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L'educatore turbato

Un sogno, il classico incubo di chi rivive in modo angoscioso una situazione del passato – in questo caso, l’esame di stato –, apre l’ultimo romanzo di Franco Montanari, nel quale si intrecciano le vicende di padri e figli, espressioni di culture differenti e di mondi in apparenza inconciliabili, che rimandano all’eterno contrasto tra passato e presente.

Nonostante si possa definire un uomo realizzato, Franco è investito da alcune problematiche che, sebbene non lo riguardino personalmente, lo toccano nel profondo, spingendolo a riflettere sul ruolo di educatore, a cui, nonostante sia in pensione, non ha mai abdicato.

Nessuno sembra prendere troppo sul serio le lacune scolastiche del nipote Rodolfo, nemmeno il padre Gianni, manager di un’azienda in crisi che lo ha messo temporaneamente in cassa integrazione. Di fronte a tali carenze, rivelatrici di un’immaturità e di una superficialità tipiche dell’adolescenza, il protagonista è indotto a mettersi di nuovo in gioco, ideando delle strategie idonee a comunicare con questo ragazzo distratto e pigro.

Ancora una volta, dopo “Fine del primo tempo”, lo scrittore firma un romanzo “generazionale”, incentrato su una figura, quella dell’insegnante, troppo spesso demonizzata, verso cui si riversa la sfiducia nei confronti della scuola e delle istituzioni.

Franco si pone come chi, invece di eludere una realtà sfuggente e complessa, tenta di comprenderla nelle sue contraddizioni, nella consapevolezza di non avere sempre la risposta giusta ai mille dubbi che gli si presentano quotidianamente.

L’attore principale della storia è, però, il tempo che scorre inesorabile, lasciando il protagonista in preda alle preoccupazioni per il futuro dei giovanissimi, così disillusi da accettare un profilo di vita basso, rinunciando a quella progettualità che caratterizzava le generazioni precedenti.

Da ex docente di lettere, Franco assiste con rammarico alla svalutazione della cultura umanistica a vantaggio di quella scientifica, espressa dalle nuove tecnologie, con le quali sono cresciuti i cosiddetti “nativi digitali”, i quali corrono maggiormente il rischio di diventarne schiavi senza peraltro intuirne le potenzialità positive.

La malinconia e il disagio di sentirsi fuori posto in una società in cui ognuno crede di potersi fare giustizia da sé si insinuano gradatamente nelle pagine del romanzo, nel quale non manca il colpo di scena che attesta come anche le vecchie generazioni abbiano i loro “scheletri nell’armadio”.

Recensione
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