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Il progressivo deteriorarsi della passione in una coppia dà vita nel romanzo Il morso del serpente di Alìda Casagrande ad un concitato – e a tratti faticoso da seguire – dialogo fra marito e moglie in cui emergono verità inconfessabili a lungo celate.

Una Pasqua tutt’altro che lieta è quella che accoglie l’algida Querina che proprio a letto – divenuto, dopo l’incidente che ha reso Alamo impotente, il simbolo di una frattura insanabile – decide di rivelare all’uomo l’intenzione di lasciarlo per andarsene a vivere altrove.

Eppure, proprio il disgregarsi del nucleo familiare evidenzia la solitudine di questi amanti non più giovanissimi, patetici e sgradevoli al tempo stesso; distanti per estrazione sociale e sensibilità, i due coniugi ammettono, in una sorta di gioco al massacro, di aver fallito anche come genitori, privando i figli dell’amore e del sostegno necessario.

E se Querina disprezza il figlio Samuele per la sua omosessualità, Alamo si finge tollerante solo in virtù di un passato di compromessi ed ambiguità che lo ha visto succube del laido avvocato Biasuzzi.

In sintonia con il realismo della vicenda è lo stile asciutto e immediato dell’Autrice, efficace nel mettere in luce meschinità ed ipocrisie di un ceto borghese volto ad ostentare una ricchezza accumulata a spese altrui, senza peraltro riuscire a godersela.
Recensione
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