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Anima triplice

Anima triplice di Luciano Nanni include un materiale eterogeneo che ricopre un arco temporale che dai racconti sperimentali degli anni Sessanta giunge fino alle prove più recenti, scritte tra il 2015 e il 2017.

Questa parte della sua produzione letteraria, caratterizzata da differenti soluzioni stilistiche, è essenziale per comprendere le successive opere di narrativa, con le quali lo scrittore bolognese abbandona la forma breve per approdare con i romanzi a lavori di maggior respiro e dalla prosa più fluida e meno ricercata.

C’è sempre un’atmosfera sospesa, un clima di incertezza che genera nei protagonisti una sensazione di pericolo e scaturisce dall’attesa di un evento che magari non si verifica: può essere la visione di un’ombra gigantesca che poi si rivela solo un albero (“Con Giuseppe”), ma è sufficiente a creare in chi legge paura e tensione.

Le vicende prendono spesso l’avvio da un particolare incarico assegnato ai personaggi o da un incontro rimasto scolpito nella memoria, come in “Frammento”, nel quale un adulto si imbatte in un ragazzino malinconico e silenzioso in cui si riconosce. E quando il fanciullo gli confida di aver ucciso con un’accetta gli zii, rei di averlo picchiato, l’altro sa che la violenza può essere avvenuta solo nella fantasia avendo avuto modo di vedere i parenti del ragazzo ancora vivi.

Una situazione per certi versi analoga è presente in uno dei racconti più belli del periodo di formazione, “In viaggio”, incentrato sulla solitudine e sul rimorso. Durante una visita autunnale alle grotte del Farneto, insediamento preistorico del Bolognese esplorato per la prima volta nella seconda metà dell’Ottocento, il protagonista scopre una caverna abitata da un soldato impazzito dal dolore per le morti che dice di aver causato. Sono vere le atrocità che il militare gli ha confessato o possono considerarsi solo dei vaneggiamenti indotti dall’isolamento?

Tipica della narrativa di Nanni è la predilezione per il mostruoso. In alcuni racconti (“La stanza quadrata”, “Regina di orrori”) l’orrore si può solo intuire, altrove è associato ai luoghi in disfacimento come il paese dalle case in pietra, in parte spopolato e reso inospitale dal vento gelido, nel quale circolano vecchie leggende come quella dell’uomo che, nell’uccidere il suo avversario, si tolse la vita perché era lui il proprio nemico (“La caduta”).

Rientra nello stesso schema la casa buia e decadente, descritta con dovizia di particolari in “Muffe”, uno dei segmenti narrativi, sempre degli anni Sessanta, più apprezzabili sul piano lessicale e sintattico.

C’è il consueto dissidio tra passato e presente: in “Sala giochi” il protagonista preferisce un gioco meccanico a uno elettronico, un libro antico è l’occasione per rivedersi con l’amico Ninni in “Attesa”.

Decisamente evocativo è il titolo che rimanda alla concezione platonica dell’anima. Nei racconti di Nanni è forte la seduzione esercitata dal desiderio sessuale, proprio dell’anima concupiscibile, sull’intelletto, sulla parte razionale dell’individuo.

In quest’ottica le figure femminili possono costituire una tentazione per l’uomo e, se sono vergini, incarnano un simbolo di purezza (“La vestale”) e un anello di congiunzione con Cristo (“Al centro di Dio”).

In “XXVIII”, scritto alla fine degli anni Sessanta, la donna di cui si è invaghito il protagonista sembra appartenere con le sue sembianze eteree e spirituali a un’altra epoca. Dopo essersi congiunto con lei, l’uomo non la segue nel bosco minaccioso, finendo per perderla di vista per sempre.

Nelle storie incluse lo scarto tra normalità e follia, realtà e sogno, è spesso labile e genera una confusione che affascina il lettore, disorientato dai finali aperti e spiazzanti.

In particolare si è tentati di immaginare lo svolgimento che avrebbero potuto avere i frammenti (alcuni particolarmente interessanti come “Il sosia”) se l’Autore li avesse ripresi e completati, compromettendo, però, la loro autenticità.

Recensione
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