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Gabbiani nella tempesta

Inizia come un giallo – il tentato omicidio da parte di un anziano di un illustre medico – l’intenso “Gabbiani nella tempesta” del pugliese Vincenzo Palermo, romanzo sulla lotta partigiana condotta a Bologna dalla settima brigata GAP.

La narrazione procede sul filo dei ricordi fino all’epilogo finale che svela i retroscena dell’episodio iniziale. Gesto di follia o vendetta premeditata? Si ribaltano i ruoli: il figlio che accompagna recalcitrante il padre in una clinica di Perugia viene relegato da protagonista della vicenda a personaggio secondario, spodestato proprio dall’anziano genitore, un vecchietto all’apparenza innocuo con la bava alla bocca, a cui la giovinezza è stata rubata dalla guerra.

È lui Matteo Fortuna, soldato ribelle, disertore e poi partigiano, assurto a emblema di un periodo – la Resistenza – di imboscate, delazioni, torture, atti di eroismo e di crudeltà gratuite. Nell’arco di diciotto mesi Matteo imparerà ad uccidere e ad amare, schierandosi con altri coraggiosi nella lotta contro i fascisti e i tedeschi per liberare l’intera nazione.

Al suo esordio, Vincenzo Palermo ha ritratto con sobrietà e partecipazione un paese disorientato e diviso, pedina nelle mani di Hitler e Mussolini. Dal racconto si stagliano figure umanissime di sergenti frustrati, staffette disilluse, comunisti dall’animo sensibile, sopraffatti da una guerra di cui, nonostante il passare degli anni e delle generazioni, permangono tracce indelebili nella memoria.
Recensione
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