|
| |
Nella brevità di
nove poesie, espresse nel dialetto d’origine, quello di Mistretta, Filippo
Giordano ci rende partecipi di un dialogo, spesso aperto connubio coniugale, e
ci invita da amici – suoi lettori – al racconto che si apre nelle pagine di questo
quadernetto: felice, per armoniosa completezza di contenuto e di fattura.
La poesia si
veste di narrazione e di un dire pacato, che dà luce ai ricordi, sul muro bianco
dell’anima del poeta, come ombre cinesi, si proiettano le memorie che marcano
con segni netti le emozioni. Così i disegni, nella loro essenzialità semplici e
maturi, ben inseriti e scelti, con tratto sicuro aprono seguono e chiudono, in
antica e pregiata cornice, questa poesia “rotatoria”. Parte da sé il pensiero e,
nel percorso che chiude il cerchio al punto di partenza, a sé ritorna: tondo.
Tondo, in un susseguirsi di domande di eventi che nel loro svolgersi lasciano
l’autore e tutti noi nel perenne dubbio della ragione che non dà risposte certe.
Ognuno vive nei
suoi limiti e si distrae della sicura morte, per obliarla, nel modo più consono
e soddisfacente e: “a-mmari cc’è cu smascia pi li pisci | e fimmini ca
s’arruscinu li cosci” (e a mare c’è chi si dedica alla pesca | e donne che
si bagnano le cosce). Il poeta invece si distrae e non si distrae scrivendo:
scandagliando nel profondo, e si dibatte. Vuol credere al miracolo della vita e
in una nascita, quella di Maria Laura, comprendere tutte le altre nascite: il
generare, dare la vita. Vuole capire – inquadrare e quadrare – e così giustificare
il motivo di questo umano perpetuarsi e, come novello San Tommaso nel limite del
vedo e tocco, si logora pensando “a chi morendo non risuscita” “Iu pienzu a
cui muriennu n’annivisci”.
Filippo Giordano
s’arrovella, scruta gli eventi con pignoleria, la sua mente matematica soffre,
arzigogola, in un vano conteggio di fatti: un puzzle in cui i pezzi non
combaciano e i risultati non sono esatti. Il capriccio
convulso della ragione si limita ad analizzare le scansioni del tempo nei suoi
accadimenti che, pur semplici, non convincono l’animo del poeta spingendolo
oltre, in quell’oltre che sente fluire nelle sue vene nel profondo.
Un oltre che
coglie e non può quantizzare, sperimentare, contare, toccare, dimostrare con la
ragione. Sospesi tra cielo e terra, ntra lustriu e scuru (fra luce e
buio), noi, particelle di dubbi e di incertezza vaghiamo nel pensiero:
privilegio della ragione e, in essa, umana finitezza. Ci chiediamo, nel sogno
incubo dell’umano (vita e morte), se la causa determina l’effetto o se è
l’effetto che determina la causa e annebbiati in questo sogno, perpetuo
ritornello dell’esistere, guardiamo nella sfera magica della nostra essenza e
incerti percorriamo l’ultimo tratto della via, con la speranza che ogni piccolo
strano evento non sia magìa del caso, ma sicura certezza di Risurrezione, che in
questa verità esclude ogni magia, èd è grande forza per chi crede. Ogni elemento
quadra, tutto si incastra, ogni segno e certezza ed ogni numero è 1 (Uno).
Quantu scuru c’è
mmienzu a su lustriu?” “Quantu lustriu c’è mmienzu a ssu scuru?” (Quanto buio
c’è attorno a tale luce” “Quanta luce c’è in mezzo a tale buio?” …e, ad animo
maturo, la luce filtra, e una mano compagna aiuta: “me mugghjeri | attruvau a
firi | e ma pruìu” (Mia moglie trovò la fede e me la porse).
| |
 |
Recensione |
| Ntra lustriu e scuru (fra luce e buio) |
|
poesia
|
|
| Autori |
| • | Filippo Giordano |
|
Edizione:
Edizioni Il Centro Storico
Messina 2006 |
|
| Prefazione di Francesco Maria Di Bernardo Amato. In copertina opera di Gabriella Patti. All’interno disegni di Enzo Salanitro - pp. 32 |
|
| Recensione a cura di |
| • | Paola Fedele |
Pubblicata su: Peloro 2000 nr.1/2007 |
|