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Nella società moderna, la cui cellula, la famiglia, è in crisi e, come tutti sappiamo, sono all’ordine del giorno separazioni, divorzi, disgregazioni e accorpamenti familiari eterogenei, famiglie allargate, insomma, può capitare che un bambino abbia “un padre in prestito”. Niente di più attuale, dunque, dell’ultimo romanzo di Fosca Andraghetti, che ci fa immergere nel mondo contemporaneo, con particolare riferimento al contesto bolognese, che la scrittrice ed io abbiamo in comune. Un tuffo nel quotidiano, che è senza dubbio di grande utilità per una lettrice moderna, che voglia capire qualcosa di più sul mondo e su se stessa.

La protagonista è Mirka, nata da un rapporto di breve durata tra Rita, allora minorenne studentessa liceale, e un maturo professore già sposato, Andrea che, informato della nascita, non risponde dileguandosi. A farle da padre è Giorgio, che Rita sposa in seguito, dandogli un’altra figlia, Margherita. Quest’ultima, in scoppi di rabbia e gelosia, rivendica il suo esclusivo possesso del padre, a suo dire “prestato” a Mirka, con la quale non ha né il carattere né alcun altro aspetto in comune. Oltre a tali problemi, dovuti a una gravidanza fuori dal matrimonio, nel libro vengono trattate altre tematiche di grande attualità: il lavoro, le raccomandazioni, il mobbing… Andraghetti accresce poi le dosi “romanzesche”, rendendo così il testo ancora più avvincente, con l’informarci che Andrea, incontrato da Mirka solo alla fine del libro, è conosciuto in tutto il mondo, ma “ha buttato alle ortiche una carriera, che ha toccato il fondo quando sua figlia e sua moglie si sono sfracellate precipitando in un dirupo. Sappiamo che lui si è salvato perché, anche se ubriaco fradicio, è riuscito a buttarsi fuori dalla macchina un attimo prima di quel salto.”

La letteratura non è fatta tanto di contenuti, quanto di forma, stile, lingua, discorso, struttura e architettura, tutti aspetti di cui Andraghetti mostra un pieno dominio. Vorrei ora riprendere la contrapposizione tra “narrare” e “descrivere”, stabilita dal filosofo e critico ungherese Lukács, autore fra l’altro della Teoria del romanzo (1920). Ebbene, trovo che tra i due fondamentali “ingredienti” romanzeschi, la “narrazione” dei fatti e la “descrizione” di luoghi, ambienti e personaggi, in Un padre in prestito vi sia il giusto equilibrio, ben calibrato. La scrittrice è maestra nelle descrizioni, che non sono mai troppo lunghe né noiose.

Ma Fosca non si limita a restituirci il “fuori”: guarda anche “dentro” i suoi personaggi. Forse basta il seguente esempio:

“Aveva fretta di riprendersi almeno per un poco il padre prestato, prima che Margherita lo inghiottisse di nuovo.
- Sono cambiata. Sono cambiata. - Sussurrò più volte.
La rabbia, cresciuta nei sotterranei della sua mente, incuneatasi in tante gallerie nascoste, era uscita allo scoperto mascherata in una pacatezza incredibile. Con un’apparente titubanza aveva espresso il suo senso di inadeguatezza alla prestigiosa offerta di Massimo, con aria timida aveva accettato…”.

Riscontro in Un padre in prestito quella notevole capacità di indagine psicologica, che ho notato anche recensendo il romanzo precedente di Andraghetti, Quello che ancora non sai.

A partire da Svevo, l’ironia è indubbiamente un aspetto importante del romanzo moderno. Non manca in Un padre in prestito: quel sorriso che mi pare spesso di scorgere sulle labbra della stessa Fosca, che conosco personalmente. Così, nel testo leggiamo che Mirka, durante la sua infanzia, crede che il nome di suo padre sia Delinquente, come lo chiama il nonno. Uno schezo dell’autrice, per riprendere una parola erroneamente pronunciata dal piccolo Alberto, il figlio di Margherita, che non riesce a dire la erre e quindi chiama sua madre Maghita. Forse non a caso Andraghetti ha posto ironicamente questo termine, schezo cioè scherzo, nella prima pagina del romanzo. Una dichiarazione di poetica? Penso proprio di sì. Credo insomma che, come per me, per la stessa Fosca scrivere voglia dire anche scherzare, giocare con la parola.

Ho menzionato un bambino. Infatti, pur distanziandosi dal suo “io fanciulla” con una narrazione in terza persona, Andraghetti nel libro parla spesso di bambini, ritrovando talvolta la loro freschezza e ingenuità, nel descrivere il mondo degli adulti. Leggendo Un padre in prestito, mi sono così tornate alla mente alcune pagine di La Bambina della genovese Francesca Duranti. D’altronde, come disse Pablo Picasso, “tutti i bambini sono degli artisti. Il problema, è restarlo una volta adulti”. Per non parlare del celebre  Fanciullino di un grandissimo poeta, il Pascoli.

Anche Fosca è una valente poetessa e non lo ha dimenticato scrivendo Un padre in prestito, che contiene immagini poetiche e altamente simboliche.

Per cominciare questa mia lettura simbolico-mitica del testo, vorrei ora soffermarmi sul suo simbolo centrale, quello del padre. Tradizionalmente il padre è una figura di autorità, è il mondo dell’autorità tradizionale di fronte alle nuove forze del cambiamento: il suo ruolo in passato scoraggiava gli sforzi di emancipazione, esercitando un’influenza che privava, limitava, tormentava, manteneva nella dipendenza. Il padre rappresenta inoltre la coscienza di fronte alle pulsioni istintive, agli slanci spontanei, all’inconscio. È immagine della trascendenza: nei miti delle origini, la sua simbologia si confonde con quella del cielo. Il padre è quindi una figura complessa, che può essere accettata non senza problemi, e solo attraverso un amore reciproco adulto.

Come quello delle ultime pagine di Un padre in prestito, dove Mirka dà la mano a Giorgio, il padre prestato che l’ha sempre amata come l’altra sua vera figlia. Fra l’altro, l’origine del nome Giorgio è greca e significa “agricoltore”; infatti, da bravo agricoltore, Giorgio regala un olmo a Mirka.

Nella simbolica analitica contemporanea, l’albero rappresenta la rinascita, l’evoluzione vitale dalla materia allo spirito, ogni forma di crescita fisica. Nel nostro caso, si tratta soprattutto di una maturazione psicologica, della crescita di una famiglia. L’olmo di Mirka è anche protezione perché dà ombra, simboleggiando così la protezione che Giorgio le procura.

L’albero è un simbolo femminile, in quanto sorge dalla terra-madre: simboleggiando la vita a tutti i livelli, dall’elementare al mistico, deve essere assimilato alla madre. Materno è pure il motivo dell’intreccio dei rami, dell’assorbimento e dell’espulsione attraverso le radici. Gli alberi ri–partoriscono e hanno un carattere bisessuale simbolico; in latino vogliono una desinenza maschile, pur essendo femminili.

A questo proposito, C.G. Jung afferma che non si può considerare l’albero puramente fallico a causa della sua forma: esso può anche significare l’utero, la madre, la donna. Per confermare tale pensiero, il celebre analista ricorda il mito di Cibele, androgina come l’albero, madre degli dei e simbolo della libido materna. Fu ardente d’amore per suo figlio Attis, che si castrò sotto un albero e proprio in albero fu  poi trasformato dalla madre.

Interpreto dunque l’immagine dell’albero, con cui si conclude Un padre in prestito, come rinviante non solo alla paternità maschile, ma anche alla femminilità. Del resto, quella di Andraghetti è una scrittura autenticamente femminile, che esprime il punto di vista delle donne. Una scrittura refrattaria alla delimitazione dei generi letterari, in particolare alla distinzione tra narrativa e poesia che, come ho già notato, nella sua produzione si fondono. Una scrittura che s’incanta al potere d’irradiazione dei vocaboli più che alla sintassi. Comunque, nel testo ho riscontrato un uso sapiente della punteggiatura e un giusto equilibrio tra paratassi e ipotassi.

Rileggiamo allora la conclusione del romanzo:

“Sorrise a Giorgio, il padre prestato che l’aveva amata come fosse figlia sua, e le aveva regalato un olmo che sembrava aspettarla poco più in là. Si diresse verso l’albero, il suo albero, raccolse le foglie cadute da ogni parte e le dispose a cerchio intorno all’olmo e a se stessa. Chiamò suo padre:
- Vieni, papà, e dammi la mano per favore. -
Rita restò a guardare”.

Da sottolineare è l’essenzialità dell’ultima frase, il cui punto finale, che apparentemente conclude il romanzo, in realtà non chiude, ma apre un mondo. Sì, il mondo di affetti di una famiglia allargata e moderna, caratterizzata da un grande amore reciproco e maturo, che nel corso del libro ha attraversato una lenta evoluzione.

Anche in altri passi del libro Andraghetti si dimostra veramente maestra nell’arte di collocare i punti. Ho già osservato che, nel caso della conclusione sopra citata, il punto non è chiusura, ma apertura. Si tratta insomma di un finale aperto, come Umberto Eco vuole sia ogni opera moderna. Il lettore si sente vicino a Mirka, al suo albero, dal grande potere ossigenante. Sentiamo così nell’aria qualcosa di aperto, che ricorda la verlainiana “chose envolée qu’on sent qui fuit d’une âme en allée vers d’autres cieux”.

Recensione
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