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La scrittura contempla, tra le sue funzioni, quella “terapeutica”, volta alla conoscenza di sé e allo svelamento delle proprie paure.

Attraverso la forma diaristica Genoveffa Pomina ha scandagliato il proprio vissuto, rivivendone gli episodi fondamentali – il matrimonio, la malattia della persona amata, il diventare bisnonna – in una sorta di “percorso esistenziale a ritroso” per citare Massimo Barile, autore della bella prefazione al volume.

Scrittura come momento di ricerca della verità, dunque, possibile grazie al raccoglimento interiore e al silenzio: tra ricordi e rimpianti, l’Autrice riflette sul tempo che scorre inesorabile nell’amarezza di non poter godere di un’altra occasione.

Tuttavia, è la stessa scrittura a fornirle lo strumento più idoneo per poter recuperare dal passato i momenti lieti e ridimensionare quelli tristi, così da vivere con serenità il presente, superando lo smarrimento frutto di una sua presunta “inadeguatezza”.

In un intrecciarsi omogeneo di parentesi private e di riflessioni di carattere più generale si snoda il libro che ha il fascino – ed il limite – delle confessioni, apprezzabili per la sensibilità da cui sono pervase ma eccessivamente autoreferenziali in quanto autobiografiche.

Nato dall’urgenza di raccontarsi, il diario della Pomina si traduce in un inno all’amore, fonte di gioia e di dolore, reso stilisticamente attraverso un continuo alternarsi di prosa e poesia.
Recensione
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