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Si chiamava Beatrice, visse sulla montagna pistoiese e si guadagnò la stima di Fucini

Non sapeva né leggere né scrivere, ma improvvisava ottave con la stessa disinvoltura con cui spaccava legna da ardere e dava da mangiare a Ghirlanda, la sua affezionata vacca. Della poetessa ignorante dell’Appennino, il cui nome, Beatrice, risuona ancora argentino nella letteratura toscana dell’Ottocento come il suo canto nella montagna pistoiese, poco o nulla sapremmo se uno dei più grandi scrittori dell’epoca, Renato Fucini, non avesse raccolto i suoi versi attirando la curiosità di altri intellettuali dalle pagine della Nuova Antologia. Primo fra tutti, Niccolò Tommaseo che, rimanendo folgorato davanti a quella giovane pastorella dai grandi occhi neri e riccioluta, che cantava al suo amato: innanzi ch’io ti lassi e t’abbandoni perfino gli aranci faranno i limoni!, di lei non smetteva di parlare nei salotti fiorentini, allungandone la fama.

Ed ecco un altro risarcimento. Arriva in edicola dalla felice penna di Paolo Ciampi. Lo scrittore e giornalista in Beatrice. Il canto che conquistò la capitale (Sarnus) racconta in 130 pagine una storia straordinariamente generosa, autentica sul versante biografico e romanzata nell’immaginario incontro di Beatrice, in punto di morte, con Fucini che corre trafelato al suo capezzale incrociando il prete sulle scale. Ma qui comincia il bello. L’autore immagina la poetessa di Pian degli Ontani, riaversi, in barba all’estrema unzione e cominciare il racconto della sua vita fatta di greggi, dolori e canti improvvisati. Della vena poetica che scopre il giorno che va in sposa a Matteo, dei duelli in versi seduta su un sasso, con Cecco il montanaro e Giannina Milli, la poetessa. Il racconto va avanti attraversando i dolori che la segnano in 82 anni di vita, tra cui la perdita del figlio Beppe, morto a 22 anni, e la gioia di aver liberato un verso incontrando occasionalmente il Re, quando Firenze era capitale del regno. Continua copioso sugli incontri con letterati di grido come il piemontese Giambattista Giuliani, studioso di Dante che rimase affascinato da quel paradosso vivente, una pastora ignorante dal soavissimo canto: Uccellino che canti per il fresco, per il caldo ’ un ti sento mai cantare, se ti potessi avere nel mio archetto, i tuoi bei canti li vorrei imparare... Molti altri intellettuali e curiosi correvano sulle montagne di San Marcello per conoscere il fenomeno la cui eco era ormai forte a Firenze. Le ottave di Beatrice sono raccolte nell’introvabile Roadside songs of Tuscany, il volumetto che nel 1885 diede alle stampa la giovane amica americana Francesca Alexander. Presto sulla montagna di Cutigliano sarà inaugurato un parco dedicato e Beatrice

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