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I pronipoti. Gli sposi sono ancora promessi?

A un classico della letteratura italiana quale “I promessi sposi” si è ispirata Mariele Resina, realizzando un testo teatrale in tre atti che strizza l’occhio all’attualità.

Il criterio a cui si è attenuta l’Autrice è quello della plausibilità e dell’aderenza alla realtà odierna, in cui la tecnologia è penetrata persino nei conventi, dove i frati “smanettano” al pc e sono tutt’altro che sprovveduti in questioni amorose.

Poiché la semplice idea di impedire un matrimonio risulterebbe oggi anacronistica, una figura essenziale come Don Abbondio compare nella vicenda solo come proprietario della ditta di software presso cui Renzo opera in qualità di ingegnere informatico.

La malattia è il fattore che sconvolgerà l’esistenza di Lucia, legata all’impulsivo Renzo ma affascinata dagli uomini maturi, come il suo datore di lavoro, Rodrigo Esquivel, sposato e con figli. Quest’ultimo, però, appare più interessato ai suoi loschi affari che alla bellezza della giovane al punto da licenziarla in tronco quando lei si ammala.

In questo libero adattamento, sorretto dallo schema del doppio – due le storie d’amore, i matrimoni celebrati e le famiglie (quella naturale e quella adottiva di Lucia) –, sono ben delineati tutti i personaggi, anche quelli minori, eccetto l’Agente Ferrante che, tra mossette e sospiri, appare un po’ caricaturale.

Ne è scaturito un divertissement che mescola abilmente dramma e commedia, immettendo una vena di suspense nell’intreccio secondario, di cui è protagonista Cecilia, l’intraprendente commissario di polizia sulle tracce del corrotto Rodrigo Esquivel.

Recensione
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