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Vincitore nel 2010 del Premio “Domenico Rea” riservato agli inediti, Elizabeth è un breve volumetto di stampo teatrale, strutturato in due parti: nella prima, viene ritratta con toni vivaci l’infanzia di Elizabeth ‘O Sullivan, orfana accudita dall’amico di famiglia, lo zio Trent, nell’altra la giovinezza di adolescente innamorata di due uomini: il suo tutore e Gary.

Nell’arco di un ventennio – vi sono echi della crisi di Wall Street e si preannuncia il secondo conflitto mondiale – assistiamo alla maturazione di Elizabeth, il cui legame con il padre adottivo è così morboso da indurla ad allontanare chiunque tenti di dividerli. A farne le spese saranno Sylvia, affascinante vedova invaghitasi di Trent, e la nonna, fermamente intenzionata ad adottarla.

Contro di loro la ragazza condurrà una guerra silenziosa, non esitando a spingere fra le braccia dell’eccentrico Trent la dolce e remissiva Sallie. L’unione che ne scaturirà sarà all’insegna dell’ibridazione razziale: Sally, Trent e la piccola Liza – provenienti da paesi diversi: Inghilterra, Olanda e Irlanda – formeranno una famiglia multietnica, una sfida alla società del tempo che non esita a bollare Trent come pedofilo per essersi appropriato del ruolo materno.

“Scomodo” è il sentimento sorto tra Elizabeth e Trent che si confronteranno ormai adulti come su di un palcoscenico, con Sallie nel ruolo di arbitro e regista della messinscena. A smorzare i toni provvede l’Autrice stessa – avvezza a rivolgersi al suo pubblico nelle vesti del narratore onnisciente – presentando come un litigio tra padre e figlia una situazione ben più esplosiva.

Se si eccettua qualche passaggio un po’ forzato (la similitudine fra Elizabeth e l’anobio, il tarlo che vive nel legno dei mobili) la narrazione scorre senza intoppi, anche se una maggiore cura formale non avrebbe nociuto al testo.
Recensione
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