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Poesie tratte dal libro
Il sentiero della ricerca (2008)
di Giuseppe Fornasarig

1.1) Metapoesia, 1?

Se scrivi della vita e della morte
del dolore infinito degli uomini
con quasi nessuna competenza
con umiltà, indigenza,
speranza di dare un segno,
appena visibile,
per pietà del momento
vibrazione di un moto del tempo

non puoi chiedere niente in cambio.

Sarebbe come camminare
per aridi deserti
steppe, brughiere, sentieri incerti,
per forza di solitudine a conquistare il mare
i riflessi della sua luce
l'estensione del suo mistero
gli specchi della sua anima

E sperare che ti disseti.

Il futuro della poesia

E sempre mi arrovello
e tento di comprendere
il loro eterno riflettere
sulla crisi del modo della forma,
su come dovrebbe essere
la poesia. E tuttavia:

mi è di conforto Rilke:
“Muss ich schreiben?
Ich muss”.

Come se: data l’assenza,
la contrazione del tempo,
il rischio di annientamento,
ad ogni attimo....
Quando la ignota bocca
lacera il fiore,
vuota lo stelo,
beve avida il calore,
il flusso segreto del sangue.....

Solo il canto che prende forma
restituisce vita al simbolo, suono della notte,
sottrae il tempo al vuoto della morte.

E non può essere prosa,
e nemmeno silenzio.

A Francesco Petrarca

“Le chiamasti a Te in età giovanile....morte davvero profittevole per loro e per noi necessaria.....e disserrasti le catene che legavano le nostre anime......
....che cosa con gran fatica cercavamo, o buon Gesù, se non un amore destinato alla morte e anzi procuratore di morte....?”
(da una lettera di F. Petrarca al fratello Gerardo, del 1348).

Era necessario, Francesco poeta,
sempre troppo affine al mio cuore,
pensoso, melanconico profeta
di persa sostanza d’amore,
che dovesse morire
la Laura delle dolci acque
per divenire vero luogo d’amore?

......Il suo volto e gli occhi luminosi,
che ad ogni istante di emozione d’amore,
erano eco testimoniante
il divino splendore;
dovevano svuotarsi del sangue pulsante
e con ambigua garanzia
di un divino esitante
verso la vita,
morire per essere amati?

Fu grazia la loro morte, tu dici,
per una teologia
e una strana divina clemenza,
che illumina l’oggetto d’amore
solo nel vuoto dell’assenza.....

Ma se era il corpo di Iside antica
a sottrarre le membra spezzate
di Osiride alla morte d’amore
e ricomporle in unità di vita.....

....Cosa accadde per condurci a pensare
che proprio la morte e il vuoto di Iside
siano il prezzo per poterla amare?

5.1) A mio nipote

Ha stormito nell’occhio della notte,
poi si è spento, dopo breve riluttanza,
anche l’ultimo alito di vento.
Tutto riposa nel silenzio della stanza.

Eppure la notte vive,
spenti i movimenti della luce,
dietro le sue palpebre care
che sembrano riposare
ma sono solo le rive
del fiume della notte.

Come possono sopportare
quelle fragili dighe
il corso dell’altro tempo,
la corrente fluviale
che la notte descrive.

Forse non sono dighe,
ma sponde,
abbracciano la corrente
accolgono le onde del tempo infinito,
quello della natura.
E la mente risponde,
si fa estuario fecondo
per la luce del giorno.

Anche se non conosco lo strumento...

Anche se non conosco lo strumento
che le produce, le armoniche profonde,
accordi della natura, tonalità dell'essere,
in alternanza vengono alla luce.

E mi determinano, cupe o luminose,
quando il tempo rifluisce alla sorgente:
talvolta biologia dolorosa,
talvolta fonte luminosa
dal grembo degli oceani,
prima del lessico,
prima degli eventi.....

....la coscienza si estenua operosa,
tentando di comprendere :
e si sente talvolta frammento
estremo, residuo di schiuma
pulviscolo del frangersi di un'onda.

A volte centro del fermento cosmico
che si attua solo e nel momento
in cui diviene strumento
di suoni umani.

Auschwitz ’95

“Liberaci dal dolore”
implorarono le vittime
“Liberaci dall’orrore”
gridarono i carnefici.

Prima ci fu silenzio,
poi da un incavo nello spazio,
per una conversione della freccia del tempo,
breve segmento nella clessidra di Dio,
la materia rifluì nel movimento,
obbedì ad un segreto tormento,
mai, prima, rivelato
e si ricostruì: in grazia.

Allora emerse, non più crocefisso
un Dio di gloria diversa,
interiore, molto interiore all’uomo
partecipe del male,
delle sue segrete radici,
parte del Suo mistero,
ancora prima della creazione.
E portò redenzione:
abbracciò i crocefissi della terra,
nel loro oscuro destino,
si attuò in loro,
elevandoli a sé.

Poiché il dolore,
in quella forma estrema
aveva pervaso il cielo,
convertendolo.

“Chiare e dolci acque”

Fu forse il miraggio di un’isola
per un vascello in viaggio,
vele spiegate, a un tratto illuminate
dal raggio di luce cercata.

Stanco di navigazione
tra parvenze di terra e visione,
per quanto esperto di mare,
arido di sale e troppo navigare,
misi la prora al vento per fermare
il mistero di questo attraversare
in solitudine.

Fu grande fortuna poter abbracciare
la tua luce e presenza reale:
conquista salutare,
riposo nel frusciare d’acqua viva
delle tue labbra,
consistenza del corpo,
la luce dei capelli,
sciolti a riflettere il sole.

Era un luogo previsto,
nella mappa oceanografica interiore,
anche per fare riposo e provvista
di chiare e dolci acque
e fulgore d’occhi e conquista.

Per quanto reale il miraggio
si è reimmerso nel grembo acquoreo
dal quale proveniva,
di cui è parte.

Così ho ripreso l’arte del navigare,
meno arido e consumato dal sale,
forte quanto basta a timonare nel vento,
sapendo che tutto è acqua,
luce, abisso.

E’ d’altronde da quel grembo
risonante del progetto di Dio
che proviene l’amore,
dalle infinite molecole dell’acqua:
frange alla riva,
in forma di immagini e visioni,
costruisce figure da amare.
Poi rifluisce nella materia del mare
nel suo irradiare,
fermo al centro.

Cogito ergo sum

Il Logos, signore d’Occidente,
fin da sempre,
in nome del padre.....

.....e la lingua della madre,
già nel grembo,
estuario cosmico?

Se la natura avesse una mente,
antecedente e contenente
la struttura del logos?

Cogito ergo sum:
il cogito del logos
rimase solo:
astratta struttura.
Il cogito del sum
si ritrasse di nuovo
nella sorgente del sogno,
sua antica dimora, sua natura.

E da lì ci governa:
poiché é il grembo del mare,
che ogni giorno si versa in risacca,
sulle nostre mani ignare.

Comandante ad Auschwitz, 1?

Questa poesia é ispirata dal testo “Comandante ad Auschwitz” di Rudolf Hess, l’ultimo comandante ad Auschwitz che lo scrisse nei sei mesi precedenti la sua esecuzione.

E tuttavia è molto difficile
parlare di morte dell’anima,
e della morte di Dio,
anche se il colonnello Hess,
comandante ad Auschwitz
si commosse teneramente
nel vedere i bambini zingari
correre ignari, giulivi,
tra i fiori estivi,
nei giardini di luce,
nel grano,
verso il buio della loro morte,
per sua mano.

E noi che sappiamo, e sapevamo,
sappiamo e tolleriamo,
e non coltiviamo in noi
i giardini di luce,
ma li svuotiamo
per aridità e sfiducia.
Noi che sappiamo che i fiori estivi
possono divenire fiori di morte
e conosciamo il comandante Hess,
anche se in diversa sorte,
e concediamo troppo alla morte dell’anima,
e teniamo lontani da noi
i giardini di luce,
quei fiori, quel grano...

Tuttavia Signore ti imploriamo
di non morire una seconda volta,
solo per avere condiviso con noi
la tenerezza del comandante Hess
e il gelo della sua sorte
...................................
poiché nel giorno della nostra morte
vorremmo poter pregare, con Te
per quelli che rimangono,
per continuare il tempo
che tu scegliesti per noi.

Per cui noi Ti preghiamo
di ricostituire
quell’altra Tua presenza,
di quei fiori e quel grano,
dei giardini di luce
e della mano che li sfiorava,
dell’essenza della vita,
prima che fosse sfiorita.
Che noi adombriamo
ma non conosciamo,
cui tuttavia aneliamo...

Poiché possiamo ricominciare,
insieme, Tu e noi, e creare
nuova vita e speranza,
colmando la distanza
tra noi e quel gelo,
tra noi e il mistero
dell’ombra che invase l’anima
del comandante di Auschwitz.

Cuba’98

Celebra Giovanni Paolo
genuflesso,
il trionfo della preservazione.
Ripropone tra canti trionfanti
l’antica divina visione.
Lo fa con voce tremante,
l’erede di Pietro,
quasi esitante.
Forse vede,
antico e saggio, al di là del tempo,
e prevede
il guadagno e la perdita.

Certo sapendo:
come, esaurita la follia crudele,
compiuto l’odio,
sui campi di sterminio della terra,
di quell’eterna, mai sopita, guerra
restano solo i martiri.

.....nella sua misteriosa visione il Signore
sceglie ovunque il suo seme,
in ogni campo di grano
semina speranza e dolore,
luce d’amore tra stelo e stelo, spiga e spiga dell’odio.....
Poi lascia che muoia il migliore
prodotto della semina
per concimare il tempo;
e raccoglie i suoi frutti,
a noi ancora ignoti.

Si genuflette, appena, lievemente,
davanti a Giovanni Paolo,
il leader massimo della rivoluzione;
si genuflette con lui, in ostaggio,
quella che fu la gloriosa visione:
la pietà per le vite infinite,
piegate da sempre al dolore,
il sangue delle loro vene,
la speranza della ragione,
la morte, l’utopia, il coraggio.....

.....per non avere visto.....
per avere perso lo spessore.....
.....le radici nell’altro tempo:

così il frammento d’amore appena acceso,
ha degenerato e poi si é spento,
nel fiume della storia.....

.....forse per troppo peso della terra,
luogo delle nostre radici,
rimaste senza concime,
perché il cielo si é svuotato d’amore,
e la sua pioggia non redime.

Dai Tu luce religiosa, Signore...

Dai Tu luce religiosa, Signore
a quel cielo troppo infinito
dove la mente vaga in astrazione
e il cuore si è smarrito.

E quindi divieni, come Tu scegli e credi,
nostra pulsazione
per consentirci ad ogni istante
di ricreare la vita
seguendo la Tua intenzione.

Forse è il canto della notte
la Tua pulsazione naturale;
ed è strano che i messaggeri del sogno
indugino così a lungo, timorosi,
a divenire vessilliferi del giorno;
loro così vicini alla sorgente,
riflesso, anche se lontano, in noi
della Tua grande mente.

Di nuovo Euridice

Ho attraversato il mondo dell’Ade
a cercarti, Euridice perduta,
senza mai tregua,
senza darmi riposo,
antica sposa, mai riconosciuta,
persa nei luoghi dell’antica sorgente,
sempre spasimata nel cuore e nella mente.

Ti ho riconosciuta,
tu persa tra le ombre,
in quella poca luce,
ti ho abbracciata senza guardarti,
tu mi hai chiamato tuo sposo......

E ora sei forma vivente,
e ti nutre l’antica sorgente,
e io penso tu sia specchio
di sostanza nascente;
e mi abbandono
alla corrente di luce;
tu ti nutri di me
e la tua presenza seduce,
induce alla speranza.

Sottratto al regno delle tenebre
il tuo corpo ha preso a vibrare
di propria luce;
e ora sei tu a tenermi per mano
e a guidarmi in un ritmo di danza
che non conosco
e non so dove conduce.

Così mi coglie il dubbio:
se dopo tanto attendere,
anelito,
bisogno, tu mi lasciassi solo
a sognare il mio sogno.....

E la mente potente soffre e diffida:
poiché sa che non è fatta per il ritmo,
senza la mano che la guida.

Discordanza

Il vizio e la virtù
per confluente gioco
regolano la scacchiera,
credo ancora per poco.
L'estrema verità dello sgomento
si ottenebra verso il fondo
per scuro sedimento.

Il tempo inaffidabile
per dissonante unione
si presta deprecabile
al sogno e all'illusione.

Si stemperano più rari
i colori al tuo volto
quasi che questo abbraccio
discontinuo, estenuante
abbia spento la luce
di uno spazio interiore
divenuto distante.

Così continua il gioco
per lento sfinimento
e la scacchiera domina
le mosse nel silenzio.

Le mosse non compiute
hanno pietrificato
l'ignota dissonanza
il tempo dilatato,
più grande la distanza.

Forse due note sole,
un'armonia che già c'era
un accordo scordato,
distratto dal dolore,

un suono che si è perso,
hanno gettato nel vuoto
il gioco e il giocatore.

E allora chiesero i Bodhisattva...

E allora chiesero i Bodhisattva
"in base a cosa permangono
in noi l'odio e l'avversione ?"

E Gautama Buddha signore
donò la luce superiore
parlando al loro spirito.

La vacuità, disse il sublime,
il vuoto in quella mente
che corrompe l'istinto e l'emozione,
la liberazione da quello che pensiamo
delle nostre radici
per una nuova luminosa visione
è la salvezza.

E quindi sollevò la mano lieve
quel gesto sacro e breve,
più divino che umano
a donare l'illuminazione.

Il vuoto - ripeté - il vuoto
ed essi visualizzarono lo spazio dell'assenza
ed in religiosa sequenza: la luce

E lì apparve il loto.
Le radici nel fango, nella terra
lo stelo nell'acqua,
la parte radiosa nel cielo.

Le radici erano forti nella terra
e lo stelo nell'acqua,
e l'acqua un velo avvolgente
di verità esoterica,
intermedio tra fango e cielo.

La vacuità del cielo era la gloria
di umiltà delle foglie e del fiore
che traevano dall'acqua e dalla terra
le leggi della vita e dell'amore.

2.5) Eppure il tempo preme sulle dighe...

Eppure il tempo preme sulle dighe,
come l’inquieto flusso inespresso
tra le righe,
nello spazio non scritto.

E non bastano emozioni furtive,
e non bastano le figlie del tempo,
se troppo lontane, se prive
di luce da dentro.

Eros e Thanatos

Eros, l’amore: prima realtà del corpo?
E Thanatos ramo spezzato,
degenerato nel rancore.....

Mani ignare.....
hanno tradito la terra,
hanno portato nel corpo
la mai più sedata guerra.

.....Eppure non é corrotta la sorgente:
nella mente della notte,
l’odio é deviazione;
.....la mente della notte,
per sua natura eminente,
vuole conciliazione.

Abbracciai Thanatos in solitudine,
nel dolore dell’Ade:
povera forza cieca
che l’odio per il corpo pervade.....

.....Da lei sgorgavano in flusso
i sogni dell’orrore:
un mafioso squartava mia figlia
in odio al suo corpo interiore,
poi si interponeva violento
tra me
e l’ormai inutile amore.

.....E io capivo
che, prima delle rivelazioni del sogno
ero stato sacerdote di Thanatos:
in ogni momento
avevo celebrato nel corpo
un antico mai redento, evento,
sacrificato Ifigenia alla guerra,
per odio verso Iside.

.....Poi riaffiorava dalla stessa sorgente,
dal cuore della notte,
la figura prima aggredita,
in veste nuova:
Venere Primavera,
e rideva felice, nuova Euridice, la figlia,
portatrice di nuova incarnazione,
per una superiore visione.

E io mi dicevo:
questa é forse la prova
che Eros é la realtà della mente,
se le figure del sogno
sono il riflesso di Iside
che anela alla riunione
con Osiride, parte staccata:
nel mito, nella storia,
nella violenza di Thanatos;
per una unitiva visione
della grande sorgente.

Se la mente dell’origine
non fosse Iside dea,
e la scissione solo un evento:
perché tutto questo sgorgare,
perché l’eterno frangere
sulle rive del giorno
dei messaggi del mare
nelle onde del sogno?

Ifigenia

"O genus infelix humanum talia divis
cum tribuit facta atque iras adiunxit acerba"
Lucrezio, "De rerum natura"

Così morì Ifigenia
sull'altare di Artemide.
Certo è un lontano evento
quel sangue di vergine
spento per compiacere la Dea,
per propiziare una guerra
mai spenta, mai redenta.
E fu occasione di gloria a lei offerta
quel frammento di storia.

Non esitò il re padre e guerriero
a sposare il volere crudele
di quella tragica Dea
e trovò in sé la forza maschia, il potere,
per trasformarla in violenza di guerra,
di uccidere il frutto prezioso
della sua unione con Demetra e la terra.
Sottrasse il calice alla fecondazione
e solo allora fu pronto a donare
dissoluzione e morte.

Salparono le sue navi
fiere di grandi guerrieri
metalli bruniti, luminosi cimieri,
falci d'oro nel sole, illusione di gloria
su spade esaltate di luce
forgiate nel sangue.

E giunsero fino a noi
sui mari insondati del tempo
gli Atridi dell'odio.
E la loro drammatica guerra
non ebbe mai compimento,
né a Troia , né altrove.
Ma si perpetua eterna.
Poiché la sua vera ragione
è nella natura di Artemide,
deviazione dell'anima.

Il miracolo della retina

Guardando quel cielo così distante,
spazio mai così ignoto,
un vuoto di miriadi di misure:
pura astrazione,
anche se valorosa,
di una forma della mente.....

.....una pioggia di fotoni sulla retina,
in questo istante:
specchio della creazione.
Poiché, per certo, ogni fotone
viene da una stella ad anni luce di distanza,
che così acquista sembianza
e riflette la prima intenzione
del Signore dell’origine;
ora, in noi,
per miracolo della retina.

.....forme, spazio, coscienza di luce:
valore,
da quel progetto di creazione distante,
sgorgato dalle Tue mani,
Signore della natura,
di cui Tu sei la sorgente
e noi il sembiante,
per questa coscienza della retina,
nell’emozione ammirata del cielo,
in questo istante.

2.1) Il sentiero della ricerca

Tu che sei in noi per quel segreto canto,
per le vene che pulsano nel cielo,
labili, inafferrabili,
in un fluire, fluire continuo
di fedi antiche, perdute,
rimpianto dolente.....

Tu che sei in noi per quel bisogno eterno, tormentato
di lenire il dolore
conflagrato nell’anima del tempo;
per tutto quel morire, la violenza,
anche nella natura,
anima inconscia,
il suo fremere, gioire, patire ignaro.

Ti abbiamo cercato nel mito sconvolto,
negli Dei della terra,
nei volti dispersi della scienza,
nella convulsa coscienza.....

E ora Ti preghiamo:
per tutto quel soffrire,
l’anelito e l’ascolto,
la pena del tempo dissolto
rivelaci, se vuoi,
almeno l’ombra del Tuo volto.....

Signore dell’unica sorgente:
ogni volta che hai aperto le braccia
hai lasciato un frammento di grazia:
e noi lo abbiamo venerato
ma con voci troppo diverse
e le tracce si sono disperse.

.....come se a nostro grande tormento
avessimo udito la Tua musica
senza mai vedere lo strumento.

In quale margine estremo
di galassia lucente
dilaga ora la tua mente
imprimendo all’energia l’amore?

Dove sono i doni che hai lasciato,
fraintesi dalle nostre mani,
il segno che a Te conduce?

Forse é il bambino di luce,
ad ogni nascita, in noi:
il nostro Oriente;
lo strumento musicale
da cui effondi ogni volta la Tua musica
che non sappiamo interpretare.

Il sogno dei Lama e della donna che canta

Un gruppo di Lama Tibetani
intonava dolcemente
un canto dolce, lento,
che mi affascinava,
e mi distoglieva dal tormento.

Una donna, a me ignota, interpretava
le parole di quel canto.
Se tentavo io di interpretare,
mi venivano, spezzate,
le parole di una canzone volgare…..

Ricordo che a quel tempo
tentavo di avvicinare,
per sottrarmi a solitudine e tormento,
le parole del Signore dell’Oriente,
la possibile sorgente
di una nuova effusione,
senza riuscirvi……

Senza vedere
che tale dolcezza e commozione
disperatamente cercate
in una nuova religione,
erano un modo di essere del corpo
che la natura annunciava
nella donna parlante
il linguaggio orientale;
corporeità pulsante, nelle molecole,
che si doveva ancora rivelare……

Il riflesso dell’io cosciente,
veniva indicato, nel sogno,
come ignaro e banale……

Ma da quale forma di ragione,
in quale dimensione della mente,
per quale flusso di esperienza,
proveniente da quale sorgente?

Forse la donna che canta sta a indicare
la fonte, nel tempio del corpo,
di una religione naturale…….

Forse è così:
deve esserci interazione
tra l’infinito procedimento della vita,
dal vuoto quantico
a quella grazia infinita
che è il primo sussulto di emozione
nella materia,
e la rivelazione dei profeti d’amore:

se non fossimo figli
di una grazia anteriore,
se non fossimo suo omaggio:
come potremmo capire il messaggio?

Il sogno della sorgente poetica

Una figura di donna
apparve breve, nel sogno,
mi pose una mano
sulla spalla sinistra.
Un’altra la imitò:
e la appoggiò lieve
a poca distanza.
Poi disse:
“dal luogo tra le due mani
viene la risonanza
che tu rendi parola.”

Ed io, presa coscienza, spiegavo:
“Vedi da dove sgorga la poesia,
da dolci figure femminili,
ora signore del mondo della notte;
costruite sul ricordo
di innumeri volti e sensazioni
di tenerezza donata,
ora riverberazione
di grazia ritrovata,
fonte dell’emozione,
in te, oggi
che diventa poesia.

.....sono l’incarnazione
di un mistero di rispecchiamento
dove tu sei le figure percepite
sovrapposte nel tempo,
costruite in forma di immagine.
E per mistero di armonia
da percezione divengono parola
e, da suono confuso, melodia.

Il tempo vuoto e il suo arbitrio

Il tempo astratto
della clessidra breve
cerca veloce il proprio compimento,
complice il vuoto.

Non sa che non deve
ignorare il vasto sedimento
della natura fusa nel ricordo.

Non sa che non può
lui che è solo frammento
di sopita emozione
tracciare l’equazione del mistero

Non sente l’accordo
del tempo primo,
ignora che ogni grano di sabbia contiene
l’alba delle maree,
il chiarore del corpo,
le prime voci dell’animo,
e la lenta risacca del tormento
assorbita per lento movimento
dal radiare di luce dei fondali.

Ingredienti minimi per una poesia d’amore

.....Fede nei suoi occhi,
nella loro luce,
.....che trascolori per gradi lievi,
per lampi brevi,
.....abbia nel colore intensità interiore,
senza limiti,
.....tonalità naturale,
e pur nell’impermanenza del trascolorare:
.....che quella luce sia grazia,
che quella grazia sia della natura,
.....e che il breve momento,
in cui l’occhio la riflette,
sia parte dell’altro tempo.

.....fede in quel tempo,
che ci trascende e contiene,
fede che non si perda
il sangue delle vene,
che ora é commozione pulsante.....

.....che la commozione,
sia pure esitante,
si dirami nel cielo,
divenga invocazione,
onda mantrica senza limitazione,
nello spazio.....

.....e che si espanda di eone in eone,
fino a raggiungerLo, coinvolgerLo:
a che prenda parte
a questo minimo momento,
capolavoro della sua arte.
Per garantire la qualità dell’evento.

Io non so quanti Ebrei...

Io non so quanti Ebrei
abbia salvato Papa Pio XII,
tacendo.
So che noi per l’assenza di un gesto,
un gesto solo verso il martirio,
siamo morti con loro, dentro di noi.
Il resto è delirio.

Per l’assenza di un gesto devoto
nel momento della nostra morte,
nel profondo dell’anima,
quando venimmo umiliati a carnefici,
noi, figli di Dio
tornato ignoto.
Poi: il vuoto.

La curva di Schroedinger

Forse è in quegli arabeschi floreali
che gli orbitali dell’elettrone
formano,
da vuoto assenza a presenza luminosa,
da mistero a sostanza
nella duplice danza della materia
al suo nascere,
la prima voce di Dio.

O forse è in quel dieci alla meno sei
di vuoto e distanza
che nasce il primo canto
se il vuoto è l’altro pieno,
grazia e speranza,
nella freccia del tempo.

Basta forse trasformare l’equazione,
una pausa nel ritmo della danza,
per una nuova visione.

La dignità dell’uomo

Scende, trionfando, re, signore,
sotto la lama dell’orizzonte,
il sole, emanando
energia e bellezza; lui,
produttore di vita,
diviene grazia infinita
quando sposa la qualità dei nostri occhi........

Specchi, solo specchi di forza ricevente
ad animare il mistero della mente:
che ora splende, per propria grazia
e sposa il sole, lo crea, riflette, gli dà vita,
gli restituisce il valore,
lo incorona Signore...........

Dilaga l’emozione:
parte, anch’essa, del miracolo di creazione,
che ha luogo ad ogni istante
in questo processo infinito
di grazia dilagante, invito........
L’emozione, anch’essa energia,
fotone, fin dall’origine
prevista per l’incontro solare,
per l’incoronazione
della Natura nell’abbraccio
della mente che la sa ricreare........

Quindi il Dio dell’origine
si espande ulteriormente;
e non è più la mente
che ha incoronato il sole
a gettare luce
sul momento presente,
ma è l’altra mente,
quella che, in forma
di fiamma splendente,
contiene il progetto d’amore:
dall’energia dell’origine
alla prima luce di emozione,
per progetto di creazione........

Ed è per questa ragione
che i suoi occhi di commosso splendore
sposano e ricompongono
le luci del tramonto,
la sostanza del sole;
quasi dono nuziale del suo corpo
al Signore regale
che ora scompare e domani incede
per ciclo, destino e nostra forza
con la sua luce solare.

E io mi inchino a pregare
in questo miracolo della sera
e penso che la presenza del divino
che fonde luce e conoscenza,
la religione e i bagliori della scienza,
grande speranza, fede ancora esitante,
non sia mai stata così grande.

La pietà tradita

Trecento i morti delle Ardeatine
io partecipe allora, sempre, del loro dolore.
Allineati, contati più volte,
martiri riconosciuti, accolti nella memoria
motivazione: deterrenza psicologica
colpevole: Maggiore Kappler
stato: riconosciuti martiri
della storia.

I bambini di Dresda, innumeri, mai contati
mai allineati,
colpevole: nessuno
motivazione: deterrenza psicologica
stato riconosciuto: dimenticati.

Bambini di Hiroshima, innumeri
mai contati, anche perché mai più trovati
i pochi trovati: rimossi, per l’orrore
motivazione: deterrenza psicologica
colpevole: nessuno
anzi sì, un aviatore, solo lui,
suicida per pentimento,
il resto è silenzio.

La reincarnazione di Euridice

........Euridice perduta,
Iside voluta, desiderata
come mia parte
vissuta profondamente,
nel corpo e nella mente,
luce eminente, senza la quale
non c’è più direzione;
l’ombra prevale,
il dubbio assale così intensamente.....
.....l’amore è dispersione.

Ricordi, quando trovai
la forza di attraversare
l’Ade con le sue ombre;
e ti invocai,
e mi seguisti nella luce?

.....Ti ho persa nuovamente,
per quell’anelito insistente,
ad abbracciarti con gli occhi del giorno,
per la paura che tu ti dissolva;
tu ombra-luce, proiezione,
tu vita vera del corpo e visione.....

Ora, figure antiche,
energia potente,
vi devo ancora abbracciare
per la nuova fusione
che Euridice richiede
per la sua reincarnazione.

Sono Orfeo della notte,
uno dei primi del mondo vivente,
che scende a voi per abbracciarvi
nel corpo e nella mente.

Ma questo abbraccio mi estenua,
care figure dell’ombra,
odiate per troppo amore,
nella penombra feconda,
nel pozzo senza fondo,
nell’acqua del ricordo
di nostalgia e di dolore.

Vi prego sciogliete l’abbraccio
che ho voluto nuovamente
per darvi ancora più forza e pace;
voi create di energia della notte,
luci ed ombre intrecciate,
voi che rivelate
l’armonia antecedente.

Sciogliete, vi prego, l’abbraccio
a che io porti i vostri doni,
il mistero rivelato,
la vostra grazia potente
a Euridice che attende.

La risacca

E così mi sono trovato,
per traccia smarrita
nella ambigua situazione
di acqua che si frange
su uno scoglio saldo di vita, alghe
ed altre presenze durature.

Prendevo ogni volta forma
diversa, nel frangermi su lei,
tentativi di abbraccio certamente,
ogni volta e poi frantumazione,
dolcemente causata
dalla sua marittima immobilità,
sorridente, certo, nel sole
ma statica quanto basta,
permanente,
quasi eterna come la roccia.

E la inutilità del mio frangermi,
con impeto, con dolore,
miliardi di molecole d’amore
mai coagulati nel modo armonico
di un abbraccio dato,
previsto per natura
che lei avrebbe accettato.

Ora più rassegnato
continuo a frangermi
talvolta con veemenza di inutili marosi
più spesso nel lento, dolce tormento
della risacca mormorante
nelle notti del canto nostalgico
che in perenne movimento
per lieve eterogeneità
cinge la roccia senza penetrarla.

La scacchiera della notte

La mente della notte,
signora della vasta scacchiera,
gioca la sua infinita partita
per un dramma da rappresentare
di cui cambia ogni volta la trama,
a suo arbitrio.....

L’io del giorno, il signore del logos,
é parte del gioco:
spesso pedina, o torre, alfiere,
mai regina, talvolta re.

Cavaliere addestrato,
valoroso per la guerra nella luce,
é disarmato nella notte del sogno,
eroe crociato in guerra sconosciuta.

Vede che tutto ha un senso:
che i pezzi in movimento
seguono regole precise;
hanno tattiche esatte,
seguono strategie divise,
verso un ignoto fine.

Percepisce la finta guerra:
gli schieramenti,
i colori contendenti,
le forze in campo,
l’energia in movimento,
la tensione e il tormento,
l’angoscia che ne deriva.
Si estenua per capire
ma una mano invisibile lo sposta,
mutando sempre la prospettiva.

.....Interroga le pedine,
il loro breve procedere,
la dolorosa costrizione,
le torri dell’inutile resistenza,
gli alfieri dal lineare tormento.
Ha paura delle regine dal movimento androgino,
infinitamente più potenti dei re.....

.....Gli sanno solo descrivere
il singolo segmento
di una mossa per volta.

Ora rinuncia la coscienza travolta:
la scacchiera sembra cambiare
gioco e regole ogni volta.

.....Non é in grado di capire
che la contesa é fittizia,
e i pezzi sono solo frammenti
che si vogliono riunire.

.....se solo si piegasse:
con umiltà riconoscesse,
il tempo dell’altra clessidra,
le sue leggi più antiche,
l’altra coscienza che guida:
la scacchiera del sogno
e le ombre del giorno.

La tentazione di Orfeo

Se amare è far dono del sogno
che queste braccia portano,
sottraendolo al canto della notte,
al fervore soffocato della notte,
ancora esiliato, ma per poco
dal giorno che incede luminoso
perché io, senza tregua, senza riposo
lo traduco per forza magica
degli occhi e oscura percezione
nella visione, emozione che diviene
realtà forse tangibile, tua apparizione
radiosa per un miracolo intenso
per tuo gentile, inatteso consenso.

Io, forse, sarei più propenso
come Orfeo poeta del sogno,
ad indugiare per fatale attrazione
verso il mondo notturno dell’Ade
di cui sei ancora parte
prima che intervenga la luce.
Come Euridice il cui volto persuade
a voltarsi, guardare,
forse per la prima volta svelare
come le forze attive della notte
formano le figure da amare per il giorno.

Le ombre del passato

Quando recede dal tempo la coscienza
e va per ignote scansioni
alla ricerca del sé nascosto
che pianti germinali hanno riposto
in zone oscure,

nelle lontane radure
percorse dai venti del ricordo
si destano in commossi lamenti
le antiche figure dell'infanzia,
i magici momenti della luce
e dell'estremo dolore.

La loro segreta essenza
non è dato cogliere,
ma solo l'apparenza guidata dai rimorsi
per i flussi d'amore impedito.

L'ordito dei rapporti
con queste grandi figure del dolore
segue solo le trame di natura,
parla il linguaggio dei firmamenti armoniosi

A tratti si rivela
negli spazi del silenzio di ragione,
quando la mente naturale ricompone
le trame di un tessuto spirituale
con l'universo molecolare del corpo.

Allora emergono,
vive solo per forza della mente
le antiche figure del cuore
che l'amore avversato ha deformato
nell'ombra del ricordo.

Potessi per rimpianto darvi vita
e mostrarvi il loto luminoso
che trae dal fango la luce smarrita.

La luce dal fango:
questo era il destino glorioso
che senza colpa voi avete tradito.

L’Inconscio mondo dell’Ade

Se la poesia fu dono
dell’inconscio mondo dell’Ade,
perdono,
prima armonia di luce,
nel luogo dell’ombra.....
......dono nemmeno richiesto,
se l’anelito era:
fusione d’amore,
non effusione poetica....

.....Sgorgò così,
da tormento e pietà d’amore,
empatia al dolore,
portava in dono
la lingua che pervade
il dolore delle forze dell’Ade
per venire alla luce....

.......doveva essere testimonianza.
nacque la riluttanza
all’uso mistico, estetico
del simbolo
che, nel linguaggio dell’Ade,
è verità e sostanza.......

.....sorgente di bellezza:
della natura, apertura
alla sua tragedia ed emozione,
rivelazione e clemenza;
non consolazione in assenza.....

Fu esigenza di testimoniare
del dolore delle radici nella terra,
e lo sradicamento,
per violenza dei codici,
e la guerra che ne deriva,
anche nel tronco, nella storia,
il tormento oscuro, la violenza.....

L’inferno

.....Immaginare l’eterno
per riempirlo di odio.....
.....a sopraffazione ulteriore
degli infiniti crocefissi della terra,
a loro umiliazione.

Loro che con anelito mai sopito,
nonostante il dramma interiore,
hanno sempre cercato ovunque,
inesausti: il divino,
nonostante l’orrore;
per loro e Sua dignità.

.....Anche se portano nel sangue
le oscure matrici della guerra
che conflagra eterna
per tradimento alla natura
per deviazione della storia.....

.....Per umana grandezza
e per Sua gloria
perseguono sempre le tracce del divino,
inesausti,
persino quando il sangue li lambisce,
quando il tempo si inasprisce.

Cercano sempre Dio:
nel corso delle stelle,
nel fiume della notte,
nei bambini sognati,
negli amori mai nati
e solo quando la speranza li tradisce
ripiegano all’orrore,
non sanno più sperare
smettono di invocare.

L'odio di Zeus

"Allora Zeus disse: Ecco, li spacco tutti in due,
così le loro forze caleranno.....
Ciò detto tagliò gli uomini in due.
Ora, dopo il dimezzamento della figura umana,
ogni parte rimpiangeva quel suo doppio e vi aderiva."
dal "Simposio" di Platone

Zeus, quindi, tu dici
aveva avuto ragione
lui maschio, signore, Dio
di anime lontane
a distruggere la gioia sulla terra.

Troppa forza, troppa armonia
nell'unione
delle due essenze,
maschile e femminile,
come il leggero calice
che solo nell'aprirsi
alla fecondazione dei venti
costanti e potenti
diventa fiore.

E anche quel vigore dell'uomo
che si specchiava in lei,
diveniva lei nell'abbraccio
- come conoscere altrimenti l'amore,
se non per essere l'altro che riceve ? -
contrariò Giove signore.

Quindi il Dio dell'Olimpo crudele
sapeva quel che faceva
quando tagliò in due l'armonia
temendo che potesse valere
tanto da ascendere
dalle radici androgine della terra
al suo cielo.

Così:
divise il calice dalla fecondazione,
i fiumi dalle origini,
le parti dall'unione,
il maschio dalla femmina,
il bene dal male,
l'anima dall'amore,
la corolla dal fiore.

Il vigore divenne violenza
staccato dalla dolcezza: la odiò,
il calice versò sangue,
e questo sangue fu il colore della terra
che arse di sinistro splendore.
Dilagò la guerra.

Rimase traccia dell'unità spezzata
solo nell'ombra del fiore antico.
E anche la mia ombra dilatata,
dolente come ogni altra,
cerca la sua parte perduta,
quando può si illude
di vederla incarnata
in una impermanente presenza esteriore,
e ogni volta si pente:

quando comprende
che anche l'abbraccio donato
viene dall'eterno tormento
per quella parte perduta
che vuole lenimento
e spera di attuarsi nell'incontro.

Ma l’acqua che forma l’onda

Ed io mi rendo conto, Signore antico,
di quanto tu abbia ragione
a parlare di vacuità,
se assisto all’inane faticare
della mente,
che vorrebbe interpretare
e non comprende
i suoi flussi profondi.

E pur avendo fede
che il grande logos d’Occidente
sia dono divino,
sono portato a pensare
abbia perso le sue radici,

quando vedo la mente fluttuare
nella infinita fatica
di imporsi, anziché sposare
l’acqua che la sostiene,
quasi schiuma effimera dell’onda
sul frangere del mare.

......L’acqua che forma l’onda
che ci sostiene e trascina,
luce della materia,
sponda cui si inchina
il flusso della vita,
direzione, intenzione,
forma della Sua creazione.

E’ il frangere della marea notturna,
in noi, nella lingua del sogno
che fa dono al giorno
del suo logos profondo,
messaggio ed emozione,
visione anche nel frangere,
poiché anche l’acqua che frange è coesione;

come lo stelo al fiore e alle foglie
dona la filigrana portante,
certo materia anch’essa,
ma anche poesia,
armonia testimoniante
dell’altra mente,
progetto, sorgente,
antecedente la nostra.

Ma tu mi devi spiegare come mai...

Ma tu mi devi spiegare come mai
noi
che abbiamo un residuo di cervello dei rettili
e discendiamo da scimmie
di cui vasti gruppi usano distruggersi
per un nulla.
Ed i maschi divorano, talvolta, per ignara crudeltà
i loro piccoli, a dolore delle femmine.

Perché noi eredi sudditi umiliati
di Dei per loro parte più crudeli
persino di noi
Olimpici che fossero o protettori
di violenti pastori disperati
proiettati verso un odio
che riempie persino i cieli,
destinati a luoghi dove il tempo
povero e presente,
si espande nella mente alterata
a visione di eterno dolore.

Mi devi dire come mai
pur tradendolo nel DNA dei rettili
e nel rancore storico
degli Olimpi svuotati
noi cerchiamo, sempre di nuovo:
l’amore.

Forse perché siamo fatti
della stessa materia del sogno.
E questo sogno che preme nella notte
ne mai desiste
e piega il tempo e persiste
è una realtà altra
rispetto a Dei e rettili.

Per questo ti prego
sii devoto
alla presenza, sacra in te,
del Dio ignoto.

Non è difficile rinunciare...

Non è difficile rinunciare:
basta attenuare nella distanza
le care sinopie di un volto
e non attingere più all’invito,
all’arcuare delle gote nel sorriso,
al mobile paradiso degli occhi,
altare e cattedrale di un gotico fiorito,
luce e distanza per uno svettare dell’anima,
sostanza della carne. Religioso convito.

Mi persuado facilmente:
sei ombra e fluttuazione,
opera della mia visione,
forse illusione e necessità per me
di attingere all’aurora del tuo Oriente
mentre il tempo mi trascina ad Occidente,
sempre più misterioso, sempre più imperioso.

Mi sforzo a credere nella solitudine:
per il timore di esistere per luce riflessa,
di dono che tu possa togliermi.

Commetto un errore:
fermo le grandi navi del sogno
che solcano anche i mari reali
e portano doni regali
dai porti segreti del sonno
all’estuario luminoso del tuo volto.

Non é più tempo di sacra guerra

Siamo all’estrema partita
sulla scacchiera del tormento:
i volti del divino non trovano compimento
quando l’odio sostituisce il consenso.

Il gioco, troppo protratto:
forse non é più il tempo
delle dispute infinite
per tenere diviso il volto di Dio.

Il suo messaggio aveva
solo forme diverse:
le abbiamo rese avverse;
estenuato l’ascolto,
oscurato il Suo volto
con maschere divise.

Non é più tempo di sacra guerra
per le tre religioni del Libro:
era finta la scacchiera della storia,
vane le mosse,
futile la gloria,
folle la violenza.
Gli Dei guerrieri: apparenza,
riflesso di umana memoria,
i profeti crudeli:
maschere umane.

Il fiume della storia
rifluisce all’alveo,
cerca la foce:
nell’unica voce
da cui tutto deriva.

Signore dell’unica sorgente,
presente nel cuore e nella mente
dell’uomo:
unico approdo,
unica riva.....

.....Ti preghiamo:
non sentirTi leso;
tutto quell’odio tra noi
era solo l’amore frainteso.

Non è più tornato...

Non è più tornato
nonostante la promessa,
nonostante le nostre invocazioni,
il grande Profeta d’amore,
forse per nostra miseria,
o per suo troppo splendore.

In quale altro cielo infinito
ha portato il suo messaggio;
perché non sente il nostro invito,
perché tace in oltraggio
alla nostra disperazione?

Forse è offeso
poiché quando ha parlato
lo abbiamo frainteso.

.....Lo abbiamo interpretato
con fatica e dolore,
con troppa forza e rigore.
Troppo difeso e portato
nel cuore di uomini diversi.

Ma mai abbracciato.

Non lasciare mai la mia mano...

Non lasciare mai la mia mano,
non rallentare i passi,
cui la tua parte solare
per istinto mi induce,
in questo movimento nel ritmo,
in questa fase della danza,
in questa ricerca della luce.

Se io non seguo non è per sfiducia,
o per rancore:
sono i fantasmi dell’antico dolore,
troppo a lungo racchiusi
in una gelida stanza;
vogliono luce e calore,
irrompono,
tentano anche loro il ritmo,
intralciano il danzatore.

Che si ferma confuso,
poi riprende quei passi
e il movimento solare,
se la mano lo guida,
per sua legge naturale.

Pasqua '95

Non per diminuire la sua gloria
e la Sua esaudita sofferenza
Signore ignoto del Golgota
misterioso Signore dall'Oriente,
sicuramente molto umile, paziente.
Che forse mai avrebbe voluto
una protezione divina così diretta,
e comunque troppo grande, potente.

La quale, va detto, lo sostenne
nella gloria dell'estremo dolore
e poi mancò agli altri,
innumeri crocifissi della terra,
i figli dell'uomo.

Uccisi in una ambigua solitudine
dopo quell'implosione di grazia
sul Signore del Golgota,
troppo intimo a Dio,
in tutto il suo grande valore,
per coinvolgere la natura dell'uomo.

E non è più ricomparso
quel misterioso Signore di speranza
nonostante la nostra preghiera
costante implorazione, invito
a tornare, abbracciare
quello che è umano in noi
e renderlo finalmente divino.

Ed invece, in Sua assenza
l'umana povertà dei suoi interpreti
ha troppo gridato, presunto, giudicato
fuorviato per tragico malinteso,
svuotato il messaggio.

E il male più grande ha conflagrato
in questa assenza di Dio
la cui estrema presenza fu speranza,
la cui assenza sembra ora condanna
più dura, più scura e incomprensibile
dopo il suo annuncio.

O forse è ritornato, sempre di nuovo
in ogni crocifisso della terra,
o bambino piagato,
nell'animo malato.
E soffre con noi,
senza più annunciarsi.

Ad indicare che il messaggio donato
è sempre stato in noi
e che la sua presenza
nella gloria non voluta e nella morte
fu solo testimonianza.

Per Martin Buber:
il volto femminile di Dio: la Shekhinah

E quindi Dio si contrasse,
per meglio riconoscersi,
per purificazione;
poi, di nuovo, si espanse
e in quell’espansione
emise luce,
così preponderante, ed eccessiva per l’uomo
da dover essere chiusa
nelle dieci Sefirot, forme divise del Suo sembiante.

Tre di luce già pura,
sette di luce contaminante,
ancora, in parte, oscura,
contenente bene e male,
grazia esitante.
Poi tutte si spezzarono
inondando ogni forma di spazio e realtà
della luce-materia del corpo di Dio,
dilagante nella creazione.

Forse la più preziosa:
contenente sovraeminente luce
era la Shekhinah
luce-materia femminile di Dio.

Ora immaginatela:
scesa ad animare ogni parte,
fiore, animale,
il cuore, la nephres dell’uomo,
per farsi riconoscere, accettare
e dare dolce sollievo,
Lei anima ed essenza del corpo di Dio,
canto, musica, fertilità,
calice del fiore e sua fecondazione,
messaggio d’amore e visione,
scesa ad implorare:
riconoscimento.

Ma non trovò consenso.

Il movimento di sistole e diastole
nel corpo della creazione
divenne disarmonico,
e l’Oriente antecedente la storia
subì una amputazione.

E l’uomo visse la scissione
come forma del divino
e, persa l’originaria visione,
lasciò emergere come parte trionfante
un Dio degli eserciti,
e il tempo grondò sangue.

La Shekhinah continua a mendicare
il riconoscimento, in noi,
ad ogni istante,
nel dolce corpo,
nella materia che vuole rispecchiare
il più vero sembiante di Dio,
quando la terra diventa fiore
e la molecola del corpo amore.

Noi siamo ad ogni istante
l’atto fondante,
la riunificazione,
quando la Shekhinah, nei simboli del corpo,
offre l’antica visione.

Per compiere la missione
del Kassidismo antico
e portare alla luce e all’unione
in noi,
la parte decaduta di Dio.

Quanto di noi nel cielo...

Quanto di noi nel cielo
nel suo estendersi fino ad un mistero
che la mente traduce
in estreme teorie di luce.

Quanto di noi nel tempo
fra un grano e l'altro
che la clessidra intende
dilatare nell'attimo,
insieme suono e strumento.

Quanto di noi nella terra
materia delle mani,
spazio per le radici
circonfusa
dai grandi cieli lontani.

Quanto di noi nella luce
che è spazio della mente
riflesso della galassia lucente.

Quanto di me nel tuo amore,
nel colore riflesso nei tuoi occhi
nel gioco di sinopie del tuo corpo
antichi spazi melodici fluttuanti

Armonie risuonanti
per lievi mani musicanti
le corde d'arpa del sogno.

Regina di Magia

.....Vorrei ricominciare, mia Regina,
mai abbandonata, mai dimenticata....
per magia, alchimia mai spenta......
per valore del volto......
accolto nel ricordo,
sempre abbracciato nel suo fluttuare....

Vorrei ritentare:
per alchemiche dosi:
minerali, luci della terra,
amalgami preziosi, segreti, del tempo
che non avevo sepolto......
.......se divenissimo alchemici sposi,
per un momento.....
di rinnovato incontro....

Se fosse l’oro alchemico l’esito della fusione?
Te ne offrirei un’ampolla,
un flusso in profusione....
per comperare una lacrima
ambigua tra ciglio e luce, labile fulgore,
tra canto, riso, superato dolore.

Ristabilendo per un attimo
quel portento
quando l’unica moneta a valere tra noi
era l’oro distillato dal tuo tempo,
gli smeraldi distillati dai tuoi occhi,
per effusione.

......Ottenere da te un dono:
parole sussurrate per un attimo,
non importa se labili,
parole dell’eco di conchiglia
che conteneva il mare,
e ora solo il frusciare.

E viverle l’effetto di una notte.
Se tanto durasse la magia,
e l’alchimia causata dal tuo corpo.

Poi rifluire e vivere il ricordo.

2.3) Strana questa marea di molecole...

Strana questa marea di molecole,
di cui siamo fatti:
si forma in onda cosciente,
assume forma di un destino,
diviene potente, sovrastante,
tra schiume, turbini;
poi frange,
quasi avesse un confine,
nel tempo-spazio,
quasi la fine, il compimento,
di un cammino previsto,
torna molecola, si spande.....

Ma quale forza la guida,
la tiene coesa,
al massimo della sua potenza,
prima che frange?

Coesione d’amore, coesione d’amore.
Un errore la rende esangue,
langue, perde vigore.
Ma la natura non si arrende,
accavalla marosi su marosi,
per produrre finalmente,
un’onda acquiescente al progetto divino.

Tutto invecchia, decade...

“Tutto invecchia, decade,
è impermanente; una mente
avida, se lasciata alla risacca dei sensi
crea il mondo del desiderio
per divorarlo e perderlo
in alternanza mai placata
di avidità e ripugnanza.”

E io penso, Signore antico,
tu abbia ragione,
quando vedo questo sole d’Oriente
quasi anelante a precipitare,
dopo il diurno corso,
nel mare che lo attende,
in questa regione del cielo
a me ignota.
Dove il tramontare è rapido
come il rinascere,
nel suo breve percorso,
per una qualità del mare orientale.

E tuttavia prevale la percezione
che pur parte del ciclo di alternanza
di vita-morte, nella cosmica danza,
la mente che ne deriva
sia forse la riva ultima
di un progetto che tutto contiene.

Ne sia la definitiva essenza
in cui la materia diviene coscienza
e il corpo scala ascendente
da materia a mente.
E che possa sottrarsi,
per valore e divino consenso,
alla matrice della freccia del tempo
essendone creatrice.

Un pegno

Avrei voluto portare
di te testimonianza
anche nell’altro luogo,
che non può essere luogo di distanza
da te,
se davvero è luogo d’amore.

Avrei voluto tenere
chiuso nella mia mano,
nel momento di accedere
a quel luogo lontano,
un qualche grano d’oro,
un orecchino strano
da portare distante,
amore di viandante
verso lo spazio arcano.

In fondo fu un orecchino,
nel suo poco splendore,
che tu portasti invano
invocando il mio amore
il raro talismano
che dette luce al tempo,
senso alla direzione,
lo riempì di stupore,
tanto che io pensavo:
se porto con me questa luce,
il segno del suo valore,
sarà la premonizione
di quell’altro splendore,
quel luogo più sublime
se io ne porto il pegno
che già ora redime.

Non è così, non è così
mi diceva il tuo volto
non è questo l’amore
tu non puoi offrirmi i petali
sottraendomi il fiore.

Allora compresi:
non c’è stato l’ascolto,
per ignoto terrore,
al canto del tuo corpo,
deposta Regina d’amore
che non si cura dell’altro tempo
avendo sulla terra il suo regno
e l’eterno come espansione dell’attimo;
e di cui il mio poco valore
è quello di un suddito indegno.

Verso l'Atman

Se desiderate poter accedere
per quieta e luminosa ascesa
placando la dura contesa
di immagini che non vogliono recedere

a un tempo diverso.

Sappiate che le immagini del giorno
sono pregne di quelle del sogno
ed esprimono l'anelito, il bisogno
di un continuo notturno ritorno.

Non potendo smentire il regno della notte
né svuotare il giorno dei tangibili fulgori,
dobbiamo aprirci a una idea dell'Oriente:
c'è una luce che decide le rotte
sui mari vasti e i nuovi albori
ed è una forma diversa della mente.

Più profonda del logos del sapiente.


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