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Incredulità nell'onnipotenza del visibile:
fiaba e fede in Cristina Campo

Vorrei premettere che quando ci occupiamo di Cristina Campo ci troviamo in un contesto molto alto, cui occorre adeguarsi con una sorta di silenzio carico d’attesa: le risposte, l’intellezione, non possono che manifestarsi gradatamente, e dopo aver maturato a fondo la riflessione sulle pagine dei suoi saggi. Ci troviamo sollevati come un pulcino negli artigli del falco, in una regione sconosciuta, in un’aria mai respirata, per usare le mirabili metafore manzoniane, che anche e proprio su Cristina Campo esercitarono un forte fascino, suggerendole alcune pagine di critica manzoniana di grande acutezza e peculiarità.

Cominciamo leggendo ex-abrupto alcuni passi, il primo dalla fiaba di M.me Le Prince de Beaumont La Bella e la Bestia (Belinda e il Mostro, nella traduzione di Cristina Campo), gli altri due dal suo Gli imperdonabili (d’ora in avanti citato semplicemente Im): vorrei con ciò mettervi a diretto contatto con esempi di quegli atteggiamenti interiori cui si fa riferimento con il titolo di questa relazione: fiaba e fede.

(È necessaria tuttavia una parentesi: le fiabe esaminate nei saggi campiani che citeremo fanno parte dell’immenso corpus dei Contes des Fées, formatosi inizialmente alla Corte del Re Sole negli anni 1695-1703: da quelle di Perrault schiette e brevi, fino alle più cortigiane, elaborate per celebrare il sovrano. Cristina le leggeva in francese, come testimonia Margherita Pieracci Harwell, a Parigi nei primi anni Sessanta, cui l’amica rivolgeva pressanti richieste di trovarle e mandarle testi di fiabe. Nei suoi saggi Cristina Campo nomina in particolare due dame novellatrici, M.me d’Aulnoy e M.me Le Prince de Beaumont).

La povera Bella, al principio, era stata molto addolorata per aver perduto tutto, ma poi si era detta fra sé: “Quand’anche mi struggessi in un mare di pianto, le mie lagrime non servirebbero a restituirmi quello che ho perduto; meglio è cercare d’essere contenta anche così” (I racconti delle fate, Einaudi 1957, p. 519).

Dal saggio Della fiaba (Im p. 34), a commento dell’accorgimento del sartorello coraggioso, che per vincere nella gara il gigante lancia nei cieli, invece di una pietra, un uccello:

La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra.

Destino dei destini, [...] fiaba delle fiabe alla quale orecchio incontaminato non può resistere, alla quale tutte le fiabe della terra convergono e copertamente alludono: la vicenda di un dio sopra la terra (Il flauto e il tappeto, Im p. 131).

Flauti, tappeti e simboli

Negli anni Settanta usciva la rivista della Nuova Italia Editrice “Conoscenza Religiosa” (1969-1983), diretta da Elémire Zolla, che nel n. 3 del 1971 pubblicò il saggio campiano Sensi soprannaturali (poi ripubblicato ne Gli imperdonabili): per Massimo Cacciari, che aprì i lavori del Convegno di studi su Cristina Campo al Lyceum fiorentino (gennaio 1997), il più importante dal punto di vista teoretico.

Usciva nel contempo (Rusconi 1971) Il flauto e il tappeto, e addentrarsi per caso in quelle tematiche voleva dire capire di primo acchito assai poco, poiché nulla sapevamo più di fiabe, flauti, tappeti e simboli, in quei tempi per così dire sessantotteschi, di baldanza prepotente della cultura di sinistra, con i suoi aspetti di ottusità inguaribile rispetto all’altro da sé, o quanto meno dello spirituale in senso anche lato.

Per chi tuttavia s’inoltrava, ancora oscuramente, alla ricerca dell’Uno, della sintesi dei contrari, i testi misteriosi di Cristina Campo diventavano affascinante, quasi inquietante punto di riferimento. Leggerli era difficile come un’iniziazione, era un lento ritorno a valori accantonati o smarriti, e portava poi a osare nominarli con freschezza nuova, o per la prima volta: il mistero, la santità, il divino, la fede, la grazia, la speranza.

Vediamo un esempio di come Cristina, nel contesto di cui ci stiamo occupando, parlava della speranza (Im p. 41):

A chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile. Sperare e affidarsi sono cose diverse quant’è diversa l’attesa della fortuna mondana dalla seconda virtù teologale. Chi ripete ciecamente, ostinatamente “speriamo” non si affida: spera solo, realmente, in un colpo di fortuna, nel gioco momentaneamente propizio della legge di necessità. Chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono.

Vince nella fiaba il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comune ai vangeli, alla fiaba, alla poesia. Crede costui, come il santo, al cammino sulle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Crede, come il poeta, alla parola: crea dunque con essa, ne trae concreti prodigi. Et in Deo meo trasgrediar murum.

La citazione che chiude fiammeggiante il paragrafo è da 2 Sam 22, 30, e riporta al salmo 18. La vera speranza è quindi per Cristina credere in ciò che non si vede, o non credere “nella onnipotenza del visibile”.

In uno stile perfetto, e in certo senso, apparentemente, soltanto d’eleganza mondana, la scrittrice proponeva il ritorno al linguaggio del sacro e dello spirituale, scoprendolo in testi per molti di noi ancora muti.

Che ogni spiritualità vera possa essere solo ‘laica’, non-clericale e non-formalista, lo abbiamo riscoperto via via negli ultimi decenni, riscoprendo certi autori, ma sarebbe bastato il vangelo di Giovanni, il vangelo del Logos, dello Spirito: ce lo aveva del resto insegnato Gesù nei suoi anni terreni, lui in così perfetto equilibrio tra giustizia e misericordia anche davanti alla peccatrice, al ladrone, lui così perfettamente – consentitemi l’espressione, buffa nella sua limitatezza – non-conformista, non ipocrita.

Grande lettrice anche per i suoi limiti di salute, ascoltare i testi che praticava fu per Cristina Campo adesione, contemplazione, rigorosa verifica, attraverso la relativa necessaria spoliazione di sé. Porta infatti oltre il simbolo, verso l’essenza, ogni lettura che segua – come la sua – l’itinerario intellettuale mistico, che si nutra di amor intellectualis maxime. Come non ricordare Beatrice, “spedito duce” (in Par. XXX 38-41):

... Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
luce intellettual, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia; ...

Credere alla parola

La lettura di Cristina Campo era un credere alla parola, abbiamo visto poco fa. Quel credere, ad esempio, del centurione (Mt 8, 8-13; Lc 7, 1-10), che mi pare il più forte e sublime: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”. Lui pagano, lui uomo d’armi dedito alla forza, ma di cui Gesù dirà di non aver trovato presso nessuno, in Israele, una fede così grande.

La parola detta in verità e onestà, intensa e pura, la parola del giusto, è quella che può produrre ‘miracoli’, segni. Ricordiamo che gli apostoli – gli amici di Gesù, come sottolinea Gv 14, 12 – ne compirono più grandi di lui stesso.

Sacra è la stessa parola poetica, e quella delle fiabe: “Nelle fiabe, come si sa, non ci sono strade [...]. È la parola a chiamare, l’astratta colma parola, più forte di qualsiasi certezza” (Im p. 17)

L’incontro con i testi era per Cristina ‘ascolto’, ossia quell’interpretare che tende naturaliter al rispetto dell’autore e dello spirito della sua opera, si tratti di poesia, di testo musicale o sacro, di fiaba o d’altro; era attenzione.

Cristina Campo e Simone Weil

L’attenzione è parola campiana quasi quanto weiliana: indica il percorso verso la perfezione, perfezione come risultato, compiersi di un esercizio-ascesi, per il quale si giunge alla comprensione, o alla epifania, del mistero (senza alcuna implicazione ‘misteriosa’). Attenzione è un responsabile non distrarsi mai dal reale (una virtù prossima alla santità, per Cristina Campo), e lontana da ogni immaginazione e fantasia, le grandi nemiche di questo esercizio interiore, individuate dai grandi mistici, ad esempio da Giovanni della Croce, che le giudica vie per le quali passa il demonio con le sue astuzie.

Simone Weil attribuisce al ‘sogno’ un’analoga valenza negativa, connessa con la ‘forza’. Scriveva la stessa Weil (Q 3 p. 45):

Aver fede nella realtà di qualcosa – se si tratta di qualcosa che non è né constatabile né dimostrabile –, significa solamente accordare a questa cosa una certa qualità di attenzione. La fede nell’incarnazione è la pienezza dell’attenzione accordata alla pienezza dell’armonia.

L’attenzione-fede weiliana è lontana dall’accettare passivamente le contraddizioni, anzi se ne fa carico e così la fede cessa di essere semplice persuasione o credenza, esce dalla dimensione dell’alterità.

Per dirlo con Margherita Porete: “Chi è quel che crede, crede davvero”, ed è significativo che questa sua affermazione sia la sola dallo Specchio delle anime semplici che Weil annoti nel Taccuino di Londra.

Il campo dell’attenzione è vastissimo in Simone Weil. Cristina, che tradusse una piccola antologia di suoi passi per “Letteratura”, nel 1959 (era il primo omaggio a Simone Weil in Italia, ed è interessante che nascesse dalle letture di Cristina Campo, e che apparisse su una rivista letteraria), intitolò Dell’attenzione un paragrafo in cui la parola ‘attenzione’ ricorre 17 volte in poco più di 20 righe. L’inizio è il seguente:

L’attenzione estrema è ciò che costituisce nell’uomo la facoltà creatrice e non vi è attenzione estrema se non religiosa. La quantità di genio creatore in un’epoca è rigorosamente proporzionale alla quantità di attenzione estrema, dunque di religione autentica, in quell’epoca.

Ancora Simone Weil: “L’umiltà è innanzitutto una qualità d’attenzione”; e la virtù dell’attenzione è nel sapere far venire alla luce la realtà vera, è capacità di “obbedire” al reale. Occorre cioè perdere i connotati dell’io, farsi trasparenti, poiché “l’io non è altro che l’ombra proiettata dal peccato e dall’errore, che arrestano la luce di Dio”.

È di questi nostri tempi una ipertrofia dell’io, anche semplicemente a livello di quelle buone maniere che – secondo Francesco di Sales citato da Cristina – sono il principio della santità: si veda il saggio Con lievi mani (Im p. 107), in cui, parlando anche dei modi signorili e spirituali di Chopin, la saggista giunge a dire che “la sprezzatura – questa attitudine che così spesso fiorisce nell’alto stelo della virtù classica – non è forse più di un passo al di qua della religiosità pura, di cui resta, in ogni caso, il più fine equivalente umano”.

I passi di Simone Weil che ho citato poco fa sembrano descrivere anche le vie interiori di Cristina, stabilire affinità reali tra il pensiero delle due scrittrici, sorta di ri-conoscimento al di là delle barriere del tempo e dello spazio.

Attenzione accordata alla pienezza dell’armonia, abbiamo visto poco sopra: alla bellezza cioè, che Cristina Campo chiama il solo cammino verso l’inesprimibile, quell’inesprimibile, quel mistero non misterioso se letto e contemplato in umiltà, che è anche alla radice della fiaba (Im p. 30), e cui abbiamo accennato all’inizio.

E questo significato supremo della bellezza andrebbe profondamente e limpidamente meditato, e ci farebbe anche uscire da certe miserie del tempo presente, tempo in cui la bellezza è così spesso soccombente. Attenzione, umiltà, distacco da sé, presenza e adesione al reale; potremmo dire, ma in questo contesto può suonare triviale, che attenzione è anche il contrario della malattia mentale, o di quello ‘psichico’ cui si presta tanto ascolto in epoche non spirituali.

(Si sa che con la fine del Seicento, con l’emarginazione di quella mistica che si rifaceva alla triade antropologica, classica e cristiana, corpo-anima-spirito, si sostituì ad essa il duale corpo-psiche, facendo con ciò spazio all’istintuale, all’irrazionale, al prevaricare di quell’io che Eckhart chiamava male e peccato).

Perdersi e ritrovarsi

Andiamo più direttamente alla cristiniana lettura delle fiabe (Im p. 10):

Ecco il preludio della grande crisi, il ballo a corte: “Come fu così agghindata, ella salì in carrozza; ma la madrina le raccomandò sopra ogni cosa di non passar mezzanotte, avvertendola che se restasse più lungamente al ballo la sua carrozza ridiverrebbe zucca, i suoi cavalli sorci, i lacché lucertole, e che le sue belle vesti riprenderebbero la sua antica forma”.

Il mistero del tempo e la legge del miracolo sono indicati in queste poche parole con leggerezza estrema e tuttavia con quale risolutezza. A che può condurre l’infrazione di un limite se non al regresso tragico nel tempo, al risveglio, il mattino, sulle ceneri fredde? Cenerentola sfiora, nella terza e più gloriosa notte di ballo, quel precipizio: e per schivarlo, fuggendo all’impazzata, non si cura di perdere il suo scarpino di vaio, di rinunciare a un lembo del gratuito, estatico presente del quale una potenza l’ha rivestita. Ma ecco, sarà proprio quel filo, lo scarpino di vaio, a ricondurla al principe. La sua perdita volontaria diverrà il suo guadagno.

Si noti quali piccoli segni Cristina Campo riconosca e interpreti a fondo.

Dein Verlieren ist dein Fund, “il tuo perdere è il tuo trovare”, scriveva Taulero (il domenicano confratello e discepolo di Eckhart, diffusore del suo pensiero e suo difensore).

L’obbedienza di Cenerentola è una sorta di percorso iniziatico, che sfocia in una giustizia, in un premio a chi ha affrontato la necessità, il dovere, la realtà presente. Non si fa sedurre dal ballo, dagli splendori, Cenerentola, è concreta, ossia è spirituale, come sopra ci hanno già mostrato i testi citati. Cenerentola rispetta infine il patto allo scoccare della mezzanotte; è forte, sa dominarsi e andare oltre se stessa. È vero per lei quello che dice Agostino, nulla infelicitas frangit quem nulla felicitas corrumpit (e lo dice, naturalmente, in chiasmo-risoluzione degli opposti).

E anche quella di Cenerentola è attenzione weiliana; come è umiltà la sua lunga pazienza accanto al focolare, la sopportazione delle offese delle sorellastre. E, nel suo destino, la fata madrina interviene solo ad un culmine della sua sofferenza-privazione, e senza che Cenerentola chieda:

Spesso dovuti alle buone opere del passato (“il bell’uccellino, liberato, gridò allontanandosi: A buon rendere, Enrico!”) tali pegni entrano in gioco nell’attimo dell’estremo pericolo: l’attimo nel quale la stanchezza si confonde alla tentazione di voltarsi indietro, di gettare uno sguardo sulla strada percorsa – così lunga, e così inutile –, sembra. Voci inseguono lungo quella strada, mani si protendono... Voci e mani che turbano la mente perché implorano soccorso, scongiurano di desistere, promettono meravigliose tenerezze e riconoscenze. (L’iniquo pappagallo, custode della rosa proibita, non istiga Blondine a impadronirsi di quella rosa, la supplica di liberarla...).

A tali richiami non può darsi che una risposta: quella che insegnò in sempiterno a valicare d’un balzo il gioco delle forze: “Non di solo pane vive l’uomo...” o “Non tenterai...” (Im p. 34)

Notiamo l’eco weiliana (“il gioco delle forze”), e notiamo inoltre come la materia fiabesca s’innesti con naturalezza, in questi saggi, sul ramo dei testi sacri; e dopo le due sublimi litoti evangeliche, accostate a tentazioni quali quella della rosa per Blondine (o del ballo per Cenerentola), passiamo ad una diversa esemplificazione della necessità della prova, per l’uomo spirituale:

Un precettore orientale non parla diversamente, là dove asserisce che il discepolo deve camminare per arrivare, spingersi avanti con la forza del suo spirito al fine di ricevere la sua illuminazione. Il compiersi dell’illuminazione è pari al subitaneo schiudersi del loto o al ridestarsi del sognatore. Non è dato aspettarsi la fine di un sogno, ci si desta spontaneamente quando il sogno è finito. I fiori non si apriranno se ci si aspetta che s’aprano, ciò avverrà da sé quando il tempo sia maturo. L’illuminazione verso la quale si procede così non si raggiunge. Essa verrà da sé, quando il tempo sia maturo. (In medio coeli, Im p. 18).

L’illuminazione, o la fede, sono cioè un essere, un interiore trasformarsi, non già un avere.

Citavamo poco sopra Taulero, “il tuo perderti è il tuo trovarti”: questo affidarsi-fede, questa eckhartiana Gelassenheit, questo essere nell’essere, che è del pensiero mistico speculativo, è proprio anche dell’eroe o dell’eroina di fiaba:

“Chi getterà la sua vita la salverà”. Madame Le Prince de Beaumont, in Belinda e il Mostro, conduce lo stesso tema [scil. di Cenerentola] sino a zone ancor più delicate ed occulte. Come ogni fiaba perfetta, anche questa ci mette a parte dell’amorosa rieducazione di un’anima – di una attenzione – affinché dalla vista si sollevi alla percezione. Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo? L’amicizia del Mostro per Belinda è una lunga, una tenera, una crudelissima lotta contro il terrore, la superstizione, il giudizio secondo la carne, le vane nostalgie. Non diverso dall’indugiare di Cenerentola al ballo è il ritorno a casa di Belinda, che per poco non costerà la vita al Mostro. È, per l’una e l’altra fanciulla, il rischio di una ricaduta nel cerchio magico del passato che può devastare, come un gelo fuori stagione, ciò che ha così lungamente atteso di sbocciare: il presente. È l’ordalia di Belinda ma Belinda non lo sa. Infatti, essenzialmente, è l’ordalia del Mostro.

Quand’è che il Mostro si trasforma in Principe? Quando il portento è divenuto superfluo [...]

Chiuso nell’egida dell’orrore e del ridicolo (“oltre che brutto purtroppo sono anche stupido”) rischiò l’odio e l’esecrazione di quella che gli era cara: discese agli Inferi e ve la fece discendere.

Non meno – e non meno follemente – fa Dio per noi [...] (Im pp. 10-11).

Si noti che questa sezione del saggio Una rosa inizia con una citazione dal vangelo di Giovanni (12, 25), e che ciò che porta a soluzione il dramma dei protagonisti della fiaba è la conquistata attenzione di Belinda, che passa via via, dal pregiudizio esteriore sulla bruttezza, ad una verità sottesa, la bontà, la generosità magnanima del Mostro, la nobiltà estrema dei suoi comportamenti. E tutto il passo, o meglio il senso della fiaba, è una grande litote, questo ragionare e vivere per contrari, nel farsi uno dei due opposti o estremi, si tratti di comportamenti o d’altro: vivere o ragionare anche paradossalmente, per ossimori e iperboli; tutti strumenti della narrazione fiabesca, e altresì strumenti fondanti del linguaggio spirituale, dei santi e dei mistici.

Leggiamo dal saggio Della fiaba (Im p. 29, passim):

Bellezza e paura, poli tragici della fiaba, sono i suoi termini, insieme, di contraddizione e conciliazione. I più carnali terrori non valgono a stornare l’eroe di fiaba dalla più irreale bellezza e la natura di quella pazza ricerca è svelata dalla qualità dei cimenti che egli dovrà superare, delle virtù che gli occorreranno per farlo. Le tre teologali, sì, ma anche tutte e quattro le cardinali, e i sette doni dello Spirito per soprammercato. [...]

Eroi e bardi della fiaba assoluta, la fiaba delle fiabe, furono in ogni secolo i Santi. [...] Persino alla corte di Re Sole corsero fiabe che non erano in realtà se non parabole: Belinda e il Mostro, La gatta bianca.

[...] Il cammino della fiaba s’inizia senza speranza terrena. L’impossibile è subito figurato dalla montagna, alla semplice risoluzione di affrontarla occorre un sentimento che faccia punto archimedico fuori del mondo. “Qualunque cosa pur di salvare mia madre”, è la formula simbolica che apre l’ingresso alla quarta dimensione. Essa opera ciò che un mistico ha detto dell’orazione: sradica per così dire la montagna dalla sua base, rovesciandola sulla sua cima. Da questo momento l’eroe di fiaba è un folle per il mondo.

Dopo una simile professione di fede – vale a dire di incredulità nella onnipotenza del visibile – le diverse ordalie non saranno che modi di perfezione, confermazioni di quella fede insensata. [...]

Di certe pesche si dice in italiano che hanno “l’anima spicca”, il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne, o, se vogliamo, l’anima dal cuore, è chiamato l’eroe di fiaba, poiché con un cuore legato non si entra nell’impossibile.

[...] Come i vangeli, la fiaba è un ago d’oro, sospeso a un nord oscillante, imponderabile, sempre diversamente inclinato, come l’albero maestro di un vascello su un mare ondoso.

Offre di volta in volta la scelta – ma è una scelta velata da veli sempre diversi – tra semplicità e sapienza, durezza e soavità, memoria e oblio salutare. [...] Nessuna Scrittura offre precetti buoni per sempre, o negherebbe la vita. Enigma ogni volta nuovo e nuovamente proposto; mai risolto se non nell’ora decisiva, nel gesto puro: del tutto sciolto dalla indigente esperienza, alimentato, giorno dopo giorno, di visione e silenzio.

Si noti la chiarezza: la legge, il precetto buono per sempre, nega la vita, la vera vita, regolata sullo Spirito, che è movimento, sempre nuovo divenire, come i cieli nuovi citati più oltre.

I testi di Cristina Campo sono così densi, impeccabili, che nulla è più difficile che tagliarli; le sue parole, pesate su raffinatissima bilancia di cuore-intelletto, andrebbero d’altra parte spesso sottolineate, per fare avvertito il lettore della loro profondità, quasi celata nella elegante precisione-semplicità di stile. Non possiamo che chiedere al lettore di leggere e rileggere, per intero, i saggi che qui abbiamo citato, ma di leggere ancora prima le fiabe, evitando riduzioni ‘moderne’ e penose; e di tornare ai passi evangelici e biblici da Cristina Campo citati.

“Ma di Dio non so niente”

Sulla fiaba e sui vangeli Cristina meditò fin dai primissimi scritti, possiamo supporre da prima dei suoi vent’anni; li rielaborò poi in più punti, sia nei concetti sia nello stile, ma la sostanza dei saggi è già precisa fin dall’inizio, dal volumetto Fiaba e mistero (Vallecchi 1962).

Mirabile ci appare quindi il dono di finezza e di profondità di cui la scrittrice fu portatrice; come lo fu (secondo l’espressione tanto pregnante che Alberto Folin applica a Leopardi) di un “destino di pensiero”.

Qui, nella scansione interlineare di un testo oltre il testo, possiamo leggere quello che sarà il pensiero dominante di Leopardi, e cioè la consistenza filosofica e conoscitiva dell’immagine, intesa non come mera configurazione visiva, ma come forma, idea e concetto (A. Folin, Pensare per affetti, Marsilio 1996, p. 74).

Destino di Cristina, l’essere pensatrice; il pensiero religioso malgrado lei, vorrei dire, che poteva scrivere in una lettera inedita a Margherita Dalmati, sia pure nel 1955: “E con Dio continuiamo a girarci intorno, come due armati di lancia che cercano il punto giusto per colpire”. E in un altro passo del medesimo testo: “Veramente è difficile esser poeti, cioè strumenti di mediazione, senza la fede esatta. Io tento a volte – mi trascina una forza – ma di Dio non so niente”.

Il niente sapere di Cristina ci richiama in nuce quello del pensiero mistico negativo, come il poretiano nulla sapere, nulla volere, nulla essere, identico anche all’eleganza spirituale, alla profondità, al silenzio.

Chiudiamo con il passo conclusivo del saggio Della fiaba (Im p. 41-42):

La lunga fedeltà del folle, da ascetica e mistica, diventa alla fine apostolica. Al termine della sua discesa agli Inferi, della sua salita al Carmelo, lo attende la misura traboccante, il mondo per soprammercato. Non soltanto l’oggetto del suo impossibile amore ma tutti quelli a cui seppe rinunciare per esso. Non soltanto la sua vita che non volle salvare ma le vite di tutti quelli che ebbero parte – buona o cattiva – alla santa avventura. Il bosco disincantato si anima di figure. Sorgono pallide, dal loro bagno di sangue, le mogli di Barbablù. Persino i teneri, i furbi animalucci che servirono l’eroe come istinti sottili, riacquistano grazia, dignità umane... Terra nuova, cieli nuovi intorno a uno spirito trasformato.

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