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Oggi, quale poesia?
La resistenza Chi oggi ha il coraggio di attendere alla scrittura poetica è forse non del tutto consapevole di star rispondendo a una sfida di proporzioni impensabili. E’ un davide di fronte al giganteggiare delle insidie di un mondo superrazionale, centrato su logiche economiciste, superbo di tecnologia e ipercomunicazione. Si tratta di contrastare forze tentacolari, capaci di insinuarsi in ogni angolo del vivere e del pensare, la cui subdola influenza si estende inevitabilmente anche lungo i percorsi mentali della creatività. Ma non a caso il poeta regge la sfida, e per questa ragione è l’escluso per antonomasia, il solo oggi rimasto a non piegarsi ad ogni logica che non sia quella, libera, del suo poiein. Resta il fatto che sempre più pesante diviene la fatica del resistere, più stringente l’assedio alla vitalità del pensiero, e cresce il timore dell’opacizzarsi dello sguardo, dell’invischiamento. La vigilanza del poeta deve agire su un doppio fronte, riguardando sia la mente che il linguaggio. Le soluzioni messe in atto sono quanto mai individuali, per la natura stessa dell’atto poetico e per il progressivo abbandono di ogni idea di scuola-corrente-canone in cui riconoscersi. Non che venga rigettata l’idea dello scambio diretto, ché anzi se ne sente fortemente la necessità, soprattutto in uno sfavorevole ambiente divenuto sempre più metropolitano, e provata dall’incremento della comunicazione in rete, se pure con i suoi limiti. Semmai si fa strada un’idea di poeta come membro di una comunità, che consideri la sua scrittura come parte del mestiere di vivere con gli altri, come continuo dono. Tornando in un certo senso alla antica figura dell’aedo/cantastorie/bardo, per quel che questa rappresentava in termini di empatia con la comunità, capacità di interpretare il mondo, spinta a nuove visioni. Si vigila su mente e linguaggio dunque, attraverso una irriducibile ricerca di un senso e insieme di un nuovo, aperto linguaggio in cui sempre coincidano verità e parola. L’autenticità Affinché la grande macchina mediatica dell’ottundimento e della colonizzazione dell’immaginario sia contrastata con efficacia, la parola poetica deve necessariamente agire con una tensione continua all’autenticità della scrittura, che proprio in quanto autentica si rivela profondamente etica. Poiché poesia è ciò che muove, ciò che è capace di mettere autore e lettore in relazione con la profondità dell’essere, essa non può che esprimere la propria verità, senza la minima possibilità per l’autore di barare con se stesso. Sappiamo che là dove essa scava, sono sia la nostra nascita che la finitezza e solo un pensiero limpido sarà capace di sopportare la conoscenza del limite. Così la poesia oggi rivela, nonostante gli ostacoli, una illimitata fiducia nella parola e nella vita, e anche nelle visioni personali più pessimiste, paradossalmente essa dimostra la necessità di condividere comunque vita e parola con gli altri, cercando inconsciamente un’etica che sia all’altezza delle intuizioni che la stessa poesia indica. E’ qui che la lingua poetica si rivela “superiore”, proprio quella che si emargina come “minore”, che sa resistere all’orrore di ogni epoca indicando orizzonti di rigenerazione. Lungo vie di comunicazione profonde, solidali, proprio laddove paradossalmente fallisce l’ipercomunicazione dell’oggi. Il “nuovo” che la poesia produce è ogni volta un’altra visione che s’apre, un’altra utopia rilanciata. E’ ciò che sta accadendo nel mezzo di una cultura egemonizzante, dove la poesia agisce per silenziose illuminazioni, salvando le luci preziose della tradizione e prendendo le distanze dal buio della superficialità e dell’appiattimento. L’identità e la sovraidentità Più profondamente di qualsiasi altra espressione artistica o medium di comunicazione la scrittura poetica riesce ad esprimere l’identità di una cultura. Per spiegare come ciò accada mi avvarrò di due esempi. In un recente articolo apparso l’estate scorsa su La Repubblica, a proposito di un suo viaggio in Anatolia, Franco Marcoaldi scriveva di come un tempo in Kurdistan la malattia mentale fosse curata con la musica dell’acqua, di come l’acqua venisse incanalata in un complesso sistema di fontane e il suo suono fosse fatto giungere all’orecchio del malato attraverso strumenti collocati lungo le pareti della sua stanza. Quasi che in una metafisica scienza delle corrispondenze si potesse con l’armonia “ reintonare lo stonato”, in ogni senso. Altra esperienza analoga a noi ben nota attraverso la descrizione dell’antropologo Ernesto De Martino è quella della musicoterapia nel fenomeno del tarantismo: qui il suono cercava la sintonia con l’acuto emesso dal ragno al momento del morso, allo scopo, nell’immaginario popolare, di trovare la “ consonanza” e spegnere il maleficio. Qualcosa di simile è di sicuro la misteriosa forza empatica della parola poetica: quella capacità di sintonizzarsi sui canali profondi della necessità, di aderire empaticamente all’aspettativa inconscia di un popolo, alla sua domanda di senso. Attesa e domanda possono esprimersi con le più diverse modalità, ma sarà universale il loro senso, sia pure quello di un’impossibile risposta. Negli ultimi decenni è presente nella poesia europea una tendenza ad esprimersi su temi che riguardano i contatti interculturali, con un linguaggio spesso intessuto di innesti linguistici stranieri. Questa tendenza “sovranazionale” della lingua è forse destinata a rafforzarsi, con l’intensificarsi degli scambi diretti o mediati dalla comunicazione. Sono davvero tanti, oggi, i poeti apolidi e migranti, tanti sul crinale tra due mondi. E anche se molti di loro vivono il trasferimento con sofferenza, i loro riferimenti culturali necessariamente si duplicano, divenendo occidentali-orientali. E il linguaggio è reso fertile e originale dal sincretismo che lo trasforma e vivifica. Una gamma espressiva dilatata moltiplica le possibilità emozionali e sarà la stessa emozione suscitata a rendere tutto comprensibile. Forse una parte della poesia sta marciando verso questo esito, forse sta prefigurandosi una futura grande lingua mezclada. Del resto la lingua italiana non mostra tanti nobili segni dei linguaggi -infiniti- intersecatisi sulla nostra terra nei secoli? Da questa angolazione la parola poetica assume valenza politica, poiché, al passo con la lingua in evoluzione, realizza una fusione tra elementi della cultura egemone e della tradizione. E’ un metaforico fiume che pur mantenendo la connessione con la sorgente, attraversa territori di varia fisionomia delle cui acque si alimenta. E l’aspetto “politico”, che in poesia sempre coincide con quello etico, è oggi evidente dalla sua opposizione alla volgarità, alla superficialità, dal rigetto di ogni genere di integralismo, con la sua spirale di antitesi ed eccessi. Il “non ruolo” del poeta Non vedo nessun poeta oggi rendere particolarmente esplicita nella sua scrittura una qualsiasi ideologia, che non sia quella dettata dalla sua liberissima visione del mondo. Ciò accade semplicemente perché il poeta, pur esprimendo le inquietudini del suo tempo, è sempre orientato “oltre il tempo ” e per questo rifugge dal creare “opinione”. La poesia non ha a che fare con l’opinione, la travalica, per il continuo accumularsi del dubbio, per la sempre insoddisfatta ricerca di significato. Si tratta, come asserisce Yves Bonnefois, “di una continua lotta con la scrittura, perché mai essa rende giustizia all’intuizione con un’esatta trasposizione ”. Ciò che ostacola è l’abitudine quotidiana a procedere per concetti, per cui la scrittura è sempre un compromesso, un procedere per approssimazioni. Destinata ad essere “incompiuta”, e tenacemente insoddisfacente per l’autore, che sentirà sempre il suo linguaggio poetico inadeguato rispetto al “di più” che ha intuito. Per questa ragione il poeta non sarà mai un opinionista. Il poeta non può avere nessun ruolo codificato: sarebbe per lui come entrare in continua contraddizione con se stesso, per numerose ragioni. Analizziamone alcune:
Ne consegue che il “non ruolo ”del poeta non può non consistere che nel continuo affinamento, come diceva Luzi, della sensibilità dei propri strumenti di ascolto, con cui continuare la propria brancolante ricerca, vagando per approssimazioni e tentativi. Personalmente aderisco alla definizione che Jacques Derrida ha dato della scrittura: “La scrittura come impulso, e il perdono come guida ; rischiare l’identità di scrivente perdonando l’identità di tutti” dove è intensamente sentita la dimensione della disponibilità verso il mondo dell’autore, che annulla se stesso nell’offerta di ciò che ha ascoltato. Rovesciando ogni velleità di auto gratificazione, riconoscimento autorale, ripiegamento intimista. Forse la poesia dovrebbe essere “anonima”, rimanere senza volto. Quella autentica si farebbe strada con impensabile velocità. Quale linguaggio? La capacità espressiva della parola è oggi ancora salva. Non se ne può dubitare, sebbene essa sia piegata, usurata, svuotata dal frastuono mediatico. Semmai si potrebbe dubitare della sua efficacia emozionale, dal momento che le massicce dosi di comunicazione cui siamo sottoposti nel quotidiano hanno di sicuro elevato la soglia dell’emozione. Essa richiede oggi, per accadere, un surplus di sommovimento, un picco di intensità e complessità inconcepibili appena trenta o vent’anni fa. Forse è per questa ragione che si fa fatica a riconoscere alti esiti nella produzione poetica degli ultimi decenni? Forse è per questa ragione che la Poesia è stata emarginata? forse è per questa ragione, come molti sostengono, che la musica leggera, col suo spettacolare apparato tecnologico e la più immediata identificazione con le aspettative delle masse giovanili ha saputo meglio rispondere (o surrogare) alla loro richiesta emotiva? La risposta a quest’ultima domanda sarà forse di natura più sociologica che estetica, ma non è di grande interesse per i poeti, poiché un paragone, sia pure lontano, tra poesia e fenomeno della musica giovanile è improponibile. Resta la difficoltà che oggi la scrittura poetica attraversa nella ricerca di una innovazione del linguaggio che sia non forzato artificio, ma espressione autentica, e insieme portato di grande potenza emotiva. In cui riconoscersi e far sì che altri si riconosca, nel nostro tempo e oltre il tempo. Dalla Neoavanguardia in poi, la ricerca sul linguaggio ha proseguito e prosegue oggi su innumerevoli vie a connotazione fortemente individuale, in generale non più riconducibili ad alcuna corrente o movimento. Tra i poeti viventi, oltre agli epigoni neoavanguardisti, una parte conserva l’atteggiamento di opposizione all’estetica classica, tesa a privilegiare un’idea di armonia, preferendo una certa oscurità come specchio dell’angoscia epocale, nella convinzione che il linguaggio di per sé possa veicolare altro senso. Il rischio è di cadere nel buio dell’indistinto e, paradossalmente, nell’omologazione. Per la gran parte, e relativamente alla produzione degli ultimi 35 anni, prevalgono, come già detto, percorsi molto vari, di tipo individuale, che sembrano privilegiare un’idea colloquiale, prosastica, spesso intimista della scrittura poetica e in presa diretta con la realtà. Alcuni poeti fondono un rigore espressivo tradizionale con le sensazioni dal quotidiano o dalla natura, altri esprimono con l’uso del simbolico i nodi dell’essere e quelli nevralgici della contemporaneità. Altri ancora si avvalgono del dialetto, che da lingua popolare della conservazione diviene lingua essenziale, sentita come necessaria per esprimere la propria vitalità interiore. Infine, ma di certo non esaurendosi qui la molteplicità dei percorsi, altri dichiarano il rifiuto totale di ogni condizionamento, affidandosi ad un’estetica di origine romantico-simbolista, essenzialmente lirico- visionaria, basata sull’irriducibilità e non addomesticabilità assolute del testo poetico. E’ forse quest’ultima visione della poesia, molto diffusa anche a livello europeo, quella che sembra aprire un grande spazio operativo, dalle innumerevoli connotazioni, ma che meglio esprime il senso universale, assoluto, della mancanza. Insomma, una riassuntiva definizione della poesia attuale potrebbe essere quella del poeta venezuelano Vicente Gerbasi: “Una rosa dei venti. Tutte le direzioni. Tutti i voli. tutte le forme.” Purtroppo la proliferazione di scriventi che pubblicano è tale (qui la responsabilità editoriale rispetto a un’etica della cultura gioca un ruolo primario), che da tempo la critica ha sostanzialmente dichiarato forfait di fronte a un immane lavoro di analisi. Con il risultato di lasciare il lettore, già disorientato da un linguaggio che prevede un impegno d’ascolto ben diverso dalla narrativa, ancor più senza bussola. A ciò hanno sicuramente contribuito alcuni eccessi “sperimentali” che hanno fatto della parola, unità linguistica compenetrata di senso, un qualcosa di separato dal significato, sede di qualsiasi rocambolesca operazione linguistica. Poiché la parola esiste da sempre non in sé, ma in relazione col reale, non può essere disgiunta dal senso. Colui che ne fa uso in poesia può di sicuro trasformare con la parola il reale, nominando le cose in modo altro, tale da renderle nuove e con esse “muovere” chi legge, dandogli anche la possibilità di farle proprie. Ciò che vale non è il significante, ma la nuova immagine di verità che esso evoca, l’inaspettato senso che apre e viene accolto. Il limite nella sperimentazione che ogni poeta agisce, è dunque nel possibile eccesso di artefatto, nell’impronta iperpersonalistica scambiata per originalità, che ogni volta rischia di allontanare il risultato emotivo. Le vie pur libere della comunicazione emotiva richiedono comunque codici universali riconoscibili, senza i quali nessuna scrittura potrà resistere al tempo, acquisire “classicità”. E per di più l’artificio linguistico, insieme ad un codice sbilanciato sul versante formale e di rottura, può impedire l’empatia con ciò che accade all’uomo e al mondo, ostacolare il linguaggio nel suo essere corpo vivo, in vibrante sintonia con la contemporaneità. Ogni modalità che trasforma il lessico infatti, come la rottura di forme sintattiche, l’uso di neologismi, di vocaboli dialettali o tratti da lingue diverse o dalle scienze, ma anche una certa omissione di punteggiatura, etc., sono elementi della sfera personale capaci di concorrere all’esito estetico, ma sempre in fragilissimo equilibrio tra forma e resa poetica. Riguardo alle nuove forme di fruizione legate all’oralità (letture, CD, testi audio, videoclip diffusi in rete, etc.) che vanno diffondendosi, credo che andrebbero guardate con favore, se viste come una sorta di ritorno all’oralità originaria della poesia. Con cautela vedrei le forme eccessivamente spettacolarizzate di sinergia tra diverse arti, come la coesistenza della voce (e quindi del testo poetico) con musica o danza o pittura, filmati, etc. Il testo ha un suo intrinseco destino di opera autonoma, indipendente da qualsiasi facilitazione della fruizione, da poter innanzitutto leggere,semplicemente, mai assimilabile a una sorta di libretto per opera lirica o tessera di un collage artistico. Ancora poesia femminile? Davvero oggi si deve ancora parlare di “poesia femminile”? Ha senso ancora categorizzare? Perché allora non parlare anche di “poesia senile”, o “ poesia omosessuale”, o “dei disabili” o “ degli accademici”, “dei critici”, “dei filosofi”, e così via distinguendo? In quale di queste categorie si includerebbe oggi Saffo, Leopardi, Lorca, Weil, Pasolini? Se ciò che conta in poesia è il risultato estetico, è soltanto a questo che si deve guardare, a prescindere dal fatto che molta poesia di donne prediliga la visione di fisicità del proprio vissuto. D’altra parte se oggi si è consapevoli di star superando ancora il gap generato da secoli di esclusione dalla cultura, ( cultura patriarcale onnivora, dove l’idea stessa di progresso e sviluppo scientifico era intrisa, e lo è ancora, di potere maschile, e con essa il linguaggio ) non è da meravigliarsi se la scrittura poetica di molte donne mostra di star elaborando il riscatto primario della propria fisicità, prima che del proprio essere al mondo come persona. Ma la vita delle donne è cambiata, e con essa l’immaginario. Il cammino, almeno in occidente, è veloce, e da tempo abbiamo esempi, accanto a una poesia orgogliosa del riconoscimento di identità, di scritture poetiche diverse, purtroppo ancora poco evidenziate dai vari antologizzatori, in cui si travalica l’ottica di genere, pur non rinunciandovi, per percorrere il vasto comune territorio dove l’umanità intera tenta di superare l’angoscia delle grandi domande. E se proprio si volesse mantenere il giudizio su una persistente differenza data dalla dominante psichica di gender, essa dovrebbe essere presa in considerazione anche per la poesia maschile, col rischio di capovolgere un sempre inopportuno giudizio di valore. Storicamente, infatti, una metà dell’umanità, per antico addestramento, ha svolto un lavoro di civiltà consistente nella “comprensione degli esseri umani ”, essendo da sempre empaticamente più vicina alle realtà dei deboli, in un’ottica di disponibilità, mai di potere o di sopraffazione, e questa visione, anche nella scrittura, potrebbe favorire anche nella scrittura il raggiungimento di una comprensione totale, ontologica, del mondo. In un’ottica di ricomposizione, allora, da persone poetanti, guardiamo oggi alle molte voci femminili accomunate a quante tra le maschili cercano di superare l’abisso dei fenomeni come indifferenza, guerre, integralismi, tutti gli effetti della tecnologia e dell’economicismo sganciati dall’etica. L’interesse, comune, è quello di uno sviluppo minimo sostenibile, insieme, senza distinguo. Anche in poesia. Quale critica? Accennavo prima all’attuale latitanza della critica militante di fronte all’ingrato compito di analizzare miriadi di percorsi. Oggi assistiamo soltanto al coraggioso lavoro di alcuni antologizzatori che tentano, assumendosene la responsabilità, e secondo dichiarate visioni personali, un’opera di selezione dell’esistente. Spesso però questa fatica è involontariamente disturbata da logiche di “vicinanza”, dall’ambiguità di essere a volte insieme poeta e critico, da pressioni di vario genere. L’opera del critico è ancora considerata indispensabile da tutti coloro che ancora credono nella necessità di una lettura orientante prima ancora che storicizzante. E secondo un’opinione abbastanza diffusa su riviste di settore e negli ambienti poetici, essa è oggi avviata verso una prassi non più accademica, senza regole e sistemi analitici codificati, peraltro mai universalmente accettati (spesso contrapposte sono le numerose scuole di pensiero), per approdare ad una lettura più libera, empatica, di certo più “soggettiva”, ma basata sull’autorità del singolo critico, autorità derivante unicamente dalla ricaduta di condivisione più o meno larga dei suoi giudizi. I metodo critici “di scuola” rischiano la staticità e il pregiudizio, perché costretti a giudicare opere anche infinitamente distanti le une dalle altre attraverso una stessa griglia precostituita, incapace di cogliere gli elementi innovativi della creatività e della continua sperimentazione sul linguaggio. Seguendo la prassi accademica una scrittura sarebbe giudicata secondo la sua conformità ad un paradigma, dove le caratteristiche di creatività sono vagliate secondo schemi provenienti da altre discipline ( semiologia, linguistica, estetica, psicologia, filosofia, etc.) e dove sono trascurate le regole interne cui ogni autore liberamente si conforma. Compito del critico dovrebbe essere quello di cercare innanzitutto queste regole, e da queste partire per costruire una critica, argomentando il proprio assenso o le eventuali obiezioni col rendere note anche le proprie regole di analisi critica. Insomma costruendo un giudizio che non sia imposto come indiscutibile, né tanto meno sia fragile, bensì sia basato su convincenti elementi di merito, dal momento che nessun manuale di estetica è così autorevole da essere universalmente accettato. Anche l’analisi separata di contenuto e stile può dare risultati ambigui, dal momento che un’opera può considerarsi valida per contenuto e debole per costruzione estetica, e viceversa. E’ convinzione oggi diffusa che una posizione critica corretta sia quella della disponibilità all’ascolto del testo, non solo attraverso strumenti logici, ma soprattutto empatici, il che non significa condivisione, bensì posizione - non sbilanciata – tra lettura critica e opera, l’unica che consenta di porsi di fronte alla scrittura alla pari, con la stessa aspettativa emozionale di un qualsiasi lettore e dando spazio a tutta la propria capacità intuitiva. Il testo poetico vuole innanzitutto farsi interrogare, non giudicare, e vuole tentare di rispondere. Sono le risposte del testo alle interrogazioni del critico a costituire il “senso” di un’opera. E il critico interroga il testo secondo la profondità della sua sensibilità e della sua cultura, esattamente come il poeta, che si interroga/risponde nella sua scrittura. Il lavoro critico sarà tanto più puntuale e prezioso per la comprensione, quanto più esso non si sarà limitato a descrivere, ma avrà capito, penetrato il testo. Comprensione tanto più acuta, quanto più ampio è l’orizzonte culturale di chi legge l’opera, quanto più capace di costruire i nessi necessari alla decodificazione del messaggio. Empatia, sensibilità e cultura. E tanta fatica, di certo, attendono il critico. Ma anche la soddisfazione di essere ampiamente condiviso, quindi riconosciuto. Propongo ai lettori, al termine di questa riflessione, quattro testi di altrettanti poeti contemporanei più o meno noti, da leggere come fossero anonimi, senza conoscerne titolo, senza presentazione biografico-critica dell’autore (il nome dell’autrice/autore si potrà poi leggere in coda alla bibliografia). Si tratta di quattro esempi italiani della varietà attuale dei percorsi - autori viventi di età diverse - su cui soffermarsi ad ascoltare, da semplici lettori, alla luce di quanto detto, gli effetti poetici.
La materia ha
il peso e l’esattezza che ci serve
Notte del
Salento
Nel trionfo
del visibile
Ma voi non siete
Città d’oro,
Rinasco
ragazzo alto dal petto glabro, sono
Incontriamo
vecchi stolti in città morte, a volte
Scomparsa la
casa della maestra
1-
D. Piccini,2005, La poesia italiana dal
1960 a oggi, BUR, Milano
1 — “la materia ha il peso e l’esattezza che
ci serve”, da ”Come per mezzo di una briglia ardente”,
Atelier edizioni, 2005, Borgomanero (Novara) – Maria Grazia Calandrone. e-mail: ferrannam@fastwebnet.it |
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