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I poli entro cui si muove la poesia di Paolo Ruffilli

la Scheda del libro

Possiamo dire che la poesia di Paolo Ruffilli si articoli nel racconto poetico di un lungo viaggio che attraverso luoghi geografici ed immagini di persone si trasforma a poco a poco in un viaggio interiore dai toni sempre più intensi: dalla terra arida e bruciata della Grecia (Un lago di polvere / agita / il mitico limite, / ristagna / in scheletri / di guerrieri fanciulli / la luce zenitale... ma la terra / e il sepolcro / scolpito dell'uomo) alla corposa ed effimera consistenza delle nuvole e del cielo: (Filo di nuvole / riemerse dal fondo / negli occhi del mondo. / Cielo smozzicato / a strappi e cuciture / viola rosato. / Fa che io lo tocchi / prima che scappi / con le mie paure.)

C'è dall'inizio della sua produzione fino agli ultimi due libri esaminati ("Nuvole" e "La gioia ed il lutto") un diverso atteggiamento, un punto di vista completamente mutato, che va dal particolare all' universale, dal suo grido di dolore in quanto uomo ad una ricerca di pace con l'obbiettivo pia o meno celato di trovare il fine ultimo dell'esistenza. In questo lungo viaggio dell'uomo-poeta hanno una diversa funzione ed una diversa importanza la natura, la famiglia, gli amici.

A ciascuna di queste entità nel suo iter Paolo Ruffilli ha dato e ricevuto qualcosa, da tutte e tre sembra essere stato toccato nel profondo, ma preferisce sorprendere ed osservare la famiglia quando non c'è più vita, gli amici invece quando gli manifestano i loro sentimenti e la natura in entrambi i casi: (La quercia delle gazze-morte; Nuvole-vita).

Come abbiamo accennato circa la natura si potrebbe dire molto già dal primo libro ("La quercia delle gazze") che, oltre a farci intravedere il visitatore nella condizione di un nomade lupo, sottolineando il suo grosso disagio esistenziale, accumula paesaggi terrei e calcinati, quartieri putridi ed una dissonanza che squarcia l' anima e interrompe i cicli. Questo libro e un testo completamente nuovo per la rivisitazione che si fa della Grecia, lontanissimo dalle immagini a cui ci hanno abituato D'Annunzio e Quasimodo. Ruffilli ha il pensiero sgombro da ogni visione di tipo classicistico, preferisce scrivere quello che vede, non quello che sa sulla Grecia. Possiamo pensare ai due viaggi fatti dai rispettivi poeti in Grecia. Quello di Quasimodo 6 del 1956, quello di Ruffilli è del 1972, in piena dittatura sotto il regime di Papadopulos.

Il primo poeta nella poesia "Seguendo l'Alfeo" si sforza nella ricerca di riannodare i legami con le immagini dell' inconscio collettivo: "La continuazione quieta ed indistinta / Olimpia, come Zeus come Era / ".

Mentre il secondo nel giungere a Taso (Approdo a Taso) cosi vede la natura: Luna carbonizzata / sul blocco d' antracite / fa sanguinare / gli anfratti / in ombra densa /.

Da questa visione tragica e globale Paolo Ruffilli si discosta con il libro "Diario di Normandia", nel quale la critica ha ormai individuato il punto di svolta della sua poesia. Esso indugia sugli esterni, in prevalenza mare, cielo e spiagge descritte nei loro cromatismi. Ma non c'è solo questa novità, Ruffilli sembra aver trovato la sua tecnica che ripeterà nei libri successivi, quelli che hanno accresciuto il suo successo, ossia "Camera oscura" e "Nuvole".

Per la prima volta qui il poeta comincia da una descrizione concreta di paesaggio e prosegue poi con considerazioni esistenziali, o banali notizie sul sé o profonde riflessioni sulla vita o sulla poesia. Ma in questa acquisita fattura c'è da considerare un altro aspetto, La estraneità di Ruffilli, la sua mancata partecipazione, fino a quando ad un paesaggio di questo libro a nostro avviso molto importante si dà il segnale per gli sviluppi successivi, al contrario più riflessivi, sacralizzati o estasiati di fronte alla natura.

Qui il poeta di fronte ad un relitto sulla spiaggia di Bernières dipinge cosi la natura: "Il relitto / sul lido delle dune / poggia sul fianco / inerte e gonfio / ... Ha un che di sacro, / fermo nel tempo. / E un altare / su cui i gabbiani / si lanciano stridendo. / La lenta processione / non si arresta. / Ognuno resta muto / per un po' / fisso nel vuoto".

E' cominciato in quel senso di estaticità che dominerà in assoluto nel libro "Nuvole" e che continua poi la sua strada fino a "La gioia ed il lutto". Il poeta che visitava prima la Grecia con occhi di lupo e che sembrava quasi privo di vibrazioni in Diario di "Normandia" raggiunge in "Nuvole" risultati contrari e percepisce un misurato mistero: "Schiere di nuvole, / livido rimbalzo / della scia lunare, / cielo nero ebano / blu notte cobalto / cielo del mistero." Da sottolineare inoltre la capacita di trovare agganci innovativi con la fotografia per poetare e ragionare attraverso di essa su temi antichissimi come Dio, la natura e il tempo.

Un ultimo passaggio e determinato infine dal libro "La gioia ed il lutto", ove si traccia un discorso fra filosofico e metafisico con un aggancio al reale attraverso la malattia dell'A.I.D.S.

Il poeta traina un discorso filosofico-esistenziale che ha per compagna la morte senza appesantire o isterilire fino a giungere all' inevitabile fine, ma nel contempo innalza a Dio una preghiera: "0 Dio nascosto / ma forse non lontano / agognato e inseguito / senza essere stanato / o Dio segreto del cuore e della mente... portalo di la / oltre il fosso grigio / del nostro disamore / e fallo lì planare / nel lieto tuo alveare / dal fondo dell'abisso / nel fiore del tuo fiore.

Il viaggio attraverso i luoghi geografici è finito nel cielo per approdare nel mistero di Dio, da stanare in qualche angolo dell'universo, mentre per quanto riguarda gli affetti Ruffilli si confronta con le immagini fissate dall' attimo nelle foto. "Camera oscura" è stato considerato a buon diritto il suo libro migliore per l'originalità dell'invenzione poetica, la tecnica da grande maestro e quella "povertà raffinata" di cui parla Giovanni Raboni. Nella singolare silloge e molto interessante considerare anche la condizione esistenziale del poeta che pare sintetizzarsi nell'ultima poesia: la famiglia letta attraverso le foto, che evidenziano un dato, un segno, un momento, a comunque perduta. E la perdita totale, in quanto non c'è memoria (di solito esiste la memoria di ciò che è importante) e non c'è nostalgia (sentimento di dolce rimpianto che si prova per ciò che è stato bello o caro e non esiste Ruffilli non sa se i vari personaggi familiari sono amati o non amati; comunque sicuramente estranei, sconosciuti, proprio perché la loro stessa capacità di soffrire, di essere, di vivere, di porsi è sempre stata congelata e fissa come nelle foto, non riuscita ad essere partecipata, per cui non ci sono residui, non c'è resto.

La spazialità della natura e la fissità temporale delle foto hanno quindi due funzioni diverse, nella prima l'io si ritrova e si ricongiunge col tutto, nella seconda rischia di perdersi, o meglio ancora di frantumarsi fino poi a suggerire una soluzione pacificatoria: "La scoperta che i tanti minimi / e spaiati tratti / appartengono allo stesso / sistema generale fatto di parti / e di rapporti / che hanno perfino / un senso, nel loro / disordine totale".

Rimangono gli amici. Con loro Ruffilli comincia a dialogare già da "Quattro quarti di luna". Sono Mario Cicognani, Filippo Maria Pontani, Gianni Ritzos. Questo libro ci spinge molti passi avanti rispetto al primo, si esamina il fuori ed il dentro anche attraverso l'amicizia. La parte più importante assegnata all'amicizia a quella che si sviluppa comunque in "Piccola colazione" ove le amicizie sono femminili.

La coppia che si forma inventa vari giochi e spesso la parte del leone la fa il corpo con le sue profonde esigenze, mentre l'anima (se così si può dire) viene relegata a fare la conta dei doveri e delle paure e diviene anima pura, che ricerca l'unità, l'ingenuità, la purezza.

Anche nella sezione successiva "Per amore o per forza" il poeta è immerso nuovamente in uno stato d'innocenza, quasi meravigliato di questa nuova condizione, tanto da viverla con gli occhi di un bambino. E' un Ruffilli nuovo, inedito, ingenuo e alleggerito dai pesanti bagagli esistenziali che di solito lo tallonano.

L'amicizia e l'amore servono appunto a gettare un ponte fra sé e l'altro, a verificare un'intesa che si era dimostrata sterile nella famiglia originaria.

Possiamo concludere che quella di Ruffilli e una poesia ricca per i temi svolti e per le esperienze portate sulla carta. In una parola una poesia autentica e viscerale, non certo costruita a tavolino o nei circoli culturali; una poesia che si interroga continuamente fino a darsi delle risposte ed a permettere la comunicazione col ritmo giusto, con le pause, col verso nitido e colorito e quando necessario con rabbie e nostalgie classicamente vissute.

In queste passeggiate dilatate nel tempo e nello spazio che fan tutt' uno con i suoi frequenti viaggi Ruffilli sembra assegnare un posto prioritario alla memoria, una memoria espansa sul ritmo fermo della scrittura ora accorata, ora smemorata, ora attonita. ora incantata, ora stupita dalla complicità delle sensazioni.

Con il suo saggio sulla poesia di Paolo Ruffilli, Pina Frascino Panussis colma certamente un vuoto lasciato dall'indagine critica novecentesca (e dei nostri giorni) relativamente a un poeta la cui tipicità, rilevabile soprattutto lungo quei personali ponti stilistici posti a collegare le peculiarità del linguaggio e le essenze del contenuto, avrebbe oggi dovuto risultare sbalzata e acquisita.

L'autrice, tra le vane e puntuali proposte di angolature esegetiche, si sofferma sul diverso marchio visivo — e quindi sostanziale — che, per esempio, distingue la Grecia (ancora, a suo modo, archetipica) di Ruffilli dalle diverse, ma lo stesso intellettualisticamente implicative, apparizioni della Grecia dovute a D'Annunzio e, più tardi, a Quasimodo: e già questa, di per sé, una focalizzazione d'analisi nuova e necessaria, soprattutto in quel panorama globale percorso dai numerosi suggerimenti di lettura avanzati dalla Frascino Panussis, poiché sempre e comunque la poesia dovrà fare i conti con le proprie radici e i propri specchi, con le coordinate della tradizione, con to spirito ribelle e contraddittorio connaturato alla stessa parola poetica.

Un saggio, dunque, dove parlando di una scrittura si viene, con naturalezza e legittimità culturale e dialettica, a parlare di scritture.

Recensione
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