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Il poeta, il suo tempo, la città. Solitudine come superamento. La risposta al crepuscolo dell'era giolittiana

Sbarbaro: “Ma per cantare anch'io sono pronto a perdermi”. “Si fanno a tavolo d'osteria i più meravigliosi viaggi”.. “Vivo la vita stupefatta della medusa – quella millenaria del banco di corallo – la crepuscolare degli esseri né bestia né pianta”. “...sempre pronto a staccarmi, quando la febbre della città mi prende, alla vita mi radico. Solo gesto d'amore possibile: condurre a spasso la mia muta meraviglia. (non sanno i cocchieri, offrendomi i loro servigi, che fermo alla cantonata sto consumando le mie nozze con la città)”.

Un intimista con gli occhi puntati a scrutare attraverso di sé le immagini di una Liguria magica. Da Monterosso a Santa Margherita, da Varazze a Paraggi, a Rapallo. Oltre? Chissà. Ma gli altri sguardi sono rivolti a un'interiorità mai sdolcinata o banale. Di una freddezza cosciente, come gli anni che attraversano la sua esistenza, ricchi di stimoli frenati. Di consapevolezze tra il tragico e il paradossale, provenienti dalla città sorda. Stiamo parlando di Sbarbaro, un autore da riscoprire il cui pessimismo non induce alla perdizione o all'abbandono misurato. In tempi di un decadentismo analitico tutto per lui diviene considerazione da decifrare, sondare, centellinare. Rendendo le sue introspezioni immobili, rispetto agli irrazionalismi concettuali di Papini, Prezzolini, Soffici, D'Annunzio, etc.

Sbarbaro, per Marco Testi, autore della sua disamina, rimane un tragico che si scompone interiormente, restando quasi impietrito di fronte alle nefandezze della vita. Un contemplativo del dolore che non giudica, ma consapevolmente subisce. Rifugiandosi in un linguaggio contenuto, fedele al suo vocabolario e al senso del suo mondo che constata come progresso può esservi nel ripiegamento in sé, rovistando nella consapevolezza di ogni azione, slancio di esaltazione, atto di misura. Per lui, secondo Testi, non può esservi congiunzione tra arte e vita alla D'Annunzio o al frenetismo marinettiano. Per Mengaldo “il ligure resta per certi versi schiacciato dalla persistenza di una aura alta ed eloquente e l'esigenza di nudità e spoliazione”.

E da questi accenni si arriva alle considerazioni di Corazzini, Gozzano.

Degli influssi di Carducci e Pascoli, Testi documenta come Sbarbaro da testimone ha ricordato il passaggio dalla cultura terriera a quella urbana, ove erano prevalsi motivi di “alienazione e massificazione”, secondo quanto considerato da Bárberi Squarotti.

Sbarbaro si rifugia nell'estraneità “alla vita comunitaria” in cui predomina la massa. Il suo rimane un canto “di un timbro inimitabile, che si fa intendere anche attraverso il coro e cento altre voci”.

L'alienazione della città gli genera uno stato di apatia inconfondibile. “Si stacca sul mio capo/rombando mezzanotte. / A me che vo vagando / solo nella mia notte / cadono sul cuore / come pietre quell'ore”. La sua presenza sa di scelta. Di disimpegno verso una società franta e confusa. E nel suo rifiuto c'è una forza ribelle e distaccata. Si convince nel 1914, come ha notato Lorenzo Polato che “le creature e le cose del mondo non comunicano più...”.

Vita trascorsa dunque in stato di tranche (come aveva considerato Schopenauer).

E la passività sbarbariana influenzerà gli anni seguenti. Bellici o post bellici. Risentendo di una sopraffazione non certo scontata o ripetitiva. La sessualità viene connotata come forma di perdizione. Per lui il silenzio, la notte, i vuoti, divengono “presenze silenti delle cose”.

Poeta dunque di un mistero o di una negazione permanente che gli fa subire una rinuncia volontaria. “Cadavere vicino a un cadavere/bere dalla tua vista l'amarezza...”.

C'è inoltre uno scrutare nelle pretese di un autore che non vuole percorrere esperienze già provate da altri, rifugiandosi nelle tematiche di Trucioli, sommesse, o nelle cantabilità in segno di resa o di contrapposizione a un Verne o ai seguaci del Battello ebbro. Il ripiegamento su di sé approfondisce considerazioni sul destino dell'umanità che genera dolore e tante disfatte in anni in cui si era parlato di progresso della scienza e di tante illusioni belliche . “Provo un disagio simile a chi veda / inseguire farfalle lungo l'orlo / d'un precipizio, ad una compagnia / di strani condannati sorridenti”.

La parte che precede la bibliografia e l'indice dei nomi è quella della critica. Un excursus approfondito nelle dinamiche di giudizi contrastanti e vari. Si ricordano i riferimenti a volte riduttivi di Montale che contrastano con altri più obiettivi di Spagnoletti, Mario Costanzo, Polato, Bárberi Squarotti, Guaragnella, Scalia, D'Annunzio, etc, che non sono riportati per lasciare agli svolgimenti di Testi uno stimolo capace di assecondare più o meno versi di un riflessivo composto. Che influenza il clima di staticità da analisi consapevoli.

C'è il gusto dell'immobilità, intrisa di contemplazione, da notturno, scaturito da un mistero non facilmente decifrabile. Uno statico profondo, un distaccato contemplativo che anima la pagina anche se evita il coinvolgimento o il rapimento occasionale. Preferendo suggerire momenti di sgomento di una lentezza variegata. “...ma poi che sento l'anima aderire / ad ogni pietra della città sorda / com'albero con tutte le radici / sorrido indicibilmente e come / per uno sforzo d'ali i gomiti alzo....”.

Recensione
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