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da Per Cesare Ruffato Testimonianze critiche, Marsilio, Venezia 2005.

Sinopsìe di Cesare Ruffato
Marsilio 2002

E’ forse accaduto per uno strano processo biotelepatico – il termine “biotelepatia” è usato dallo stesso autore - che quest’ultimo libro di Cesare Ruffato, di cui è noto il passato di medico radiobiologo, mi ha particolarmente affascinato, poiché ho riconosciuto, fuse nel dettato poetico, sottili tracce d’anima comune, percorsi neuronali noti, quelli di biologo, intendo. Sono, queste Sinopsìe, che l’Autore chiama “foto d’insieme”, straordinari sguardi midriatici spazianti nell’universo cosmico e in quello profondo dell’essere, capaci di cogliere lucidamente lo spaesamento del vivere oggi, l’indicibile vuoto, le domande sospese.

Dunque si tratta di poesia metafisica? Cosmica? Civile? E’ finalmente poesia universale? Pur indovinando un moto di insofferenza/umiltà nell’autore di fronte a tali domande, credo che questa scrittura, unica nel panorama contemporaneo per l’immediata riconoscibilità del pensiero, per la consolidata fede nell’utilità della sua espressione e per l’originale aspetto linguistico, possa assumere tutte le denominazioni citate. E’, questa, una lettura che pacatamente sconvolge le nostre coordinate di fruizione estetica, ammesso che ve ne siano in questo disorientato/disorientante inizio di millennio, per quell’aspetto di rischio in più che oggi dalla poesia si attende.

E’ un discorso sul cammino dell’uomo, sul progresso tecnologico, sul dolore e la morte, infine sull’essenza stessa della poesia, che non veicola certezze ideologiche, ma semplicemente riflette l’inquietudine del mondo, con una inquieta poliedrica scintillante parola. Il suo “conversare di eternità”, “pure in ludico paranoide frattale”, è un cielo dove il metafisico è raggiunto attraverso percorsi ironici, accostando Democrito a Pan, Cristo alle voci mitiche dall’oltre, quelle “ Parche tristi in ascolto del brusio mistico”. Se quindi leopardianamente il poeta è indotto a credere in un ciclo cosmico infinito captabile nella densa leggerezza dei rapporti amicali , “nell’invisibile argenteo capillare di anime intime e amiche”, egli è anche consapevole della sua eterna circolarità: “Dall’infinito si nasce per un viaggio di andata e ritorno”. Ma, quel che più conta in letteratura, lo spessore umano di chi ha speso una intera vita nello studio anche microanatomico dell’uomo e insieme nella pratica di poesia, si rivela nei suoi improvvisi scatti di umiltà, quando angosciato confessa- e qui non posso non cogliere la stessa vibrazione di Borges nella poesia “La luna” (El Hacedor, 1960) tutta la sua “illusione di rivelare ciò che si sottrae nel percepire l’inesprimibile”.

Memorabile per il senso del viaggio cosmico è la poesia di p. 59, dall’incipit “Ora come non mai ad occhi chiusi”. E quella di p. 66, il cui primo verso suona: “Il ritorno alla pianura pullula”, è esemplare per il ritmo, simile a quello di un passo cadenzato in una processione infinita di immagini dove, disarmanti, si accavallano le interrogazioni sul mistero. Emerge pure, da molti testi, la parte “civile” di Ruffato, la sua posizione critica del modello economicista di società, definendosi il poeta un uomo aggrappato al “sogno di vita autentica sottratta all’arroganza dell’esistere”, contro un”idolatria tecnologica” che ancora una volta “sottrae la termica del sacro e del mistero degradando la dignità umana”, contro “l’homo cliccans”. E la visione della realtà è resa più amara e disgustata nel riferire di fenomeni sociali come quello dei “ filoni lagnoni perbenoni” con tutto il loro contorno di vuotaggine e meschinità, non escludendo anche certi poeti che “inondano l’aria di miagolio intimo”, da cui Ruffato si sente “valangato” senza difesa.

A questo mondo tuttavia egli si sente di augurare pace universale, “dall’Oltreoceano al mosaico Oriente”. E come ogni poeta, avverte che la salvezza è nel sogno di “ inseguire la poesia senza catturarla”, nella consapevolezza di “scrivere per disperazione e gioia e sperare che giovi al dolore all’inatteso al vuoto al nulla”.

Ruffato dà la sua definizione di poesia, che rivela un sacro sapore di consegna, confermando tutta la sua avversione ad ogni superficialità e brama di presenzialismo. Il messaggio è nitido: “La poesia vera è la substantia del mondo apparente | l’irreale della realtà e va agita con fede e solitudine”. Un sottile dialogo con l’insondabile ultimo evento pervade tutto il libro: l’ombra di “domina mors” è costante, quasi un corteggiamento, ultima ricerca di senso “all’ultimo angolo mi compita la meraviglia | del vivere sull’alone della morte”. E “morbosamente mi attrae | l’estrema esangue solitudine | del distacco mortale”, fino alla purissima emozione di “Senex stanco al tramonto” di p. 89.

Infine, il linguaggio. E’ qui che Ruffato mostra la sua consolidata caratteristica : la sua è una lingua moltiplicata da una sorprendente ricchezza di neologismi, termini dalla scienza medica, dal latino, dal francese ( il poeta dichiara di avere una predilezione per la poesia provenzale), dalla medicina, dal dialetto d’origine. Di questa finissima poliedrica capacità linguistica Ruffato si avvale non solo per innovare ed amplificare la vitalità del dettato, ma perché convinto che il linguaggio, in fondo, sia uno, mai solo di settore. Ogni campo culturale può essere in poesia, non solo sorgente di evocazione, straniamento, ma anche nutrimento per la densità di pensiero, specchio della complessità del reale.

E’, questo del linguaggio, un grande insegnamento. In primo luogo perché non si disconosce nessun settore di espressione culturale, in quanto tutti hanno pari dignità espressiva potendo partecipare della felicità della letteratura, perfino arricchendola. In secondo luogo perché alla poesia è sempre concesso di creare una nuova, giusta parola partendo dalla giusta fonte o radice, purchè il risultato sia quello di significare /evocare, sia insomma la parola trovata la giusta portatrice del valore semantico richiesto.

Così neologismi come “vertiginare”, “aiuolatemi”, “cellulìo”, “melodiare”, etc., che a una prima lettura potrebbero stupire un lettore poco informato sull’evoluzione del linguaggio poetico degli ultimi 50 anni, rappresentano per Ruffato la soluzione al problema della parola abusata, la nuova via dirompente che, senza divenire ipertrofica, conferisce alla sua scrittura il carattere più contiguo all’ansioso mondo attuale, all’ “armonia inconcepibile e inverbalizzabile”. E’ nei solchi di quest’armonia che Cesare Ruffato continua a “scavare semi nelle parole”. Eppure dopo gli sforzi di tanta “fenomenologia verbale”, dopo questa felice disseminazione, fatta non certo per stupire, ma solo per stupirsi, dell’essere, ancora una volta il poeta umilmente dichiara di non sapere se riuscirà a “grafemare il muto la danza e l’ultima vostra parola”.

Sappiamo che la sua ricerca appassionata continua. Sappiamo che è necessaria.

Le Traduzioni della poesia di Cesare Ruffato

Scorrendo le traduzioni dell’opera di Ruffato dal 2001 a oggi e osservandone le selezioni antologiche, mi sono chiesta se davvero comincia a profilarsi oggi in Europa (e anche in America) una tendenza all’ascolto sincrona che testimonia di un ritmo interno omologo, di un comune sentire o almeno di una comune ricerca. La risposta sembra essere affermativa. Lo è almeno per questo autore, di recente tradotto in inglese, francese, spagnolo e svedese (in passato anche in portoghese, croato, fiammingo ), per il quale è facile riconoscere, nell’operazione di selezione dei testi effettuata dai curatori, le principali direttrici di pensiero poetico, già evidenziate dalla critica italiana lungo più di un quarantennio di scrittura in lingua e in dialetto padovano.

Descrivo sinteticamente questi focus di poetica in 6 punti, dove l’ordine non ha connotazione di valore:

1 — L’impossibilità di una risposta di senso dall’interrogazione della realtà.
2 — L’importanza della parola come veicolo di densità di pensiero. Parola proveniente da ogni settore, parola in continua rinascita e ribellione, parola da liberare.
3 — La presenza di microstorie dal quotidiano, con carattere di universalità.
4 — La presenza di dolore privato (anch’esso universale).
5 — L’insofferenza per un mondo ipertecnologico, presuntuoso e vuoto.
6 — La predilezione del dialetto come lingua assolutamente vitale e plasmabile.

Ci si aspetterebbe infatti di notare delle differenze nella scelta dei testi di un autore destinati alla traduzione nelle diverse lingue, sia a monte, per una diversa “cultura” del soggetto che sceglie, sia a valle per la presumibile difficoltà di trasferire l’oggetto scrittura, in questo caso un linguaggio poliibrido e ribelle da sempre a ogni consacrato modulo, in uno “spirito della lingua ” ogni volta diverso.

Allora, almeno fino a quando prevarrà la consuetudine di tradurre “ selected poems ”, anziché le edizioni integrali, sarà necessaria l’analisi comparata dei testi selezionati per la traduzione, al fine di valutare la presenza delle linee di poetica riconoscibili, sicuro indizio di “classicità ”, intendendo per “classico ” un autore che abbia un ponte radio privilegiato con l’universo dei lettori.

L’antologia francese Cantates evasives et autres poèmes (2003), curata e tradotta da Bernard Simeone, è forse la selezione più densa ed esaustiva - peccato sia curiosamente ferma al 1996 - Contiene testi da tutte le raccolte in lingua (da Tempo senza nome del 1960 a Etica Declive del 1996) e da quelle in dialetto (da Parola pìrola del 1990 a Diaboleria del 1993). Sebbene manchino quindi testi da Saccade (1999) e Sinopsìe (2002), sono ben evidenziabili tutte le direttrici di poetica. Bernard Simeone spiega la scelta descrivendo “una poesia vulcanica e sapiente, frammentaria e tesa verso una impossibile unitarietà, libertaria e moralista, elegiaca e beffarda, volta a superare la sfera del sentimento per portare la lingua all’essenziale discorso sulla vita… Parallelamente, l’opera dialettale testimonia di una profonda immersione nella lingua padovana, allo scopo di attingervi la forza per una vera innovazione, sovvertendo le apparenze, senza quella mitologia del “primitivo”, tipica della poesia dialettale di Pasolini.”

Traduzione integrale della raccolta Saccade è Optical Fibrillations (2001), tradotto da Adeodato Piazza Nicolai per i Quaderni dell’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo. Eanna O’Ceallachàin nell’introduzione parla di un “linguaggio idiosincratico, cross-fertilizzato attraverso vari codici linguistici. Sebbene l’autore abbia in comune con la neoavanguardia una propensione all’innovaxzione linguistica e formale, la sua poesia risulta personalissima per stile e contenuti, senza mai essere” autoreferenziale” Nella raccolta sono evidentemente presenti in varia misura le prime 5 tematiche.

In inglese è anche Scribendi licentia Poems in the Paduan Dialect (2002), selezione dal volume italiano edito nel1998 contenente tutta l’opera dialettale. Il volume, tradotto e pubblicato a New York da Luigi Bonaffini, ha una dotta prefazione di Giulio Ferroni che esalta il “dialetto deviante” di Ruffato, che si espande immergendosi a capofitto nell’alterità, ricorrendo a ogni genere di espedienti per imporsi sul linguaggio comune, termini stranieri, arcaici, citazioni colte, accostando frammenti gergali e linguaggio settoriale, ciarpame giornalistico, segmenti di linguaggio scientifico, tecnico, letterario e iperletterario. E’ questo il modo migliore per ottenere impensate combinazioni, utili per indagare tutta la complessità e contraddittorietà del reale”.

La decisione di Bonaffini di pubblicare numerosi testi dalla sola opera dialettale deriva sicuramente dalla sicurezza di tradurre una poesia i cui temi sono tutti coerentemente presenti, come nelle opere in lingua, e dalla consapevolezza che “tutta la poesia di Ruffato si rivela una lotta senza fine con le parole, uno spiare i segreti movimenti del linguaggio, lasciandosi avviluppare nelle sue spire, caricandolo di elementi di varia origine, estraendo da esso elementi polemici, ironici, viscerali, portandolo alternativamente ad una riflessione razionale / etica e a un delirio magmatico”

La piccola antologia spagnola Ritmo de sinestesias (2001) è una selezione di soli 19 testi da Saccade, tradotta da Nurìa Perez Vicente per i Cuadernos Literarios La Placeta. La cura è di Mercedes Arriaga Florez, che in prefazione acutamente osserva come “Ruffato sa trasmettere con ironia e provocazione la condizione di estraneità, di non appartenenza, utilizzando la poesia come strumento quasi chirurgico di diagnosi dell’uomo, della parola e del mondo, con la partecipazione di chi vive un tempo colmo di zone oscure e incomprensibili e la consapevolezza di chi si colloca nell’atemporalità della scrittura”. Sorprende in questa antologia la coincidenza delle poesie selezionate con quelle dell’antologia svedese

Sa Langt Ogat Nar (2003), curata e tradotta da Gertrud Olers Galli, che aggiunge ai testi da Saccade e da Sinopsìe alcuni dall’ultima raccolta Verdi ricordi e i 4 bellissimi testi inediti di Elegia della rosa.

Elegia della rosa

Qui echi della poesia provenzale amata dall’autore si mescolano a toni e suggestioni della pittura floreale di Redoutè in un’ atmosfera barocca che rivela, per sapiente contrasto, l’ineluttabile evento del morire.

Il poeta stesso diviene rosa, assorbe l’impalpabile psicologia della rosa, sente e guarda il mondo attraverso i sensi della rosa, consapevole della dimensione effimera del ciclo vitale e dell’eterna sofferenza per l’inconoscibile. La rosa appare “simbolo edenico del fiore | noumeno spinoso del silenzio”.

Così Ruffato continua a sorprendere. Ora il mondo non è più un luogo arido e indifferente, ma un indicibile libro della natura da sfogliare, le cui “forme rapprese | si accostano alle spine per provare | il colore del sangue che germoglia rose”. La terra, immersa nel dolore, può ancora gemmare speranza. E qui la parola di Ruffato ha già oltrepassato ogni prevedibile tematica. E’ ancora oltre, libera altra parola.

Materiale
Per Cesare Ruffato
saggistica 
Autori
Annamaria Ferramosca

Pubblicato su:
Literary nr.6/2006
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