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Dire che un’opera letteraria sia valida per il linguaggio usato, per i contenuti – sostanza viva del testo – non basta. Dire che un autore è geniale perché l a sua intuizione, estetica e storica, è di quelle che lasciano il segno, non basta.

Ne discutiamo analizzando il più recente libro di Francesco Alberto Giunta, Karin è tra noi.

“Tu dovresti parlarne con Ernesto perché si decida a farmi partire per l’Europa... È importante che io faccia questo viaggio...”.

Il romanzo di Giunta inizi a con questo colloquio tra la ragazza Manuela e la madre Giulia. È importante la citazione per capire bene la tematica e i problemi ad essa connessi.

“Indubbiamente Karin, partendo da Hans, è alla ricerca di se stessa e di una nuova vivibile felicità”. Una felicità – possiamo aggiungere – che appartiene al mondo intero.

Le ultime pagine del romanzo si chiudono, dunque, con questa frase. Si inizia con la richiesta di un viaggio, si termina con una partenza, l’ennesima della protagonista. Tra questi due poli si svolge tutta la trama complessa e, tutta via, comprensibile nel suo risvolto psicologico e ideologico. Non per niente il sottotitolo recita: Romanzo d’idee. Pagine dense ma che si sciolgono in descrizioni d’ambiente, in approfondimenti storici del ‘900 e – soprattutto – attualissimi, socio-politici, proprio dei nostri giorni. Pagine piene di avvenimenti, di personaggi che portano ad individuare una sola personalità degna di questo nome, la giovane Manuela che, al traguardo delle sue esperienze, assume il nome di Karin per dare un senso autentico alla propria vita e al progetto che da molto tempo stava elaborando.

Il mio articolo si pone in mezzo ai diversi interventi già pubblicati che hanno esaminato la storia, i contenuti, i contorni e, in particolar modo, l’iter esistenziale della donna, all’inizio, durante e al termine della sua avventura (che, peraltro, continua in altre direzioni) navigatrice spericolata, trasgressiva, appassionata e

determinata di eventi congeniali o improvvisi, fuori della norma.

E qui devo fare una precisazione: gli esegeti di Karin è tra noi (e poi preciserò il significato e la traiettoria di quel “tra noi”, cosa diversa se il titolo fosse stato “con noi”) si sono divisi, presso a poco, in due gruppi. E io, intervenendo ora, posso avere la mappa dei ragionamenti. Alcuni critici hanno capito il dinamismo ideale,

la concretezza anche in mezzo a dispersioni, fughe, incertezze e sogni grandissimi della ragione; hanno messo a fuoco la giusta dimensione di un viaggio magico-ideologico intrapreso alla “garibaldina” e dopo portato a termine con estrema logica.

Altri, al contrario, hanno visto, e valutato di conseguenza, nelle azioni della giovane donna soprattutto ribellione, incoscienza, una eccessiva dose di entusiasmo, comprendendo sì lo spirito dell’agire ma avvertendone i pericoli, le superficialità affettive, di figlia e di madre. Ma noi non capiremmo il raccordo che c’è fra queste due posizioni critiche se non pensassimo che il progetto letterario di Giunta è stato quello di offrire al lettore un “romanzo di idee” e, insieme, una storia nel suo farsi storia, al di fuori dei soliti schemi. Un romanzo saggio. A fianco c’è un piccolo gruppo di lettori che su l’ulissiade di Karin hanno solo espresso a voce il loro disappunto per il comportamento della ragazza, giudicata superficialmente frivola e un pò matta.

Le idee fondamentali di un’epoca passano anche attraverso forme di follia non sempre recepite come dadi da giocare sul tappeto dell’esistenza. La più nota è stata la follia della croce. Ebbene, Karin, nata e cresciuta in una famiglia borghese (come costumi) e benestante, con una madre di origine medio-orientale, viene colta dal bagliore sulla via di Damasco, via che questa volta non porta a Cristo ma al profeta dell’Islam.

E qui va inserito un breve discorso sul rapporto madre-figlia.

Occorrerebbe approfondire le prime pagine ove si parla della madre di Manuela, Giulia, della sua nascita e della sua cultura per capire meglio tutto l’iter narrativo. È da sottolineare l’influenza morale e sociale di Giulia sulla figlia anche considerando che il marito le morì improvvisamente molto presto e Manuela ebbe così soltanto la figura materna. Giulia, realista e pragmatica, nel corso degli anni affidò alla figlia il suo patrimonio genetico e spirituale in modo naturale e duraturo. Soprattutto le trasmise l’idea di una Patria universale, non ristretta ad un solo territorio. In oltre Manuela assimilò con il tempo la drammaticità degli eventi sociopolitici e culturali dell’Irna, della Turchia, dell’Iraq e del Kurdistan.

Le vicende dei Kurdi sono al centro dell’attenzione dello scrittore che ne riferisce in pagine dense di storicità, puntuali di elementi e dati sociali e politici. Lo scrittore inserisce queste notizie di esistenza, di eventi, anche ellici, in modo equo creando, così, un’atmosfera storica nei puntinevralgici del racconto; Giunta si muove sulla scia della grande narrativa del passato, specialmente russa.

E non è vero che la questione islamica balzi fuori solo all’ultimo; i riferimenti a tutto ciò che accade hanno radici profonde e risalgonoalle documentazioni delle prime pagine.

Tornando all’inizio, con il desiderio di Manuela di fare un viaggio in Europa – che poi felicemente avverrà insieme alla famiglia – le modalità del racconto forse si diluiscono troppo nelle descrizioni delle città visitate, delle città italiane, in particolar modo Roma.

Ed è proprio qui che la storia ha una prima grande svolta: il casuale incontro della ragazza con un giovane canadese.

In ultima analisi c’è in prospettiva, oltre che la costruzione di un inedito assetto mondiale, fatto di comprensione, fratellanza, integrazione, un impegno preciso ad irrobustire l’uomo per farlo diventare diverso da quello di oggi. La donna intraprende molti viaggi, conoscendo genti e città, usi, costumi e modi di pensare.

Dopo il primo uomo, canadese, con il quale si sposa, incontra diversi altri partner con i quali divide la propria visione del mondo.

Ogni uomo, al quale si lega, diventa per lei un libro aperto a cui attingere idee, persuasioni e coraggio per andare avanti.

Karin non è certo una Teresa di Calcutta né una guerrigliera delle Ande; il suo spirito laico le suggerisce sempre ciò che può fare in quel dato momento. Certamente anche lei, come ogni altro essere umano, ha dei giorni bui, nevrotici dentro i quali momentaneamente si perde, per ricominciare dopo più caparbia di prima.

Karin è tra noi perché ognuno di noi è Karin; non la vediamo ma lei è dentro la nostra coscienza, una coscienza ormai, nel nostro secolo, ampia, desta, esplodente. Se fosse semplicemente con noi sarebbe individualmente separata dal contesto collettivo, la mosca bianca che ci può prendere per mano e basta. Noi, invece, siamo il nostro secolo e ciò che vogliamo è la sintesi del pensiero universale ed è il rapporto, l’integrazione tra tutti i popoli e le religioni della terra.

Per questo stiamo mettendo la nostra acuta attenzione sui movimenti islamici. E Giunta, che è ottimo scrittore, ottimo storico, conoscitore di molte ignote vie, in parte perlustrate durante il suo lavoro, si propone – e lancia la sfida con questo romanzo – di capire a fondo la necessità epocale. Ce ne dà prova in pagine puntuali sulla storia dell’Islam.

L’Autore ha creato una figura di donna che ci persuade anche se a volte la vorremmo sculacciare come si fa con i bambini prepotenti e capricciosi. Manuela-Karin non è frivola anche se ha buttato dietro le spalle il ricordo dei genitori, il rimpianto del primo amore dal quale ha avuto un figlio, poi rapito ancora piccolo e mai più ritrovato, il dolore per il figlio perso. Ma, a ben guardare, tutto si lega. Ogni suo partner è un messaggio che lei coglie, è un’esperienza che deve fare per arrivare al suo traguardo. E una specie di conchiglia entro cui risuona l’eco del grande richiamo.

“Lei che andava dicendo a tutti di essere una donna libera – così scrive Giunta – idealista, guerriera e amante, eppure questa donna senza qualità apparenti s’imbatteva in se stessa e ne provocava le reazioni. Diceva pure: debbo andare laggiù a vedere, per capire quel mondo... S’inventava missionaria di un credo di cui lei stessa ignorava la gnosi profonda, pioniera e portatrice naturale d’idee di libertà, esploratrice in società già antichissime, che hanno fatto la storia dell’uomo.”

Domanda, allora, per alcuni critici: come mai non avete capito l’impianto psicologico, forse anche psicoanalitico di questa opera di Francesco Giunta? Perché non avete compreso la personalità autentica di Manuela-Karin?

Eppure, in queste frasi, è delineata intera la figura di una donna che sa percepire, scandagliare la profondità della coscienza pur essendo consapevole di essere a metà del guado e che molto ancora dovrà studiare, confrontare, lottare per raggiungere la mèta. Francesco Alberto Giunta è l’Autore che ha saputo cogliere il problema nel suo farsi.

Questo romanzo non lascia nodi irrisolti: tutt’altro.

Sentiamo di vivere anche in mezzo al male, ai grovigli, alla follia. Karin, lui, io, noi stiamo sciogliendo i nodi perché ci stiamo muovendo con la coscienza della fede.
Recensione
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