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Voci tra le pieghe dei passi

Sto leggendo Voci tra le pieghe dei passi di cui ti ringrazio. Indubbiamente è una delle tue raccolte più commosse - e formalmente articolate in quella rappresentazione a più voci (quasi teatrale, drammatica) che rivela un colloquiale andante sinfonico. Anche la divisione in tre tempi riporta ad analogie musicali.

Il dialogo, il ‘dibattito’ a più voci, i contrasti (ancora in senso musicale), si articolano tra esperienze contingenti, e sublimazioni linguistiche sovente assai raffinate. E c’è anche una appropriata scenografia costante; quella Venezia che tramonta austera | … | una vecchia signora | che si lascia addobbare | per fingere di non sapere. Altrove dici: per sopravvivere si impara a fingere… Metafora forse della nostra fuga lungo un tragitto… pregno di semi sparsi… Storie personali, famigliari, collettive che rivelano una vita in trasformazioni in cui il conflitto interno è totale. E biologico, oltre la quotidianità, se il sangue incide il cambiamento.

Recentemente (ma è un mio vecchio discorso) m’è capitato di ribadire il rapporto dialettico fra realtà e poesia. I nostri piaceri, drammi, resistenze quotidiane, sovente plateali, non possono essere in sé la poesia. La realtà non contingente, invece, perciò non caduca, è silente - quella che ci segna misteriosamente nel flusso sanguigno, appunto, nella dismisura dei sensi, nel lavorio creativo della mente. La poesia come realtà: un volgersi congenito, biologico, incancellabile, ancorché nell’inconscio individuale e collettivo. Leggo: Non si tratta di una resa indifferente nell’agitato movimento quotidiano. Il fine è giungere al quieto istante e lacerare il velo dell’ignoto. Io parlo della mia condizione. Del sangue che mi scorre ardente nelle vene al cuore al pensiero…

Tutto ciò non può prescindere dai valori formali, intendendosi la forma come apparizione tangibile di quella verità silente. La tua poesia è poesia perché è attenta alla forma. Leggendo la tua raccolta rilevo tre occasioni di scrittura che possono indicarci la strada per la forma come valore di quella realtà sensitivamente sublimata.

- Antonia Pozzi: “Venezia. Silenzio. Il passo | di un bimbo scalzo | sulle fondamenta | empie d’echi | il canale”. C’è un ritmo tanto vitale e vero, quanto non udibile. E’ il soffio dell’ignoto che si rivela a chi sa sentire.

- Giorgio Caproni: un grande poeta, forse, che tuttavia in questo caso non sa incontrare la verità se non nella banalità del sentimento, in cui l’iterazione nulla rivela se non una ovvietà, e perciò non può coinvolgere. “Senza di te un albero | non sarebbe più un albero. | Nulla senza di te | sarebbe quello che è”. Né la canzoncina rimata (sanremese?!), così superficiale, può fare poesia.

Ma ben diversa è la tua… soluzione poetica di un sentimento che, per qualche aspetto, potrebbe ritenersi simile a quello di Caproni: La tua casa di polvere | nel viale del silenzio | è quello che mi resta. || Tu vivi in me | tutti i tuoi giorni in me - | sono gravida di passate emozioni | ma nel presente vuota. L’ambiguità poetica degli echi nel viale del silenzio, così come lungo il canale di Antonia Pozzi; l’immaginifica presenza/assenza della memoria incistata nella circolazione sanguigna, fanno del tuo istante poetico un momento epifanico di squisita bellezza.

Ovviamente molte altre cose ci sarebbero da dire affacciandoci a questa tua rappresentazione tra le diverse voci che si insinuano nelle pieghe dei passi.

Recensione
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