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Le occasioni del pensiero

Riteniamo che il modo migliore per avvicinarsi all’opera di un poeta sia partire da quanto egli stesso dice di sé.

Nel volume “Scrittura e pacifismo” del 1993 la Scibona ci fornisce le tappe del suo itinerario soffermandosi sull’effetto che un’invalidante paralisi ha provocato su quella che era già diventata un’abitudine di scrivere. La malattia accentua questa abitudine, da principio per esorcizzare il tempo e sconfiggere il tarlo della morte, più tardi per innestare un processo introspettivo che partendo da sé, si dilaterà agli altri, alla realtà, fino a giungere nel “Tempo sospeso” ad una ricerca del Trascendente.

L’evoluzione della ricerca spirituale, questo camminare solo in senso interiore, senza crogiolarsi nella sofferenza, permetterà alla poetessa di coltivare l’utopia del sogno e dell’eros negato, di percorrere il sentiero dell’immaginario come fosse realtà, così che lo scrivere diventerà finalmente un atto di libertà ed i contenuti di questa scrittura saranno viaggi, spaccati familiari, l’universo femminile con le sue giuste aspettative, il silenzio come distacco dagli eventi, l’altalena fra pathos e logos che condizionerà i rapporti con gli altri, il valore della amicizia, che farà capolino timida e poi si suggellerà superba e corrisposta, la sofferenza che sola le permetterà di conoscere la verità, la rassegnazione vissuta nel vuoto delle ore, la ricerca di una consolazione cristiana e finalmente, dopo il lungo percorso, tutti gli iceberg della poesia della Scibona sembreranno trovare un unico asilo nel suo giardino interiore, dal quale l’amore, nonostante questa precaria condizione di disabile e disutile, non è mai scomparso. L’amore, se non può essere vero, è immaginato:

Ma ognuno nel giardino
interiore anela un amore
esclusivo e duraturo.

Mai quindi un momento di stizza, un’ira soffocata, un rancore fra le righe; c’è davvero nella poesia della Scibona una vittoria del logos sul phathos.

Ma nello stesso tempo c’è una delle differenze che corrono fra la piccola e la grande poesia.

Come avvertì già il poeta Saba: “Solo là dove il bambino e l’uomo coesistono, in forme il più possibile estreme, nella stessa persona, nasce (molte altre circostanze aiutando) il miracolo. Se l’uomo prevale troppo sul bambino (Montale ci suggerì, per questo caso, il venerato nome di Goethe) il poeta, (in quanto poeta) ci lascia freddi. Se quasi solo il bambino esiste, abbiamo il poeta “puer” (Pascoli). Questa affermazione di Saba è illuminante ed ormai indiscutibile.

La Scibona in una delle sue poesie terminali del “Tempo sospeso” così si presenta a noi:

“Tallonati dal dolore
conserviamo nel cuore
l’intatto entusiasmo
dell’infanzia perduta.”

Il dolore è una conoscenza che si fa di solito da adulti là dove l’infanzia è rispettata, la sofferenza e la terribile angoscia della solitudine di solito non tallonano l’infanzia, ma la Scibona ci avverte che sebbene da adulti siamo tallonati dal dolore che sembra non concederci neppure un attimo di tregua “conserviamo nel cuore/l’intatto entusiamo/dell’infanzia perduta”. Ed ecco il miracolo di cui parlava Saba, la grande poesia che si separa dalla piccola poesia. Il cuore dell’uomo razionale, abituato ormai al logos, si è salvato, non si è imbarbarito, non recalcitra impazzito di fronte al dolore; lo accoglie in sé, lo accetta, sa che fa parte del sistema più grande dell’universo. Perfino Leopardi aveva rifiutato il dolore, trasferendo in una natura cieca la sua disperazione e fornendoci d’altra parte un sistema robusto di certezze che è valso a disegnarci anche il suo sistema filosofico lucido e ineccepibile.

Lo spessore di tale sistema filosofico senza alcun dubbio non ha confronti, tuttavia il coraggio e la coscienza della Scibona sono altrettanto lucidi e sofferti.

Ma vogliamo aggiungere un altro elemento positivo circa la poesia della Scibona. Questo soprattutto perché in un’epoca scarsa di valori, nella quale i più si avvicinano alla poesia per imitazione e per narcisismo con la prospettiva di raccogliere premi e lodi scimmiottando i grandi poeti di ieri ed adulando i pochi poeti di oggi, la poesia di M. Teresa Scibona è, per dirla ancora una volta con Saba, una poesia onesta.

Avvertiva il poeta triestino in un passo del 1911 tratto da “quello che resta da fare ai poeti” che “Chi non fa versi per il sincero bisogno di aiutare col ritmo l’espressione della sua passione, ma ha intenzioni bottegaie o ambiziose e pubblicare un libro è per lui come urgere una decorazione o aprire un negozio, non può nemmeno immaginare quale tenace sforzo dell’intelletto e quale disinteressata grandezza d’animo occorra per resistere ad ogni lenocinio e mantenersi puri ed onesti di fronte a se stessi: anche quando il verso menzognero è, preso singolarmente, il migliore”. Questa affermazione di Saba sembra calzare a pennello nel nostro caso, pure nel già citato “Scrittura e pacifismo” la Scibona afferma che lo scrivere è sempre stato un punto fermo della sua esistenza, che ha assunto un ruolo di vitale necessità dopo la paralisi invalidante. L’effetto terapico della scrittura fa trovare alla Scibona un nuovo equilibrio interiore, il tenace sforzo dell’intelletto le permette una vera sopravvivenza e la grandezza d’animo si dilata verso il vero.

Vogliamo comunque disegnare meglio la specificità di alcuni temi che la poetessa tratta esaminando alcune sillogi in particolare.

Ne “Il mio terreno limite” silloge datata 1984, quello che la poetessa chiama “atomo d’argilla” che imprigiona anima e corpo assurge a titolo emblematico del primo volumetto. Una prima scelta non casuale quella della Scibona, eternamente sospesa a metà tragitto tra sangue ed anima, limiti fisici e liberi cieli. Ed in quest’altalena, che si ripropone spesso in quasi tutte le liriche con accenti ora caldi ora più sfumati, con voli teneri accanto ad agri mattini, a noi piace sottolineare il canto della poetessa quando si dispiega sereno a contemplare la luna e le colline senesi. Da un lato la terra sconosciuta del nostro satellite resterà enigmatica, dall’altro fra le note fiorite colline senesi la Scibona spera di riposare. Due paesaggi molto diversi e molto lontani che la Scibona sembra ricongiungere in un unico sogno ed in una unica visione cosmica, quella di un alveare con un’ape regina (la luna) e di nuovo quella di un alveare pieno di miele nella quiete agreste della terra senese. Se leggiamo attentamente i versi di “Alla luna” e di “Ritorno alla terra” non possiamo non notare come il senso cosmico leopardiano sia assorbito e restituito in forma nuova, originalmente vissuta, adatta anche alle “stolte” scoperte dei tempi moderni.

In “Alla luna”

Enigmatica luna,
come l’ape regina
di stellati alveari,
ammicchi suasiva
al giorno spossato
che muore.

E in “Ritorno alla terra”

Mielano in dolci bugni
le api dorate,
e nell’agreste quiete
che al tempo sopravvive
cessa lo sgomento di vivere
e grato mi diviene
anche il morir.

Leggendo la Scibona non si può non pensare al Leopardi, riteniamo che non sia una forzatura pensare alla sostituzione di “silenziosa luna” con enigmatica luna e “il naufragar m’è dolce in questo mare” con “e grato mi diviene anche il morir”.

Il canto che il pastore errante dell’Asia innalza alla luna con quel tratto irresistibile d’interrogazione:

Che fai tu, luna, in ciel dimmi? dimmi che fai
silenziosa luna?

Ha per risposta il silenzio, il canto della Scibona invece si veste d’enigma e “stolto” appare alla medesima quel confondersi degli uomini con zolle e bandiere, quasi potessero sciogliere l’enigma come felice bambini.

Più oltre dal messaggio dell’Infinito di Leopardi si passa ad una terra tutta fiorita e circoscritta, incredibilmente amata dalla poetessa e che non ha niente di infinito, ma solo apparentemente, perché dopo coloratissimi versi, di un’amabile musicalità si torna all’immagine dei bugni e quindi alla quiete agreste che interrompe lo sgomento del vivere. In Leopardi il naufragio è dolce nel mare dell’infinito e diventa dispersione di un atomo nell’universo, nella Scibona la terra (non il mare) quieta scioglie il contatto con la morte che la rende gradita. In entrambi i poeti un senso di voluttà e di dolce piacere dello sparire individuale nella vita universale.

Fra gli altri argomenti che abbiamo individuato ci sembra che quello che riguarda l’universo femminile e la sua coscienza collettiva sia tra i più interessanti, se non altro perché il tema più generale della solitudine ne è compreso. Nella silloge “I giorni del desiderio” del 1988 la Scibona dedica diverse poesie allo spaccato familiare ed al suo rapporto con l’amato che di giorno in giorno si logora. Già Gabriella Sobrino nella sua acuta analisi che introduce questo libro sottolinea: “La Scibona riesce a dare grandi e melanconiche presenze con una poesia contesa tra una continua domanda di verità ed un abbandono ad un’apparenza di frammenti reali” e più avanti “… la poetessa raggiunge verità liriche senza condizionamenti, non distrugge la cronaca, ma la sottolinea senza traumi, con una trasparenza fisica e precisa…” Così in “Rievocazione sentimentale” la vita coniugale è già spenta nelle abitudini con la complicità del tempo:

…il tuo sguardo fasciante s’adagiava
sull’abituccio d’angoretta nera,
che aderiva al mio corpo ancora acerbo
in quella dileguata primavera.

Avvolto da una nebbia d’apatia
rincasi coi pensieri incapsulati

E sono qui, respinta o attratta
alla mercé del tuo difforme umore
dietro l’avverso muro di giornale
che delimita il desco.

E sono qui, irrisa dagli affetti
del nostro debellato sentimento
con la mente protesa a carpire
il momento, di non piacerti più.

Vinta dall’arrogante tuo distacco
adusa a maritale dipendenza
intrisa di pazienza, son qui
irruvidita da un amor coatto.

ove quel “E sono qui” ripetuto due volte ed affiancato da “Respinta, attratta, irrisa, vinta” suona già il ritratto della coscienza perdente dell’universo femminile di cui dicevamo prima. E come se ciò non bastasse l’ultima strofa delinea ancora con maggiore precisazione i contorni e le angustie del rapporto coniugale: “Intrisa di pazienza, son qui/irruvidita da un amor coatto”. Tutto ciò è diventato realtà, mentre nella stessa pagina, nella poesia “Fatica di vivere” si legge: “Solo tu poesia/figlia della mente/scrolli la solitudine/e mi porti dove le fresie/stordivano i grilli di promesse…/Allora la gioventù smaniosa/e dispersiva aveva attese/infinite; il desiderio/ di libertà invadeva il sangue/caldo e ribelle e nelle vene/fermentava la vita”.

Contro tutte le attese della gioventù sembra essere rimasto alla Scibona solo un amore che la sciupa, che la rende irruvidita com’ella stessa scrive con tanta precisione. Mai aggettivo potrebbe essere più calzante e rendere meglio lo stato d’animo e il comportamento di chi è stato “ruvidamente offeso”. Solo così si spiega il secondo passaggio e il secondo atteggiamento che si rileva dalla poesia successiva: “Il grande assente”, ove il grande assente è solo l’amore, quando non è più protagonista di nessuna unione.

Leggiamo:

“L’ultima disperata seduzione

per riscoprire il tempo e il ritmo
della nostra intesa…

Non c’è margine ormai
che l’ignare fiducia che motiva
furtive scorribande
per le inalienabili libertà.
Così dissimili da quelle infedeltà
femminili, vissute con la mente.

Con un tardo armistizio,
ti mostro il bollettino delle spese
e dirotti il velluto dello sguardo
con fastidio palese

Ora sono arroccata sulle vette
orgogliose della mia posizione
e non sono più succube
dell’astuto predone
dai magici amuleti
che si era impadronito
delle zone selvagge
della mia gioventù.

Codardo soliloquio di commiato,
quanto ti ho amato mio canuto amore.

Molta più consapevolezza appare in questa seconda poesia. Consumato l’ultimo sforzo di un’impossibile seduzione la Scibona si sofferma sui piccoli problemi e sui dettagli della vita quotidiana: la fiducia e la libertà, l’armistizio, l’infedeltà vissuta e quella immaginata, l’orgoglio ferito, l’uomo padrone e predone, il silenzio (… arma spuntata) che non può portare che ad un “codardo soliloquio di commiato” e ad una troppo amara consapevolezza: “Quanto ti ho amato, mio canuto amore” ove quel canuto ha un valore poetico d’estrema rilevanza se si pensa che ci aspetteremo:

“Quanto ti ho amato mio perduto amore” ed invece con la sostituzione di “canuto” al posto di “perduto” il verso si scinde esattamente in due parti equilibrate per forza di immagine e per tensione poetica: da una parte la forza, la durata e la consapevolezza di un amore donato senza riserve, dall’altra la consistenza degli anni di un’intera esistenza riassunti in quel “canuto”, ma anche “perduto”.

Forse niente meglio di questo verso si adatta a quanto già la poetessa Gabriella Sobrino aveva intuito: “La Scibona riesce a dare grandi e malinconiche presenze” e forse anche, ci permettiamo di aggiungere, malinconiche assenze, nella constatazione amara che la fronte canuta, portandoci a considerare una vita già trascorsa assieme, contemporaneamente ci sottolinea l’avvicinarsi del trapasso e l’inevitabile, più totale perdita.

Con una parola sola la poetessa riassume passato, presente e futuro; presenza e assenza, quasi a rimproverare – in questo verso che suggella la poesia e la vita della coppia – al compagno amato che la separazione è avvenuta troppo tardi e per questo fa ancora più male a tutti e due.

A conclusione di questo argomento familiare la Scibona indugia e riflette sul personaggio della figlia che si trova ovviamente in un’altra stagione della vita. Nella lirica “Le due stagioni” la poetessa sembra assillata, come tutte le madri, nel proteggere la figlia da inevitabili disillusioni, quasi desiderosa di prevenire e avverte: “Verbali scontri/sono aggressioni metalliche, che diluisco con rinnovata/indulgenza./Non c’è orgoglio con i figli/né pavento i gradi/sottili dell’umiliazione/se mostro il senso reale/…vorrei solo sfoltire/i tormenti della insicurezza.

Forse le due stagioni permettono una diversa percezione della realtà e la più anziana delle donne sembra trattenere il segreto della “verità”, e della “insicurezza” o soltanto del “dubbio”.

Non potrà essere la madre per la sua stessa natura di madre, a cancellare illusioni, meglio mettere tra madre e figlia i “verbali scontri”, le “aggressioni metalliche” che permettono all’acuto stridio delle grida di non far percepire la parola della verità, la quale di solito è tanto più vera quanto è più sommessa. Molto delicato e molto sentito questo cosciente turbamento della poetessa, ma ancora più bella ci pare la rissa che sembra testimoniare sia quanto del proprio temperamento sia passato dalla Scibona alla figlia, sai quanto importante sia difendere l’amore filiale da un qualsiasi malaugurato evento. La Scibona che non aveva alzato la voce contro possibili rivali, ma che aveva tentato seduzione e silenzioso orgoglio, al passaggio di generazione alza la voce e grida per una difesa disperata ammettendo “e spesso si combatte/contro persone che amiamo.”

Ma a nostro parere la sua alta coscienza di madre è riscattata due volte, nella voce alterata e nel più ampio e disteso verso: “Non c’è orgoglio con i figli”che trova la sintesi nel bel disegno grafico di Giuseppe Amorini che affianca la poesia. Quasi in contrasto con la poesia stessa inoltre il disegno ci fa percepire quello che nei versi non era stato detto ed avvertivamo solo come pericolo: la disillusione e il bisogno di conforto della giovane figlia, che viene ritratta accoccolata ed accolta nelle braccia e nel seno materno, mentre il viso della madre, assorto e molto più in alto rispetto a quello della figlia sembra quello della sfinge e riassume in sé, con dignitosa compostezza, la coscienza collettiva femminile.

Coscienza collettiva femminile che ritroviamo in un’altra poesia nella sezione seguente dello stesso libro che s’intitola “La sequenza del tempo”. Tutta questa sezione è piuttosto varia e l’argomento si sposta da Siena a varie città visitate dall’autrice che sottolinea suggestioni diverse. Tra queste suggestioni appunto, al di là di quelle più scontate che appaiono in Metropolis e Jerusalem, la Scibona avverte il falso fascino di Marrakech: “Gli occhi berberi della donna/sfavillano febbrili/…Lei pavida colomba/prigioniera di arcane tradizioni/sogna fiabe d’amore/e notturne delizie./Sogna nuovi respiri/di occidentali libertà.

Questa sezione e la seguente restano comunque più discorsive, si allenta sia la tensione che l’ispirazione e la Scibona sembra indulgere al ragionamento come si avverte nella poesia “Sequenza del tempo” o ad un utopico stato di natura come in “Paradiso perduto” e “Ad un ipotetico aborigeno”.

Ricompare comunque martellante la mortificazione che la poetessa sembra talvolta infliggersi in “Bella di notte” e “Una donna è una donna” e dalla quale il pensiero pare non si possa allontanare.

Anche qui l’impostazione non è più solo personale, ma abbraccia inesorabilmente tutte le femmine (…tu, dispendioso accessorio…/tu, bellissimo oggetto) quasi la poetessa non sia più ormai capace di un riscatto, che sembra invece appena possibile nella poesia successiva.

Bisogna comunque arrivare alla sezione “Il vero ed il falso” per ritrovare i toni alti dell’ispirazione. Qui, passata ormai la tempesta e la più acerba costrizione, si delineano il valore del pensiero, la capacità di un sereno augurio, l’importanza del silenzio, l’approdo alla ricerca di Dio, il tutto reso in immagini efficaci su cui si eleva senza dubbio la poesia più bella (La gabbia d’oro) metafora della casa e delle stanze rivisitate e rimesse in ordine col cuore quasi rappacificato. Il dolore non se ne è andato, anzi è ancora presente e pressante ma si stempera in immagini ancora capaci di calore: “L’unico sole del mio specchio/che si moltiplica in sottili/lamine e si perpetua all’infinito”.

Un po’ più avanti la poesia raggiunge nelle due strofe finali il massimo dell’espressività e dell’equilibrio, insieme ad una mesta malinconia che ce la rende molto umana. “Nascosi alla rinfusa coi rimpianti/i drappi violi di malinconia./Robusta la ringhiera/che cingeva l’equivoco/dei vaghi sentimenti./Un florido ottimismo mi pervase/con agio e voluttà./Chiusi piano la porta dei ricordi,/il cancello della gabbia d’oro./La notte sorrideva sconfinata/quando scesi il sentiero libertà/e non mi volsi indietro.”

Il miracolo sembra finalmente compiuto. I ricordi sono chiusi senza troppo rumore e la vita che resta è un sentiero in discesa da percorrere ormai velocemente, non più “irruvidita”, ma soprattutto in compagnia della libertà e senza l’ostinazione di volgersi indietro. La Scibona si prepara così all’ultimo passaggio del libro, elevatissimo per la potenza d’immagini e per contenuti ritornando ancora una volta sull’amore coniugale, non più guardato tra le pieghe del quotidiano portatore di lunghi silenzi, di giornali distesi a nascondere verità inenarrabili, ma guardato insieme col coniuge o con un ipotetico qualsivoglia amore alla foce di un fiume.

Tutte e tre le prime poesie di questa nuova sezione sono incentrate sull’esame del matrimonio e sono dense di ripensamenti affettuosi liricamente colti, ma senza dubbio la seconda poesia, “Alla foce del fiume” è quella che ci sorprende di più per la resa delle suggestioni e delle immagini che si dilatano oltre il personale. La Scibona apre così: “Vorrei guardare con te/il fiume della vita./ Ed obliare sull’argine del greto/le tediose afflizioni/fra vilucchi e convolvoli fioriti./E mentre l’ombra del platano/s’espande e le cicale/friniscono nel cielo/scruto ansiosa fra palpiti/di ciglia, cosa pensi di me./Sarò forse nel vortice del tempo,/che dà tono e spessore a scialbi giorni,/o fremiti di fuoco/o materni tepori/alle magiche notti dei tuoi sogni?/O solo una compagna limacciosa/che affonda in grembo al fiume i suoi pensieri/e si convoglia al flusso tuo vitale,/per far morire l’ore e poi finire,/tra rapide e correnti,/verso l’immensità del calmo mare.”

Non siamo in grado di dire se al tempo di questa poesia il compagno della poetessa abbia già lasciato le spoglie terrene o no, la sensazione che tuttavia la poesia comunica è di un grande bisogno di unità e di solidarietà con l’amato. La composizione, molto condensata ed unitaria si svincola entro due immagini: una

statica, che apre la poesia ed una dinamica che la chiude. All’interno di questi due momenti una domanda al coniuge che non prevede risposta: “Cosa pensi di me?”

Bella sintesi a posteriori del bisogno d’amore d’entrambi, che sottolinea la necessità di una valutazione più oggettiva, meno rovente o indifferente rispetto ai giorni della vita trascorsa insieme e tutto ciò incastonato entro una metafora molto più ampia rappresentata dal fiume e dal mare, visti dall’esterno. Una specie di estraneazione della propria vita che permetta un giudizio, ma anche un bisogno per la Scibona di ricongiungersi al flusso vitale del marito e più estesamente all’immensità del calmo mare, in cui si avverte il senso più dilatato di un’unità trascendente.

Il resto della sezione infine apre il sipario anche su un tema che sarà meglio sviluppato nel “Tempo sospeso”, sicuramente l’opera più matura e più lirica della Scibona. Al di là dei temi da analizzare ci è sembrato di doverci porre un’altra questione, ben più sostanziale, grazie appunto allo spessore artistico di quest’opera.

Come e dove si colloca culturalmente la sua esperienza?

Qual è la parabola poetica ed il personaggio?

Nelle tre grandi correnti del ‘900, a nostro avviso non ancora esaurite o meglio sempre reinventate in modo difforme da nuovi poeti, e cioè il Crepuscolarismo, il Futurismo e l’Ermetismo, la poesia di M. Teresa Scibona si colloca in modo inequivocabile nell’Ermetismo.

Ci sembra che a testimoniarlo sia la scelta stessa della parola, talora chiara, molto spesso culturalmente pregna, mentre il messaggio del testo rimane profondo. Ermetico infatti vuol dire “di difficile comprensione”, ma più a fondo significa “da interpretare” e la poesia di Maria Scibona esige appunto un’interpretazione.

Riteniamo che questa interpretazione sia da individuare nella funzione e nel peso che la Scibona assegna al corpo. Il corpo è ad un tempo corpo-limite e corpo-ponte. Spiegheremo meglio questa nostra ipotesi, ma nel frattempo non si può leggere questa vigorosa poetessa senza richiamarci per un attimo al nostro Leopardi ed alla sua filosofia, che la Scibona a nostro avviso ribalta.

Tutti sanno che la poetica leopardiana procede per tre fasi successive: 1) L’uomo è nato felice, ma la ragione e quindi la società distrugge quel che ha creato la natura e l’unica gioia dell’uomo sta nel fantasticare e nelle illusioni. 2) Nella seconda fase si sottopone a critica lo stesso concetto di natura ed essa si presenta come matrigna, nella sua stessa evoluzione e quindi abbiamo il pessimismo cosmico. 3) Nella terza fase Leopardi torna a sorridere, o meglio è capace di accettare senza tremare il suo destino e fa da consolazione il germe di una nuova solidarietà con i propri simili, con la umana compagnia. Nel “Tempo sospeso” c’è già nel titolo l’indicazione di quella che sarà la IV sezione e la conclusione della parabola poetica della Scibona. Ma veniamo a quanto ci premeva dire circa il concetto di corpo in Leopardi e nella nostra poetessa. Per Giacomo Leopardi il corpo in sé è gioia fino appunto al 1819, quando a causa di una malattia agli occhi gli è preclusa perfino la lettura ed inizia così la sua elaborazione filosofica che la condurrà ad una negazione del corpo; successivamente il dolore, percepito appunto per la prima volta nel corpo, diventerà dolore di tutti e l’amicizia e la solidarietà infine leniranno la ferita dell’uomo. Leggendo l’opera di Maria Teresa Scibona invece abbiamo fatto una scoperta, particolarmente nella seconda sezione della silloge che si intitola “Elegie per l’amore”. A noi sembra che la Scibona in “Smanie d’amore a Lord Nelson Beach” si pone da spettatrice e osserva un amore feriale estivo, in “Lista d’attesa” guarda l’amore di altri mentre il suo è precluso e pare solo “ambizione di averti”. Prosegue con “l’elogio della donna ideale” in cui loda la donna amorosa che è una donna tradizionale ed innamorata. La poesia così si conclude: “Tu incompresa vestale/affondi sul guanciale/gli archiviati sogni”. Ma già in “Realtà transitoria” la poetessa comincia a scoprirsi e il corpo, la forma di altri, la stessa bellezza attrae la poetessa. Si legge: “vivi nella mia immagine/ambigua e misteriosa/e ciò che mi sfugge di te/è l’oscuro enigma che mi attrae./Nella pura finzione sei mia/torturante ossessione e illusoria follia.”

E questo insistere sull’accoppiata di “oscuro enigma” che rafforza la immagine dell’impossibile attrazione e dell’impossibile bellezza. Che cos’è allora la bellezza sembra chiedersi la Scibona, ma subito ci risponde: “S’insinua nella mente/l’innocente grazia/del tuo finto candore/e l’attraente veste esteriore/diviene per il mio spirito randagio/una plausibile ragione di vivere.” E subito dopo, nella poesia “Oltre misura” lo spirito randagio della “Realtà transitoria” dichiara il suo stato. Sembra dirci la Scibona: “Quando il tuo corpo è ferito, anche lo spirito è mutilato” e ce lo dice così: “Depredata dalla vita infedele/che mi aggredì con facili sorrisi/almeno nello spirito/mutilato e vitale/ti voglio amare./Ora solo con l’anima/audace nell’affetto/col sagace intelletto/che nulla vieta/ti voglio amare.” Ecco quindi il corpo limite di cui dicevamo all’inizio, il corpo ferito che non può essere che vigliacco, senza coraggio, fa da freno, inibisce. Ma la Scibona aggiunge: “Incolpevole. Sono senza colpa.” Molto bello e molto dignitoso questo verso. Là dove il corpo per la concezione cristiana è peccato, è colpa, è impedimento di un amore più alto; per la Scibona è solo ciò che impedisce ed afferma: “Mi tortura negare le sovrane notti d’amore”.

Nella poesia “Salvo proroghe” assistiamo però ad un ulteriore passaggio che a nostro avviso è estremamente importante per il successivo sviluppo delle altre sezioni del libro. Ad un certo punto la Scibona dice: “L’età, fantasma invalicabile/non consente evasioni./Nell’autunno maturo/indenni da tensioni sentimentali/si bramano calmi affetti./S’imporpora di compostezza/interiore il caduco/ibisco dell’amore.”

Ci sembra di poter affermare che anche ove il corpo è ferito come pure nella maturità e finanche nella vecchiaia, il tempo, così giustamente nemico per la Scibona, non passi inutilmente. Si potrebbe ipotizzare l’avvicinarsi dell’autunno della mente o dell’autunno di ripetute rinunce. Non ci pare si possa dir ciò, la mente è vigile, è fresca, vitale e ancora prorompente, perciò ci sembra che in questa poesia si avverta un’appropriazione meno personale della caducità che porta la nostra poetessa ad essere indenne da tensioni sentimentali quando appunto nell’autunno si bramano calmi affetti.

Nella terza sezione del libro, quella dedicata agli amici la Scibona trova una bellissima consolazione in essi, una consolazione pacata ed al tempo stesso piena di attese; mentre per il Leopardi il sollievo dell’amicizia è avvertita nell’ultimissima fase della sua poesia. Ma quello che sembra più interessante nella Scibona è notare come il messaggio della comunicazione con gli amici passa ancora attraverso il corpo e si esplicita poi in un messaggio dell’anima attraverso ciò che il corpo sa esprime meglio. Cercheremo di spiegarne più esattamente questo concetto. Gli amici a cui la Scibona si rivolge, tutti illustri, ma per lei familiari, sono ricordati e producono qualcosa che resta indelebile nella sua memoria attraverso la loro fisicità. Di Giorgio Barberi Squarotti in “Tacciono le contese”: “Splende sulla mia anima/la rosa dolce della tua parola/lama di luce nella notte”; di Mario Verdone in “Lettera”: “Una lettera desiderata/sigilla al tuo nome/condivise affinità”; di Enzo Marco in “Il fato ed i tarocchi”: “Vibra pregnante di colore/la grezza tela”; di Margherita Segardi in “Strinberg e Margherita”: “La voce appassionata/è l’ossessione di comunicare/rimorsi di coscienza.”

Il quadro, la voce, la lettera, la parola, sono i messaggi indelebili che la Scibona attende o ricorda degli amici e su di essi elabora ancora il suo pensiero che è comunione di sentimenti, di atmosfere, di ricordi con essi, ma anche più spesso è approfondimento di concetti o ancora attesa e ricordo come nella poesia “De reminiscentia” dedicata a Gabriele La Porta.

In essa, come affermavamo prima, il corpo, il suo corpo, che nella seconda sezione avevamo definito corpo-limite, diventa qui corpo-ponte, che permette la percezione dell’amico, in questo caso Gabriele La Porta.

“Ora che sei distante/dal vigile cursore del mio sguardo/un veloce drappello/di pensieri palpitanti e giulivi/ha varcato le mura/della Siena romita”.

E più oltre: “Celeste prodigio, torna a me,/bianca di luce, di melanconia/nella remota soffitta/con vertici d’intensità, docile/sai che t’aspetto”.

L’amico Gabriele La Porta non c’è, se n’è andato o è fuori dal raggio visivo di Maria Scibona, ma lei non si dà per vinta, se l’occhio o il corpo non lo percepiscono più, parte un veloce drappello di pensieri palpitanti e giulivi che varca le mura di Siena. Quale migliore modo per esprimere una calda amicizia che un drappello di pensieri soldati che si spostano e superano le mura di Siena?

Infine nella poesia a Mario Luzi “Luci d’autunno” forse la Scibona tenta un bilancio o meglio si apre a delle considerazioni che condivide con Luzi. “La gioventù cascatella bizzosa/precipita e svanisce/con incurabile candore/lungo i fianchi del tempo”. Più oltre: “Il vento lieve della sera/col suo brusio malinconico/rimemora nostalgie perdute/l’ardimentosa sventatezza/della fugace primavera/il vecchio tiglio/abbigliato di ruvida corteccia/attende sereno/colei che dona la quiete/i suoi rami protesi/sfiorano il cielo/la sua fresca ombra ridona tesori accumulati.”

Fuori di metafora questa bella poesia ci dipinge il percorso della vita. Gioventù: cascatella bizzosa, poi il vento lieve della sera, ma alla fine il dignitoso tiglio da una parte con i rami protesi sfiora il cielo e cerca il cielo, dall’altra la sua fresca ombra ridona tesori accumulati. Quello che si accumula nella vita ci gratifica la sera. I rami in su cercano il cielo per ciascuno di noi e l’ombra in giù restituisce a noi stessi e ad altri esperienze di tesori accumulati, intendendo ovviamente non tesori materiali ma corrispondenze ed affetti. Questi concetti Maria Scibona condivide con Luzi e noi pure condividiamo con lei.

Questa sezione terza si conclude con un regalo di Natale a tutti gli amici che è un messaggio: “Della mia detenzione/non mi lamento, leggo molto/scrivo ed aspetto/tu, per favore, fai buon viso”.

Nell’ultima sezione “Elegie per lo spirito” c’è un crescendo notevole. La sezione si apre con la descrizione di un giardino interiore in cui ci dovrebbe essere un amore esclusivo, ma la risposta è forse, poi diviene un no, una coscienza del dolore e della rinuncia, un consumo di immagini mentali e nella tenda dell’anima labile ai venti del dubbio si attende un’altra gioia, il senso profondo dello spirito e in questa ascesa si chiede aiuto a Maria, che aiuti a percepire l’Eterno. E a Maria si chiede, quasi un richiamo agli amici, la mutua vicinanza di eletti spiriti e di un’interiorità combattiva che Maria Scibona sembra riconoscersi. Sono degna di misericordia perché ho ponderato “La nullità del tutto”. Attraverso il dolore ho trovato la strada della conoscenza.

La mia non vita/…la pena di portarsi addosso/tutta la rassegnazione del mondo/…Smisurata pazienza/per l’attonita desolazione del vivere. Si disfa l’onda dei giorni/istante per istante/sulla sabbia compatta del tempo.

E quando sarò passata? Cosa scriveranno di me? L’ultimo dubbio è terreno. È ancora un attaccamento alla terra. Ed in questa sezione le domande esistenziali incalzano. Ce ne sono più di tre.

Ci sarà l’amore? Forse. Termine vago esaltante come un gioco d’azzardo.

Nella tenda dell’anima verrà a trovarmi il Signore? Sì perché “mi rende ancora degno/di tua misericordia/la ponderata nullità del tutto.

Cosa declameranno nell’epigrafe bugiarda? Giungerò al pozzo di Sichar?

E tutti questi dubbi, ovviamente irrisolti, rendono l’ultima sezione estremamente poetica; come dicevamo prima si sale di tono, si anela sempre di più ad una dimensione spirituale per il vuoto delle ore che trascorrono come in un breviario di giorni perduti e di eluse occasioni. Ma ancora in questa situazione il pensiero va agli amici che alleviano il dolore, che portano la loro ricca presenza e mentre la nostra poetessa si rivolge a Maria in una composta supplica, spunta di nuovo l’umano sentire, che rende - come dicevamo prima - questa sezione estremamente alta.

Così si esprime la poetessa “Mi sia materno dono/la mutua vicinanza/di eletti spiriti/ed una interiorità combattiva.”

Quasi che pregando in solitudine la Scibona percepisca l’invisibile figura della Vergine come quella di una madre coraggiosa che conduce presso la figlia ammalata gli amici a lei più cari.

E così sembra essere in effetti, accanto a Maria Scibona ci sono tanti spiriti eletti, ma c’è soprattutto la sua interiorità combattiva. E su questo punto vorremo concludere, perché questo aspetto è senza dubbio eccezionale a livello di personalità, ma anche per i risvolti poetici che apre. Ne avevamo accennato all’inizio, ma dopo aver percorso tutto il libro è necessario approfondire.

La personalità della Scibona è volitiva, audace, imprevedibile, schietta, sonora, intellettualmente viva. Non crediamo di esagerare. Maria Scibona non rinuncia mai e fa bene; è la sua rivincita, è la rivincita dello spirito che le permette di amare, di possedere, di estasiarsi di fronte alla bellezza, ad uno sguardo, ad una voce ad una tela che lei divora con l’anima, come constatiamo nella poesia “Il fato ed i tarocchi” dedicata ad Enzo Marco. Bellezza ed energia esplodono di fronte ad una tela, si susseguono parole positive, vitali, si dispiega appunto la vita.

Abbiamo voluto sottolineare tutti i significati perché sono condensati in un’unica poesia di soli venti versi. Le parole sono: vibra, fluiscono, caldo, pulsa, energia, cristalli, presagi, speranza e a noi sembra che la scelta dei significanti e gli stessi significanti si commentino da soli.

Ma questo è solo un esempio, potremmo soffermarci su tante altre poesie, ma ci preme insistere sull’ultima: “Epigrafe” che degnamente suggella questa intensa silloge. È una poesia ancora una volta forte che ci ha particolarmente colpito, un ultimo anelito di composta riscossa. La poetessa apre così: Vita appassionata,/tu non mi rubi la scena.

Sono versi che ci hanno fatto sobbalzare, sorridere di contentezza, gioire in una parola. La Scibona si impone, si impone anche nelle epigrafe e avverte: “Ma cosa ci metterete? Che ho sofferto? Che non ho vissuto? Cosa declameranno nell’epigrafe bugiarda? L’epigrafe è sempre bugiarda per ragioni di sintesi, per ragioni talvolta di convenienza di fronte ad un destino che annulla pii e rei, mi ci permettiamo di dare un suggerimento agli amici di Maria Teresa Scibona per sintetizzare il suo giardino interiore ed invitarli proprio a scrivere questi versi così personali:

Vita appassionata
tu non mi rubi la scena.

Ma se la poesia di Maria Teresa Scibona sembra essere per certi suoi versi scultorei pregna di vita, essa è, al contempo, come bene asserisce F. Calabrese, sorretta dalla luce salvifica di Dio.

Ce lo testimonia l’ultima opera della scrittrice, uscita recentemente per le Edizioni dell’Oleandro, intitolata “Mosè”.

Che il Mosè sia un’opera a cui la Scibona approda, più di quanto non scelga, ci pare comunque evidente se non altro per due motivi: 1) L’affilata lama della sofferenza che la conduce a spostare il proprio discorso poetico sullo spirito; 2) Un desolato sguardo d’insieme surreale che è ben reso a conclusione del poemetto:

In questo folle mondo, scellerato
le magre gioie tarpano l’ascesa,
perciò se speri d’essere salvato
vivi l’insegnamento dell’amore.

Così la scelta di una riflessione poetica casca su Mosè, un personaggio sacro che “trasferisce e attualizza il messaggio biblico nel contesto più ampio di una rilettura del personaggio e della sua missione sacra, alla luce della nuova esigenza di misticismo e religiosità che caratterizza la fine del presente millennio”; come avverte acutamente il professor Giovanni Amodio. D’altra parte non possiamo non condividere anche l’acuta analisi che lo studioso Ferruccio Ulivi fa nel testo “Poesia religiosa italiana. Dalle origini al ‘900” quando osserva che mentre nei primi secoli della letteratura “L’elemento religioso prevale sia dal punto di vista tematico, sia con l’evidenza di un organico sistema linguistico, con un proprio lessico e un proprio ritmo”, in epoche più vicine a noi la poesia religiosa si accosta “al tracciato personale di un autore, non senza le inquietudini, di sbandamenti e le sofferte ribellioni che devastano le coscienze”.

Le due tesi non ci paiono antitetiche nel caso della Scibona, anche se noi riteniamo appunto, come detto all’inizio, che la poetessa scivoli ed approdi su questo tema per esigenze personali.

Al recupero tematico spostato all’indietro fa da sostegno anche un recupero metrico, con l’uso della quartina, che permette una felice combinazione di linguaggi, che non stancano, anche quando il contenuto narrativo è più dotto. Anzi, molto più spesso il verso ritmato e la rima semplice accompagnano immagini di indiscusso lirismo come ad esempio nella parte finale del primo episodio, l’“Esodo da Ramesse al monte Sinai” ove Mosè si sdegna e prega:

Mosè colpito da cocente sdegno
all’ombra bruna della fioca cera
pianse avvilito presso il Sacro Legno
ed elevò la fervida preghiera:
“Padre celeste che domini l’aria
e fai piover sui giusti e sui malvagi,
sbianca l’anima nostra mercenaria
rosa dalla tignola della colpa.

Signore che dirigi con destrezza
l’eterne ruote del celeste carro
e lasci che germogli la gramigna
e si confonda con il grano e il farro.
Assolvi la maligna presunzione
e con pietà liberaci dal male.
Tu che nel manto cupo della notte
come perle le Pleiadi incastoni.

Preserva i giusti, dona pace ai buoni
e benedici chi nel Regno spera.

Qui l’ispirazione è alta, la tensione fiduciosa e il ritmo dolce della preghiera permette che anche nel lettore s’innesti il miraggio della speranza.

Ma veniamo al poemetto nel suo insieme. L’autrice avverte nella prima pagina che gli episodi menzionati non seguono uno stretto ordine cronologico; ma come nei libri biblici si tende ad evidenziare la singola vicenda ed il suo significato simbolico. Così le vicende scelte sono le seguenti: 1) L’Esodo da Ramesse al monte Sinai. 2) Il Decalogo ed altre leggi. 3) Il vitello d’oro. 4) I Leviti. Nella seconda parte: 1) Celebrazione della Pasqua. 2) Soste nel deserto. 3) Partenza da Kades. 4) Cantico di Mosè. 5) Morte di Mosè.

Non possiamo non sottolineare che questa scelta, dal momento che l’Eccelso predilige Mosè ed il suo popolo per un viaggio liberatorio che purifichi il popolo di Israele dal dolore, dal peccato e dagli inganni, abbia come seconda necessaria tappa il bisogno delle verità e dei principi del Decalogo. Bisogno di verità e principi che sono consuetudini acquisita per la poetessa, spunto poetico per una concreta storicizzazione a ritroso e necessità immanente per “questo folle mondo, scellerato” di cui abbiamo già detto agli inizi e che viene apostrofato dalla poetessa a chiusura del poemetto.

L’ispirazione prosegue con l’episodio del vitello d’oro e la vicenda dei Leviti, ossia con la deviazione di Aronne verso il peccato, simboleggiato nel vitello d’oro e nel culto pagano, fino alla sparizione dei Leviti (che non riusciranno a vedere la Terra Promessa).

La seconda parte inneggia alla Pasqua ed alla Resurrezione, si prosegue con soste nel deserto di Faron in cui si alternano timori, preghiere, elargizioni e punizioni fino a quando, in procinto di una nuova sedizione, lo stesso Dio consiglia Mosè: “Poni il serpe di bronzo al ramo appeso/per liberarli dal ferale morso”. Una volta scampato il pericolo l’ispirazione riprende con toni alti:

Il fiero gesto del Liberatore
placato dall’amore del profeta

presagio del futuro redentore
compensava la fede dell’Asceta.
Già la notte silente dilagava
vagava in cielo l’incorrotta luna.

All’ombra generosa della palma
si assopivano i bimbi nella culla
ninnati dalla voce della mamma,
nitrivano i puledri nella duna.

Il racconto si intreccia così ad ampie e lente immagini paesaggistiche ed umane fino a giungere al Cantico di Mosè ed alla sua morte. Il primo lo dobbiamo intendere come un messaggio infatti alla IV strofa si legge:

Ascolta terra l’eterna parola
che si espande nei confini del cielo
svelatami da chi salva e consola.
Diffondetela dopo la mia morte.

Mentre la morte di Mosè fa sì che da tutti venga venerato come un re. Il poemetto si conclude con una costatazione ed un ammonimento:

L’esiliato lucrò il possedimento
e dalla schiavitù venne affrancato.

Pensaci figlio e la colpa rifiuta
la vita non è solo godimento
giunge rapido il tempo della resa.

Si conclude così il lungo viaggio del popolo d’Israele, mentre il più breve viaggio della poetessa, giunto ad un momento di pacata riflessione, si apre ad una fede più cosciente e meno “invocata” di quanto non ci apparve nel precedente “Tempo sospeso”.

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