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Lesa sul Lago Maggiore, 12.2.2000

Caro Mandrino,
da tempo voglio scriverti di questa tua Caduta dì Milano. Anzi, La caduta di Milano, in quanto quel “La” attribuisce al titolo qualcosa di irreversibile, di storicamente accaduto e irrimediabile. Quindi dai l’impressione di registrare l’evento dall’alto di un mucchio di macerie polverose, collettive e individuali: ma sta di fatto che, per l’appunto, osservi dall’alto, e, oltre le nebbie (naturali, terrose e -chimiche), intravvedi deserti e ascolti silenzi (della ragione, poiché in realtà il rumore caotico è frastornante), che sembrano preannunciare trasformazioni radicali, impensate - eppure, ad una sensitività acuta, com’è quella di un poeta, foriere di flussi metamorfìci (non più solo metaforici) inarrestabli. Osservi dall’alto di un avamposto di morti-viventi, simile a quello del “Deserto dei Tartari”, che promette, o minaccia, smisurate evenienze. Alla fine, appunto, dell’età metaforica, che è il titolo di uno dei più coinvolgenti capitoli di questo tuo poetico “racconto”, come giustamente lo definisce Roberto Roversi.

E se racconto è, in quanto poetico, la sua misura, o meglio dismisura, è quella del flusso. Della forma fluens. Allora ci convinciamo che è dalle macerie, dal trash, dal “Dissolvimento”, o “Erosione dei confini”, o “Diaspora”, o “Fuga”, o “Destabilizzazione” (titoli delle tue poesie) che, biologicamente, rinasce ancora una volta (sebbene un avvoltoio domini il campo di papaveri, parafrasi di un altro titolo) la verità, indimostrabile eppure incombente della parola Questo è un merito che, crisi o non crisi, possiamo riconoscere solamente alla poesia, checché se ne voglia dire. Nulla muore veramente se la parola si dà nella sua necessaria inutilità biologica, piuttosto che asservirsi alla millantata e menzognera utilità della prassi estremisticamente utilitaristica.

Ma la forma, nella tua visione dall’alto delle macerie, fluisce in una circolarità spaziale (perciò se cade Milano, mai potrà cadere la parola che nomina l’epocale disastro), cosicché tutta questa tua vicenda meta-metropolitana è scandita di spazio in spazio, tanto che la temporalità dello storico accadimento si esprime nella inesorabilità prolifica del presente: “A Baudelaire [di quanti disastri urbani vive la sua poesia!] non interessa affatto stabilire un’identità essenziale del tempo, ma piuttosto suggerire che la profondità dello spazio fa tutt’uno con l'"allegoria della profondità del tempo". Ma una tale contestualità è intanto possibile, in quanto il tempo baudelairiano si è spogliato di tutte le sue prerogative squisitamente temporali.., per assumere proprietà propriamente spaziali... Ed essendosi in tal modo spazializzato il tempo, tutta l’esperienza vissuta appare come spazializzata [e perciò, aggiungo io, sempre presente]. Ho citato da un saggio di Giacomo Marramao, Minima temporalia.

“Erosione dei confini” è una peculiare prova testuale, ed immaginifica, di questi assunti: Migrano ancora uomini | senza seguire le nitticore | gli aironi, nell’atavico | inseguimento dei mammut, | traversando confini | su paralleli e meridiani | immobili, su fiumi | dai percorsi che spesso mutano, | per asfalti posati | sui fondi battuti dai muli | di sentieri tracciati | dai piedi nel fango. Stagioni | dal ricorrere ampio. || Sulla destra dell’Ebro | s’incontrano gruppi di Berberi | campeggiatori liberi | che si preparano a guadare | sotto gli sguardi vinti | di vecchi mutilati baschi | senza decorazioni....

L’andante scorrevolezza dalle misure scalari (settenari, ottonari, novenari) frena la propria corsa, invitando alla meditazione visiva, nello strascicare delle code sdrucciole che frequentemente immobilizzano i versi, insieme agli enjambements, tanto che le stagioni si dipanano ormai in un ricorrere ampio. L’ampiezza è un concetto spaziale totalizzante, cioè, per l’appunto, assorbente ogni quotidiana vicenda e ogni dispersa memoria - persino ogni storicizzata geografia. I campi semantici sacrificano i loro sensi contingenti entro i sensi, le sensitività, universali, cosmologiche. Si realizza così un campo onomasiologico dalle denominazioni metamorfiche, atte alla ricostruzione di territori, prima diversificabilì in quelle storie e in quelle etnie che ora, pur tra loro sconosciute, provenienti dall’infinito deserto, si rendono in breve autoctone, stanziali Depositano le loro tracce presenti sovrapponendole alle tracce di un passato ormai remoto, ancorché dell’altro ieri: uomini... migranti... paralleli e meridiani immobili... fiumi dai percorsi mutanti... sentieri tracciati dai piedi nel fango. Ripassa l'Uuomo, percorre le sue terre: sue, anche per lo straniero, son le terre dell’Uomo. che s’appropria degli spazi senza ritegno di confini, poiché l’universo è nostro e noi siamo universo: Fra i monti boscosi più a sud | gote tese dai venti | dell’est, occhi acuti di nomadi | affabulati guardano | all’orizzonte illuminato | dalle notti dell’ovest. I punti cardinali si fondono allo sguardo dei migranti.

Ecco il paradigma di un mondo che (seppur fra borghesi sfinite tragedie, o tragicommiedie: Intanto una grassa Signora | sugli stessi cuscini di quando era soda, rimpiange | le carezze operose | di mani teutoniche...) deve cogliere l'essenza di una umanità senza distinzioni, perciò anche non poco confusa. E il territorio, e le comunità disparate sono lì, ovunque stanzia l'accampamento, e i deserti e gli oceani si fanno minimi, e affollati; percorsi imprevisti, imprevedibili connubi epocali. In cui, anche questo è vero, certe accettazioni mascherano ipocrite voglie dure a morire. "Comunione & Dissoluzione” mima l’atto sessuale ormai abusato, ma anche la comunione etnica sopportata: Poi, i corpi s ‘avviluppano, | nello scontro serrato, l’alibi, | e le labbra vorrebbero | scoprirsi morbide sul nervo | che scende alla clavicola; | rispettando il tempo e le regole | della solita musica.

C'è indubbiamente dell'epico in questa tua disincantata coscienza delle cose, espressa da quegli spalti alti (sebbene edificati sui resti di una civiltà sepolta), e rivolta all’olos dominante, ormai, decomposto e rinascente in una danza migratoria fetale, in un’era che promette, ora, paradossalmente coree e dolcidule origini in abbandoni letali (permettimi di ricordare un altro film, “Ultimo tango a Parigi” e la rannicchiata morte del protagonista): Resta un passo di danza | e abbandonarsi finalmente | ancora al primo abbraccio | della madre, nella dolcezza | della decomposizione.

La nascita comunque si rivela, per altri aspetti, qui e ora, origine delle origini, in una illusione di alterità, che esorcizzi i segni/sogni della inevitabile violenza: Rotte le tiepide acque di un grembo | del quale abili dioscuri fissano | i dogmi che li alimentano, templi | i cui gradini piagano ginocchia | che cauterizza solo l’obbedienza; | oltre l’incubo di dover sognare | solo affilate mannaie che cadono.

E, infine, cosi, risibile appare la stessa “caduta di Milano”, quando e dove, secondo una tradizione antica, dall’egoismo mercantile si ricava abilmente un poetico crepuscolo: Ma ancora crepuscola un sogno | nei crociati di borsa: | le bianche e xenofobe nevi | ai confini d'Elzezia (noto quell’anagramma geografico che risponde al rovesciamento dì un tempo di decadenza in un crudele trionfo d’ìmmaginifica speculazione).

Tuttavia le meschine resistenze trovano, nella profetica visione poetetica, la ragione non retorica e non mistificatoria che solo la poesia, nella sua aprammaticità, nel suo antidiscorso può condannare eppur chiarire. E' la poesia, con le sue rivelazioni che giocano sulla retorica del proprio stesso costrutto, il tramite per la “Fuga da Babilonia", là dove si "elidono" i dettati dell’etica. su cui millantatori di immagine | con tacite approvazioni giungono | ad accordi spogli di ogni alibi | con i mallevadori di chiacchiere, | manutengoli di azioni nobili | che scherniscono con la sineddoche | peculati che favoreggiano | nepotismi di potenti cattedre.

Ne deduco che la retorica e la linguistica possono reggere sia il discorso millantatorio, sia la misura poetica. Perciò, mi domando (e da tempo me lo domando, e questa tua poesia favorisce la mia curiosità), cosa distingua mai la poeticità dall’utilitarismo blaterante della prassi, della politica, dell’abile mercimonio. Lo credo che si tratti - e lo dimostrano le tue scansioni spaziali - di quella fluidità fisiologica, biologica, cosmologica, di cui ho già detto qui e altrove, che caratterizza l'andante del verso, la sua contraddittoria disponibilità, la sua ambigua eppur plateale esposizione alle catastrofi del quotidiano. Cònstato, qui, una ossessione linguistica che demolisce ogni orpello nominandolo e fruendolo entro una spazialità autodistruttiva, rimmovante la coscienza del dire. disdire, predire. L’evento, l'inatteso, l’aprosoketon straniante, in una visionarietà metafisica, in cui non ci aspetteremo dalla porta socchiusa | altro che non avemmo. Poesia come (in)coscienza totalizzante dello stato dell'essere.

Una storia piena e forte ci vai raccontando, caro Francesco, in cui le apparenti opposizioni restano l’unità polimorfica della vita e delle sue, ormai universali, cosmologiche, trasformazioni. Grazie della struggente (anche quando è aspramente ironica) schiettezza - del messaggio e della sua forma evolutiva.

Cari saluti Gio Ferri

Recensione
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