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Di Genoveffa Pomina avevamo già letto e recensito Voli nell’azzurro… il filo del tempo!: in Tutto quello che non muore ricorre la forma diaristica da lei prediletta che ben si adatta alle sue meditazioni sulla vita e sulla morte (anche spirituale), sul tempo e sulla malattia.

Benché il volume appaia, a nostro avviso, più maturo e coeso rispetto all’opera precedente, non è privo di quell’autoreferenzialità che costituisce un po’ il limite della produzione della scrittrice ligure. Non a caso quel “disagio di vivere” a cui la Pomina allude di frequente, pur costituendo un’esperienza trasversale, finisce nondimeno per generare un viaggio interiore senza sbocco, viziato per giunta da un afflato moralistico e pedagogico.

Di ciò è l’Autrice ad avvedersene quando con onestà asserisce: “Scrivo per me stessa, scrivo per calmare la tristezza…, scrivo per colmare il vuoto del mio intimo e non ho paura dei giudizi degli altri…”.

In queste sue massime di saggezza quotidiana, arricchite di citazioni dotte, rivive il fantasma di un Amore perduto ma ancora presente nei ricordi, essenza di un sentimento che resta forse l’unica certezza in tanto caos esistenziale.
Recensione
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