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Il paradosso di Teseo

Una rappresentanza di poeti di varie parti d'Italia che dimostrano come la poesia sia la voce più attiva per esprimere tendenze “schegge aspre e scorciatoie...la sceneggiatura della quotidianità...”, come dichiara il curatore.

Si tratta di dieci firme che non seguono uno stile precipuo, manifestando tendenze dissimili. Una manciata di balsami discordanti, presi da un mucchio di voci che seguono versi per distaccarsi dalle imprecazioni scombinate dei nostri giorni, non atteggiandosi, dimostrando come la locuzione non può essere superata o sostituita. Chi tenta di farlo è un denigratore della creatività da raffrontare.

Le dieci pagine di ciascuno, in cui sono compresi i versi sono inedite. Ma non le presenze, trattandosi di autori , già messi alla prova, conferendo così conferma che l'espressione poetica si identifica non solo con la ragione stessa di esternare ciò che sprigiona con moti della coscienza personale e perché no da menti che non partoriscono unicamente formule di ragionamenti o constatazioni di vita.

Gli autori in questione dimostrano che ciascuno conforma presenze di realtà altrimenti destinate al silenzio. monco o al sibilo dell'ottenebramento. Parlare con i versi per sprigionare analisi, sussurri, conferme.

Il curatore Donato Di Stasi presenta, ciascun autore in una introduzione con cui si fondono conoscenze o “emozioni collettive”.

Ogni poeta lancia le sue schegge nella singola diversità sostanziale.

Lucianna Argentino “sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercare nel buio che rosicchia la luce...”. “Vince il suo duello con la macchia nichilista, riaffermando la poesia nella sua identità di legislatrice del mondo”. “La speranza prevede abbandoni difficili, lo scavo di abissi lungo sentieri illuminati dalla lungimiranza...”.

Caterina D'Avinio offre “lo spettacolo nudo e crudo delle nostre nevrosi, delle passioni che ci tormentano...”. “Dopo una dose/rimanemmo al baretto / parlando del più e del meno /...avresti voluto amarmi / per una notte / ed io tergiversai / perché la mia notte è capricciosa...così finì quella notte / entrambi disamorati dell'amore”.

Annitta Di Mineo “innesta le sue tristezze nel paesaggio, aggrega viaggi celesti e terreni, riuscendo a catturare nei versi il recondito spasimo delle forme inerti che anelano a restituirsi ossimoricamente come angeli di fiamme e di ghiaccio...”. “...Davanti alla cenere tremano sogni /...Sono fuoco / Lui è me / Mi compenetra / Mi lega agli altri.../”.

Gianluca Di Stefano: “...l'ironia appare in lui uno sbocco credibile al pessimismo...Non è simil prosa la sua, né lirismo d'accatto, piuttosto una dichiarazione di fedeltà rivolta alla poesia...”. “...Sono la cicca di sigaretta / schiacciata sotto il tacco / ed il tacco da nettare / a cui si è appiccicata la gomma da masticare.../”.

Marco Furia “ traduce nel suo personale respiro metrico stimolanti esperienze verbo-visive (l'indimenticato Adriano Spatola in primis)”. “Il mistero del mondo / è sogno cieco / d'un esserci per sempre / d'un profumo / che mai svanisce, attimo / sì vago / preoccupata calma / insonnia viva / docile ma ribelle / ambigua trama”.

Daniele Pietrini “compone brani in cui il tono e il ritmo sembrano immobili e nello stesso tempo variano di continuo...”. “...profonda è l'acqua dei tuoi occhi...Tutti sono una porta per gli altri / ogni respiro che sciolsero in fronte / fu registrato da queste pareti /...”.

Antonio Spagnuolo “verga le sue pagine con una scrittura compatta che dispensa crudezza e incanto, attraverso la riproposizione di un immaginario amoroso...”. “vorrei mordere ancora le tue labbra / nell'illusorio abbaglio dello sguardo / ma stringo il nulla / e il pugno / resta nel niente di un cielo che sogghigna...”.

Silvia Venuti “rafforza la disposizione enunciatrice della poesia, costruendo con camminamenti che scavalcano le mura e aprono nuovi orizzonti...”. “Ho perso la giovinezza / così, distrattamente. È rimasta dietro l'angolo / sulla spiaggia / alla fermata dell'autobus. / Non posso tornare a cercarla...”.

Giuseppe Vetromile “una modalità di scrittura molto personale ristabilisce, forma ed essenza del reale...”. “si deve sempre scrivere una parola anche se non la si avverte / nella bocca / dietro la lingua / o in gola ancora neonata / mentre si accinge a significare...”.

Giuseppe Vigilante “misura la sintonia col proprio tempo, registrandone i crolli epocali, le inquietudini amare”. “Non c'è pietà per i deboli. / Essi neppure la scorgono. Sono nati e caduti / come frutti malsani / staccati dal vento...”.

Commenti su vite precarie scelte da testimoni di fatti che ci sovrastano a significare come la poesia sia testimone analitica, anche quando le storie divengono coinvolgenti e parte in causa. Perché al di là della testimonianza la poesia può anche rivivere e partecipare per tutti. Permettendo, come per questa raccolta, di farsi comprendere.

Recensione
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