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Trovare la chiave di lettura nella poesia di Annamaria Ferramosca significa “cercare toni limpidi”, come scrive la stessa autrice, altrimenti “la vita sarà pietra”.

Desidero iniziare così il mio discorso su una delle più affascinanti scritture poetiche di questi ultimi anni: le ragioni emergono potenti dalle pagine di questa raccolta. L’autrice percorre un cammino fatto di dispersioni e desideri, attraversa luoghi, visitati con gioia, che non sono diafani ma concreti, mentre invece leggero e giovane è l’io che guida e gusta ciò che vede e percepisce. E lo fa incidendo nel nostro spirito e nella cultura contemporanea. E’ questa una poesia densa di elementi esistenziali, psicologici, etici, poesia che paradossalmente rivela la prevalenza della ragione; il pianto del mondo non sommerge l’autrice poiché lei è consapevole che il suo vestimento psichico è fatto delle densa materia sacra e profana delle parole. E’ come trovarsi di fronte una parete rocciosa di monte con grandi massi grigi radicati tra le foglie degli alberi che ricoprono il terreno. I sassi sembrano cadere, rotolare in basso, ma non cadono e non precipitano a valle; se dovessero tutti insieme cedere al flusso del vento e della curvatura superficiale sarebbe il disastro, forse temuto in alcuni momenti di tempesta.

Lungo le composizioni la poetessa finge una molteplicità di dimensioni, dove tutti i luoghi sono reali e vengono registrati attraverso una percezione amplificata in un’ardita concezione linguistica. Un io lieve sfiora appena il territorio percorso, è come un bimbo stupito, vuole andare oltre, non fermarsi (poesia La stessa pietra). Ma dove e come l’A. s’immedesima è ben altro. L’adulto di oggi non è uguale alla bambina di ieri: “Ero bambina abbacinata | la terra sfolgorava trascinava | dovunque mi stordivano promesse…” “Sono | adulta del disamore | su questa microterra familiare e feroce | che non sa, che tace…”

Il discorso allora si dilata, cercando sempre quei suoi “toni limpidi”, perché la vita non sia pietrificata. Limpidezza che forse riecheggia voci amate. Un parallelo posso farlo con Cesare Ruffato: le sue frasi dense e veloci, il suo sentirsi umanità braccata, assillata, incompresa, come una roccia solidificata dalle intemperie, che egli vuol graffiare; incidere quella roccia è il suo messaggio e insieme la sua deflagrazione.

Poesia drammatica dunque, capace di risuonare con precisione nel cervello dopo essere uscita dal bivio dell’inconscio. D’ora in poi le debolezze con se stessa saranno molte, come le difficoltà nello sciogliere gli enigmi: c’è una sorta di impotenza che impedisce il grido e il pianto, laddove la ribellione cede il passo alla speranza. Nell’incontro possibile, nella potenza della parola.

“L’eco fossile canta…” – annota Annamaria Ferramosca – poichè “si sale inconsapevoli su fili | tesi tra terra e luna…” Non è una contraddizione, poiché si tratta dei fili intessuti di speranza dove è nascosta la coscienza vigile, capace di i far integrare l’Essere al Tutto. La coscienza non è un’utopia notturna, è proprio una notte piena di costellazioni.

Una poesia, questa, che va osservata e studiata senza impazienza. Che non smette di cercare, perfino nell’abisso dell’atto kamikaze, “il filo che lega al possibile | mille e una parola”. Perché quando il senso deflagra, non resta che avvolgere il filo della comunicazione, delle “mille e una risposta, chiare”. L’A. trasferisce su una donna, un figlio, un guerrigliero, su un pensatore lo slancio perfettibile che la trattiene in una zona dove il tempo cronologico non esiste, dove la parola è solo convocazione d’eterno.

Il linguaggio non ha asperità, il suo ritmo non fa che accompagnare la logica dell’itinerario semantico: termini e stile usati dall’autrice uniscono, non dividono, nei testi è dissolta l’estraneità delle cose. Un insieme che respira e ricopre le assenze intraviste, i dubbi prospettati.

Il pensiero, con la parola, è portatore di significato malgrado le voci convulse dal mondo, il brivido o il grido di chi”ha perso la sua onda”, la riottosità della parola stessa nella “ poesia che a metà corsa s’impaluda” . Sono questi versi improvvisi che rivelano al poeta l’essenzialità del vivere, il senso dell’ascoltare e riducono il rischio di un “ ibrido orizzonte” , danno la consapevolezza che le parole essenziali esistono, anche solo come un “ pigolio” . Da ascoltare e amplificare.

Recensione
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