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La seduzione del conoscere

E' da qualche tempo che il volume di racconti - genere letterario alquanto dimenticato negli ultimi anni a favore del romanzo - e generalmente rifiutato dagli editori e dagli stessi autori che, si sa, spesso vanno dove li porta il vento ovvero li spinge la moda, gli eventi e gli interessi letterari, è tornato alla ribalta nelle collane più prestigiose della narrativa italiana.

A volte l’errore è insito in una errata valutazione del gusto e della passione dei lettori. Il tempo, tuttavia, è buon consigliere e i viaggi in internet non impediscono all’uomo di cultura di allontanare da sé il robot che si è costruito nel suo dannato cervello per riscovare, con pazienza, sensazioni, altezze, emozioni, realtà imperiose e minime di questa nostra vecchia terra, eterna amica/nemica, di questa perenne umanità che ci sa dare, però, sempre la linfa vitale e i suggerimenti giusti per creare interscambiabili modelli d’esistenza e d’anima, di immaginazione psicologica e di realtà.

Uno dei più recenti libri di racconti che mi ha davvero interessato e spinto la mia curiosità di lettore e di studioso di testi, ad indagare fino in fondo il tessuto descrittivo, il centro motore dell’Idea, è stato ed è Per non perdere il treno (Bastogi, 1999) di Francesco Alberto Giunta, uno scrittore robusto, di grande spessore estetico - al suo attivo ha molti libri - ma a volte, debbo confessarlo, un po' dispersivo nelle sue luminose intuizioni e tessiture logiche e analogiche. Di Giunta ho letto i precedenti romanzi, ma questi racconti sono indubbiamente la condensazione di tutto il suo iter intellettuale e delle sue esperienze umane, non facili, non banali, non quiete, sempre generatrici di materia nobile e ribelle.

Viaggi, controversie, incontri, amori, amicizie in grandi pennellate espressionistiche ed insieme in chiaro/scuri passaggi psicologici e mentali che danno un impressionante, gradevolissimo quadro ermeneutico. Ho potuto notare in alcuni racconti una bella, proverbiale sintesi delle emozioni e dei risvolti antropologici che non è facile poiché non tutti gli autori riescono ad arrivare all’essen­ziale del proprio Io, all’autentica polpa degli eventi e della parola. Panorami narrativi che suscitano in chi legge forza e suggestione, ma che danno anche la misura di una certa debolezza dell’autore, unita - però - ad un vasto senso storico che lo fanno riflettere sulla propria vita e su quella della collettività.

Acuto osservatore degli altri esseri umani (ad esempio: “IC 271 Vindobona” e anche tanti altri brani potrebbero essere citati) l’A ci da il succo di una drammaticità sottile, quasi impercettibile, attraverso figure emblematiche, ironiche, iconoclaste che riescono a scuotere dalle fondamenta la fisicità di quel tale avvenimento o circostanza. Realtà e dimensione di scavo e realtà vissuta in tutta la sua ampiezza con dispiegamento quasi geometrico di ciò che lo scrittore ha voluto registrare e ricordarci in un gioco alterno di sensazioni, prese di posizioni soggettive, dimensione sociale e culturale. Un uomo che non ha vissuto davvero quei casi, che non si è posto quelle tali domande, non prive di senso, narrate in Noi giovani del tempo passato, non potrebbe - a distanza di anni - ridisegnare i contorni dei pensieri e delle cose per restituirci il contenuto vibrante della Storia. È un narrare straordinario, a tratti un po' sfumato, e tuttavia logico e convincente, con il suo evolversi nella storia: “Fummo giovani con aspirazioni regali, con voli di altezza; giovani le cui speranze furono affidate non solo al volo delle aquile, ma alla passione per le letture e per lo scrivere ...Furono anni ricchi di giudizio che preludevano sofferte riflessioni. Si aveva tempo da dedicare al pensiero considerando che le altre attività del corpo erano ridotte all’essenziale....Ci imbarcammo per sentieri inusuali alla ricerca della “conoscenza” che da sempre aveva bussato al nostro “io”più nascosto...Fummo giovani come tanti altri di ogni epoca e di tutti i continenti. E ci accontentammo. Non fummo né ricchi né poveri e conducemmo la nostra esistenza sulla scia degli avvenimenti. Non desiderammo molte cose se non la parola, la libertà del dire, il fascino della protesta innalzata a inno.”

Occorrerebbe leggerlo tutto questo nobile brano da Antologia che ci saetta dentro e ci dona luce.

La parola di Giunta si fa flessibile alla più esperta nomenclatura creando così una ricchezza di percezioni che si trasforma presto in una unitarietà d’intenti. Unitarietà tenace, indiscussa che prende energia dalla sotteraneità della sua Sicilia e che poi scintilla e fluisce come lava in un boato esterno, d’umana pietà, di generoso slancio che, però, ridiscutono se stessi e non diventano retorica.

Un esempio in più di come uno scrittore, di solidità europea, che abbia la forza e l’onestà di Giunta, possa giustificare il labirintico viaggio che ogni uomo compie, in treno, in aereo, per mare su una nave o semplicemente seduto su una poltrona con tutti gli ingranaggi cerebrali e psichici in suo possesso.
Recensione
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