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“Donna io. Profanata”
“Contavo tredicianni all’altalena, | le bambole ninnavano le streghe nell’antro del drago”(…). Ed ora “stringo la mia bambola di stracci | a croce sul corpo depredato: L’ululato è un urlo di silenzio | nella fuga del lupo…” (Contavo tredicianni): Con queste pennellate quasi surreali di ragazzina violentata, Lilia Slomp Ferrari apre con coraggio la sua ultima silloge poetica (All’ombra delle nove lune). Mentre il dipinto della copertina, dal titolo emblematico “Incubo”, è della figlia Daniela, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera e storica dell’arte. Il poemetto è frutto della maturità della scrittrice trentina, che è riuscita a farvi convergere tutti insieme gli elementi della sua peculiare espressività: visionarietà magica, vibratilità cosmica, dilatazione del proprio sentire soggettivo fino all’identificazione con la condizione femminile. L’effetto? Versi pungenti e preziosi come spilloni d’oro. Lilia Slomp tesse con la parola poetica tutta una trina di immagini che si rincorrono ora lievi come passi di danza e ora pesanti come pugni nello stomaco. Mette a nudo l’animo di tante ragazze, che vengono depredate dei teneri sogni dell’infanzia e precipitano in un vero marasma esistenziale. Ma riesce mirabilmente a stemperare l’angoscia più cupa con bagliori d’una tenerezza struggente. Nel libro si susseguono due parti, intimamente collegate dal numero “nove”: nove soliloqui nella prima parte e nove lune che scandiscono un tempo preciso nella seconda. Nella prima, le parole danno voce e colore ai sentimenti non detti, incomunicabili. Sono “parole come pugnali | dentro il petto, quelle non dette, | lasciate al caso oppure all’invenzione”. Sono le parole della ragazza che si vede “spampanata”come una rosa sfatta (Bella per chi). O quelle della vittima d’uno stupro di branco (“erano tanti, schifosi più dei vermi | che ora mi brulicano nel cuore | per un approdo ultimo di terra…”) che si sente “spezzata nello stelo d’equilibrio, | sputata all’onda lunga d’agonia” (L’ultima luce). O le parole di colei che avverte la profanazione del suo corpo come una “predazione dell’essere”:”è un brivido cosmico | questo tremore che mi staffila, | mi unghia le carni nell’impotenza estrema” (Donna io. Profanata). Mentre la fanciulla che cantava l’amore “a ogni quarto di luna | per quelle vibrazioni di pensiero | che sanno il veliero volante, lo spazio siderale… | ora giace a nicchia nel canto | ignorata come sputo” (Cantavo l’amore).

Quel profilo d’aria…
Nella seconda parte il poemetto scandisce il trascorrere di nove lune: il tempo della gestazione dentro un grembo violato di fanciulla. Per ogni luna nuova, la musicalità dell’endecasillabo ritma quattro poesie, tante quante sono le fasi lunari. Nei primi due mesi la giovane è ancora concentrata sui propri incubi, sui “cocci dei sogni” e col cuore scardinato sfoglia “cancellate di sole per spaurire | ombre cocciute alla memoria” (Scardinato il cuore). Ma già alla terza luna, mentre vede gonfiarsi il suo profilo “alla lanterna tonda del cielo”, si sente fiorire “come boccio violentato | dalla picchiata folle | dell’insetto | che rigetta il rispetto dei colori”. E si apre al “tu” della nuova vita che le germoglia in seno:”sarò culla di musica, | ampolla di essenza, proiezione | di speranze o voragine che inghiotte | nel furore il tuo destino?” (Su muri trasparenti): Scorre via la quarta luna, nella vergogna che “già tutti sanno ormai il mio segreto | di palpiti strazianti sull’ignoto”. Ed è affanno alla quinta, quando sente che il “tu” scalpita il suo “ballo frenetico sul cuore”: Sono attimi di stupore e di lacrime:”Ti regalo sguardi di cielo | per annullare occhi di voragine”. Sono gesti anticipati di tenerezza nella sesta: ”Ti condurrò per mano | oltre il sentiero dei trifogli | nel cuore del papavero e della rosa canina…” (Ti condurrò per mano). Già al settimo mese disegna il suo possibile visetto con “profili d’aria a mano aperta”. Ma si sente ancora brancolare nel buio. Nell’attesa ripercorre a ritroso i sentieri del tempo che le è stato rubato, in cerca delle antiche favole “per accoglierti mio anemone, | nonostante la tramontana”. All’ottava luna esplode in un grido di speranza.”oggi è il giorno del futuro”…”Ti modello a vent’anni che corri | in braccio al sole, figlio”. Ma al sopraggiungere della nona luna, l’urlo della vita nascente si smorza in “un eterno istante d’agonia”. “Non saprò mai il tuo volto disegnato, | scolpito nel dettaglio delle ore… Al posto mio ti hanno lapidato. | Oh figlio dell’angoscia e del furore”. E’ nato morto o è solo una pietosa bugia di chi ha pensato fosse cosa migliore allontanarlo da lei? Intanto lei, assorta in un parossismo di tenerezza umiliata continua a parlargli:”è la galassia la tua culla | ora che bevi la via Lattea | succhiando splendori dalle stelle. | Io non potevo tanto…”. Nella totale solitudine evoca i pianti di familiari ninnenanne. Evoca una Nascita speciale con “l’Osanna moltiplicato dagli angeli, neniato dai pastori”… Ma quanto è diversa la storia concreta, che scorre “monotona e lasciva”! Poema forte e drammatico, questo di Lilia Slomp, eppure è un canto alla vita perché esalta la potenza dei sentimenti. E’ un canto di pietas dal respiro universale, che accomuna la vita della donna a quella dei fiori, degli animali e degli oggetti inanimati. E’ un canto di speranza nella vita cosmica, capace di riciclare e rigenerare perfino la deiezione d’una virilità blasfema. E in senso strettamente letterario e musicale, come leggiamo nella puntuale prefazione di Paolo Ruffilli, è di un “respiro corale coinvolgente che ha scarsi riscontri nella contemporaneità poetica italiana e che costituisce un’ulteriore ragione di originalità”.

18 settembre 2005

Recensione
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