senza difesa.

A questo mondo tuttavia egli si sente di augurare pace universale, “dall’Oltreoceano al mosaico Oriente”. E come ogni poeta, avverte che la salvezza è nel sogno di “ inseguire la poesia senza catturarla”, nella consapevolezza di “scrivere per disperazione e gioia e sperare che giovi al dolore all’inatteso al vuoto al nulla”.

Ruffato dà la sua definizione di poesia, che rivela un sacro sapore di consegna, confermando tutta la sua avversione ad ogni superficialità e brama di presenzialismo. Il messaggio è nitido: “La poesia vera è la substantia del mondo apparente | l’irreale della realtà e va agita con fede e solitudine”. Un sottile dialogo con l’insondabile ultimo evento pervade tutto il libro: l’ombra di “domina mors” è costante, quasi un corteggiamento, ultima ricerca di senso “all’ultimo angolo mi compita la meraviglia | del vivere sull’alone della morte”. E “morbosamente mi attrae | l’estrema esangue solitudine | del distacco mortale”, fino alla purissima emozione di “Senex stanco al tramonto” di p. 89.

Infine, il linguaggio. E’ qui che Ruffato mostra la sua consolidata caratteristica : la sua è una lingua moltiplicata da una sorprendente ricchezza di neologismi, termini dalla scienza medica, dal latino, dal francese ( il poeta dichiara di avere una predilezione per la poesia provenzale), dalla medicina, dal dialetto d’origine. Di questa finissima poliedrica capacità linguistica Ruffato si avvale non solo per innovare ed amplificare la vitalità del dettato, ma perché convinto che il linguaggio, in fondo, sia uno, mai solo di settore. Ogni campo culturale può essere in poesia, non solo sorgente di evocazione, straniamento, ma anche nutrimento per la densità di pensiero, specchio della complessità del reale.

E’, questo del linguaggio, un grande insegnamento. In primo luogo perché non si disconosce nessun settore di espressione culturale, in quanto tutti hanno pari dignità espressiva potendo partecipare della felicità della letteratura, perfino arricchendola. In secondo luogo perché alla poesia è sempre concesso di creare una nuova, giusta parola partendo dalla giusta fonte o radice, purchè il risultato sia quello di significare /evocare, sia insomma la parola trovata la giusta portatrice del valore semantico richiesto.

Così neologismi come “vertiginare”, “aiuolatemi”, “cellulìo”, “melodiare”, etc., che a una prima lettura potrebbero stupire un lettore poco informato sull’evoluzione del linguaggio poetico degli ultimi 50 anni, rappresentano per Ruffato la soluzione al problema della parola abusata, la nuova via dirompente che, senza divenire ipertrofica, conferisce alla sua scrittura il carattere più contiguo all’ansioso mondo attuale, all’ “armonia inconcepibile e inverbalizzabile”. E’ nei solchi di quest’armonia che Cesare Ruffato continua a “scavare semi nelle parole”. Eppure dopo gli sforzi di tanta “fenomenologia verbale”, dopo questa felice disseminazione, fatta non certo per stupire, ma solo per stupirsi, dell’essere, ancora una volta il poeta umilmente dichiara di non sapere se riuscirà a “grafemare il muto la danza e l’ultima vostra parola”.

Sappiamo che la sua ricerca appassionata continua. Sappiamo che è necessaria.

Recensione
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