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Pass dopo pass

I nuovi sonetti di Lilia Slomp Ferrari

Mi viene da sorridere se penso al sonetto che Lilia pubblicò sulle Ciacere en trentin , più o meno una trentina di anni fa, e io scrissi che quel suo parto non era molto ben riuscito se è vero che vi si potevano individuare alcuni endecasillabi zoppicanti e soprattutto non ripeteva nella seconda quartina e nella seconda terzina lo schema delle rime della strofa precedente. Lei si dimostrò una donna intelligente: abbozzò, studiò meglio la metrica dei sonetti, e quelli che scrisse in seguito erano tecnicamente a posto e spesso tra le sue cose migliori. Nella storia della poesia trentina in dialetto questo “format” lirico nato in Sicilia alla corte di Federico II otto secoli fa, (una genialata italiana regalata al mondo…) è stato molto frequentato: da Gustavo Chiesa a Bepi Mor, da Arcadio Borgogno a Silvano Forti, a Giorgio Brentari … (per citare solo i poeti che hanno scritto una o più raccolte di sonetti).

A questi si è aggiunta ora Lilia Slomp Ferrari con questo Pass dopo pass, 60 sonetti scritti nell’arco di due anni e mezzo. Una raccolta di poesie per molti aspetti sorprendente, in gran parte nuova , sia formalmente che sostanzialmente. Cercherò di spiegarlo, andando a indagare aspetti, aree e prospettive che le due - pur notevoli- introduzioni di Nadia Scappini e Paolo Ruffilli hanno lasciato in ombra. Cominciamo dalla novità della quasi totale assenza della punteggiatura. È un espediente che alleggerisce, che rende più agile la scrittura poetica, la fluidifica, la concentra. Sin dagli inizi una delle ragioni della popolarità di questa poetessa sta nella sua musicalità.

Nadia Scappini nella sua introduzione cita un passo della mia prefazione ad Amor porét (1995), quando scrivo di “una musica che ha l’eleganza di un rondò settecentesco a cui si intrecciano i suoni di una rustica pavana”. Lei ha rapito questa musicalità a poeti come Arcadio Borgogno o Marco Pola, illeggiadrendola con movenze e civetterie tutte femminili. Ma, attenzione, c’è del nuovo: la novità sta nell’uso della dialefe: Lilia ha scoperto che lo iato introdotto nell’endecasillabo gli dona una musicalità particolare e ne fa un largo utilizzo (anime vive, anime brusade; en le só ale che par ‘n aquilón; de n’esistenza ancóra mai scrita; ecc.). Una novità non sono le parole rare, desuete che in questa silloge sono frequenti (smamì, sdruciolar, sdrèl, stramissiera, talambar…) usa.

La novità, sta nell’intarsio con gli italianismi o addirittura con parole italiane. Ho chiesto a Lilia le ragioni dell’uso di italianismi come fortunal o sgretolar. E lei mi ha risposto che nella sua famiglia erano termini usati. Una sorta di lessico famigliare, dunque. La spiegazione può andare bene per alcune parole, ma non per altre. “ Stilét”, ad esempio, è una parola colta che certamente non era usata nel vernacolo della sua famiglia o di altre del popolo. Allora la ragione è un’altra: lei usa liberamente italianismi e parole della lingua nazionale quando lo ritiene utile. E questo non farsi schiava dei purismi depone a favore della sua maturità, di una maggior libertà e sicurezza di sé. Si sa quanto nella tecnica del bel canto sia importante saper gestire e sviluppare il respiro (arfi ) in trentino. E questa “cantatrice lirica in dialetto” ci rivela quando il suo arfi si sia ampliato.

Il caso limite è quello di Se podéssa in cui un unico periodo sintattico, ovvero un unico arfi ,si prolunga attraverso le prime tre strofe: un'unica apnea abbraccia undici versi. È un sonetto dall'accento visionario, non nuovo in lei ma mai così esplicitato , mai così scoperto come in questa silloge. Se potessi-dice Lilia - infilare nel mio ago l’ultimo raggio di sole che si stira cacciando la notte nella sua cuccia… E qui un’esplosione di metafore visionarie : “Entorno a le speranze che se ‘nmucia / sul car de l'Orsa che la se rimira / en quela luna piena che la ciùcia / el lat del firmament e la sospira // zercando la só ombra stramissiéra / binando a una 'l zich de ogni dòna / en tut quel vòit che la tèn pres onéra.” Mai nei cinque libri di poesia in dialetto precedenti la Slomp Ferrari era apparsa in danze visionarie così scatenate, ci aveva regalato una tale cornucopia di metafore. E lo fa in molti altri testi di questo libro, a volte anche - a mio avviso - eccedendo, lasciandosi prendere un po’ la mano. Ne scaturiscono allora versi sul filo dell’oscurità, dell‘incongruo. Come, ad esempio, in Sbréghi de dì, con versi in odore di esibizione, di artificio.

Un odore che non cogliamo in quelli che sono tra i sonetti più risolti di questo Pass dopo pass, quelli dentro il cerchio famigliare ( la nonna, la madre, il fratello Ezio prematuramente predato da un male implacabile). Delizioso Corài, dedicato alla nonna che recitava il rosario, con la chioccia che badava alla sua covata : “Entant i encanti i rudolava via / come corài da l’aria 'mpolverada / che slìpega silenzi en font al caltro.” Slìpegar (scivolare) viene qui usato, originalmente, in forma transitiva: è un verbo utilizzato da Lilia con frequenza, tanto da diventare emblematico di una condizione esistenziale segnata dalla precarietà. Le poesie invece in cui appare la madre, come Meténte el caso, sono tra le più tormentate, trasudano angoscia : “Mama che te me vardi da lontàn / con quei tó òci fredi che à sgrifà.” Un dramma senza spettatori si è consumato tra Lilia, una bambina ipersensibile, e una madre anaffettiva, (sul vial dei basi che no ò ciapà) : un rapporto tutto da psicanalizzare, a distanza di anni mai del tutto elaborato. E che tuttavia l’autrice fa diventare materia di tormentata poesia. E poi ci sono i sonetti in cui rivive il fratello Ezio: Fortunal; Man de ladro; La nòssa corsa.

Dove la morte serpeggia sottotraccia a tanta vita, a tanta a felicità d’infanzia: di fratellini spaventati ma abbracciati nel nubifragio; di melagrane rubate; di capriole sull’erba; di incantamento del fratellino davanti al ricam del sgól de na farfala. La disperazione, occupando il posto dello struggimento, esplode però in altre liriche come Al pass desmentegà de le parole: poesia che ha un incipit come “L’alba tradida al sòn de le ventale”; e un excipit che suona disperato: “En l’anima gh’è zighi disperadi / sgrifi de negro sóra i orizzonti / sempre pù arènt la màcia dele gròle. “Ma Lilia è una poetessa sorprendente, che capovolge il segno di certi sonetti come No gh’è pù strade, il cui verso conclusivo “drio la pariana zà me spèta el gnènt” . E così scrive Paura, che è una gran bella poesia d’amore ed eros: ”E quela vòia mata de basarte / dapertut, dapertut per cocolarte / 'ndormenzarne ensèma ‘mbamboladi / zugar a scondiléver coi pecadi / co’ le bosìe ancóra da contarte.”

Una lirica liberata dalle angósse, che conclude con due endecasillabi ancora una volta straordinariamente musicali, ariosi, coraggiosi: ”Zugar i dì che resta en le scarsèle / senza gavér paura de sgolar.” Emblematici di questa “cantatrice in dialetto” tra le più affascinati e intriganti del panorama nazionale.

Recensione
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