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Quaderni di un terrorista

È il tempo la condizione necessaria per raccontare la Storia perché l’interpretazione del passato, vissuto in prima persona o in qualità di testimone, richiede distacco critico e obiettività.

In tal senso, è comprensibile che Giano Corte Moschin abbia pubblicato nella maturità questo diario degli “anni di piombo”, il famigerato periodo delle stragi (Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna per citarne solo alcune) che scosse l’Italia negli anni settanta e agli inizi degli anni ottanta.

Il suo romanzo, suddiviso in venti quaderni, intervallati da sette note manoscritte, riflette il punto di vista “distorto” di un narratore che, rivendicando il ruolo, seppur secondario, avuto in quegli eventi delittuosi, minaccia di sollevare un polverone rivelando tutta la verità alla stampa.

Vera mina vagante, lo scrivente dichiara di essere stato manovrato da un certo Alessio, che è un po’ il deus ex machina della vicenda. Differenti punti di vista si incastrano sapientemente nel romanzo: il presunto Lorenzo e l’anonima autrice delle note di commento al diario stesso - destinate a un misterioso personaggio poi finito in carcere - la cui identità sarà resa nota solo nell’epilogo.

Ne è scaturito un romanzo che non si può definire storico in senso stretto, perché si concentra sul privato del presunto Lorenzo, personalità disturbata da paranoie e ossessioni che ne alterano la percezione dei fatti.

Eccolo ripercorrere nelle sue memorie le esperienze professionali, la partecipazione al dibattito politico, i rapporti tormentati con l’altro sesso, registrando lo smacco subito in ogni ambito.

In questa sua confessione, egli rivive le sofferte storie d’amore con donne amate e odiate al tempo stesso, specchio del rapporto, anch’esso fallimentare, con una madre assente ed egoista.

Da Angela a Gemma, da Margherita alla grassona della sala di biliardo, queste presenze femminili attestano l’incapacità di amare del protagonista, marito e amante deludente, vittima di cospirazioni immaginarie, ingigantite da una malattia (“le assenze”), a cui egli stesso in qualche passaggio allude.

Non sorprende che il diario subisca un’interruzione di otto anni e venga ripreso quando esplode in Lorenzo l’insoddisfazione di essere stato in quel gioco perverso “un modesto fattorino” più che un eroe.

Con un colpo di scena magistrale il racconto, invece di concludersi, si apre con un inquietante interrogativo: la delazione da parte di Lorenzo è solo una provocazione o è realmente avvenuta?

La citazione:

“È così che da qualche settimana trascorro le mie giornate, sempre più mi sento trascinato a fondo dalla enorme massa di vita sbagliata che mi trovo alle spalle, una vita del tutto diversa da quella ideale, che pure non so immaginare, ma dove comunque non ci dovrebbe essere posto per un’Angela schiacciata sul selciato e un Mario amputato sulle rotaie, o altre scene popolate di molte morti estranee ma prossime alla traccia del mio passaggio nel tempo”.

Recensione
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