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Poesie dal libro
La luce viene dalla notte (2010)
di Giuseppe Fornasarig

Comandante ad Auschwitz 2ª

Se Tu venissi a noi,Signore
se Tu venissi a noi nel pieno inverno,
se Tu venissi a noi nel pieno inverno dell’anima,
dopo il gelo penetrato, in noi,
dimenticato ma non disciolto,
che ancora ci tiene......
......................
lontani dal Tuo volto,
......................
sedimento delle vene....
spegne la speranza, il movimento......
E il tempo..........

Eppure non c’eravamo,
non c’eravamo e quindi non sappiamo
dare testimonianza
di quel momento, di quella distanza
forse definitiva, tra Te e noi,
che per noi scelse, quel giorno,
in un campo di grano,
nel lager della sua anima,
il comandante di Auschwitz,
quando spense il tempo.

Per odio verso se stesso?
Per fame tradita di eterno?
Per un inverno dell’anima?
Col nostro consenso?

Ma noi non c’eravamo,
e, quindi, non sappiamo
né possiamo
offrire testimonianza.
E tuttavia quel gelo
della distanza da Te
permane nelle vene,
ci distrugge, un poco, ad ogni istante,
ci contiene.

Quasi un mistero:
non c’eravamo e, quindi,
non siamo chiamati a testimoniare
eppure ci troviamo a vivere per dimenticare
attimo dopo attimo,
noi che siamo innocenti,
dimenticare ad ogni istante
quella distanza da Te....

E tuttavia dobbiamo dimenticare,
sicuramente ci conviene,
ma quel giorno di inverno dell’anima
continua a gelarci nelle vene.

Forse dobbiamo capire,
se vogliamo colmare la distanza,
lenire il tempo,
scendendo, condividendo
quel lager dell’anima,
previvendo quella morte
alle porte dell’ombra.

E Tu prega per noi
che, vedi, ti cerchiamo
anche nel momento della sorte
più avversa;
prega per noi nell’ora
di quella morte dell’anima.
quando si spense il tempo.

Dedicata a Tagore

Tu preghi, Tagore, nelle tue poesie
ti rivolgi a un Dio grande
che la mia mente con fatica comprende
e lo senti pulsare nel miracolo
della vita in un fiore.

Il Buddismo tace, nella sua preghiera
perché "Sunyata" è il vuoto
dell'io, silenzio della parola,
la segreta fusione
superate le barriere del tempo
e dell'incarnazione del verbo.

Noi non abbiamo più preghiera
poiché la freccia del tempo in Occidente
ha perso il consenso dell'anima.

E in questo declino si estingue
implorando un divino
che ha scelto il silenzio.

Anch'io vorrei pregare
ma l’anima tace umiliata
dalla troppa distanza verso Oriente
per non potere, lei non abituata,
trascendere il tempo.
e sente confusamente
che non potrà pregare
prima di avere specchiato, in sé
la oscura deviazione occidentale
che condusse a quel gelo ...
--
E così attende, e a volte
per tentativi recede
dalle luci apparenti dell'io
e quando può comprende
che la trasparente identità
del presente, suo rifugio
nasconde troppa opacità,
alterità ignota,
e scende in sé
per brevi sequenze ed ardue
fino ad abbandonare
in vista dei fondali
le trasparenze che l'io illumina.

E allora scopre in se il male.

Poiché Auschwitz é sicuramente
un lager dell'anima
meno remoto, molto meno remoto
di quanto l'io riconosca.
Un luogo dell'amore per la morte,
di cui sappiamo molto,
poiché è tempo di morte
scavato nel nostro corpo,
in ogni istante del presente,
per un errore della mente;
poiché in ogni momento
le sinopie della vita
sono assorte
in una lotta infinita
contro i codici del tormento.
E questo dramma si estende al tempo,
al tempo della storia,
dilaga in distruzione.

Sarebbe inizio di vera gloria
del logos d’Occidente
riconoscere quella memoria,
l’ombra dell’orrore,
come costituente
il tempo della mente
nel presente.

E soltanto così potrà pregare
la dolente anima occidentale
riassorbendo il tempo
e la sua deviazione.

Come la mente del bardo tibetano,
quando muore per rinascere,
accetta e riconosce
le divinità del mistero e dell'orrore
come parti di sé,
riflesse nella coscienza,
per evitare che si reincarnino.

E quando il mare urge sulle dighe

... quando il mare urge sulle dighe
come il flutto dell’istinto sul tempo,
e lo rende risacca selvaggia,
che prorompe
tra le righe, invade gli spazi,
distrugge i margini,
in scompenso, in puro scompenso….

Allora io tento, Gauthama Signore,
di seguire il tuo precetto,
e mi stacco dall’oggetto del desiderio,
ma nel timore che muore...


Uppeka, il distacco,Tu dici
e Karuna, la compassione.
Dovrei quindi sentire la distanza
da lei ,mia regina di sole,
e accettare che il suo corpo segreto
e la sua irradiazione
sono solo il bagliore di un attimo
mentre su tutto, nel tempo,
prevale Dukka, il dolore...


per cui solo l'amore di un attimo
può essere passione,
ma l'amore nel tempo grande:
soltanto compassione...


E cosi io mi lacero
tra il tempo qui presente
e il tempo più vasto e lontano
di quella grazia assente

E questa percezione

..... questa percezione,
erosiva, insistente
di un destino finale
del tempo del corpo
come disintegrazione materiale;
é questo il vero unico destino?

o é solo per un mancato accordo
del flusso del sangue,
non più arteria di un tempo sacro
ma parentesi di transizione
dove noi stancamente ci muoviamo
da dissoluzione a dissoluzione.

Eppure guarda il fiume
tutto in esso é transizione
ma nulla si dissolve
cambia solo l'accordo delle note
e il fiume diventa cielo
per musica dell'arpa universale.

cosi l'acqua diviene coscienza
e quindi: contemplazione,
ed emozione di amore,
di un attimo,
subito perso,
ma forse testimoniante
il Dio dell’universo.

E noi ci chiediamo,
certo con tremore,
se quel bagliore di un attimo
sia anche esperienza che Dio
fa in noi
rivelandosi Dio d’amore.

Forse: ma certo attraverso
l’acqua di quel fiume
e di quel tempo
che se non è progetto d’amore
è tempo cosmico disperso.

E venne il tempo del lago degli occhi

E venne il tempo del lago degli occhi:
dove non era escluso
fondersi per istanti,
ma ancora per eccezioni,
per alchimie distanti.

Tuttavia appartenenti
alla stessa sorgente
riversatasi in lago
per oro della mente.

E il calore presago
che anche l’illusione
è già ampolla di un mago,
prelude alla fusione.......

dei fondali più opachi,
lontani dalla luce
e tuttavia mai sazi
di voci dilaganti
che chiamano all’unione,
per alchemici spazi,
mai rassegnati amanti.

Euridice del sogno di Venezia

Eri forse già scissa nelle origini,
radici a te ignote della vita
quando finalmente ti incontrai
sola e languente di impercettibile follia
ed accettai l'abbraccio,
lunghissimo.

Mi resi così complice di un sogno
quando sperai nell'accettare
il canto dei tuoi occhi e quelle braccia
che risanare l'antica ferita
dipendesse da noi.

L'impressione fu questa.
E la luce che presta
il suo essere eterno
alle cose tangibili, visibili
divenne fortissima
e ne vibrarono le acque multiformi
nei riflessi di Venezia antica.

E certo fu devozione,
reciproca anche se breve.

Bastava solo credere,
lasciare fluire con un ritmo lento
la dolcezza del corpo e quei colori,
un aprirsi a quell'acqua
che racchiude tutti i canti d'amore
dei secoli di voci melodiose,
di note musicali della voce,
in Venezia magica.

Quell'acqua, le sue note, i suoi spessori,
la luce di Torcello
che gli occhi ridonavano ai fulgori
di fondali segreti,
segnarono il momento più alto
del ritorno di linfa alle radici.
Il tragico della morte si dissolse,
quella morte implacabile, interiore
quando preme sugli attimi.

E le mura di S. Michele cedettero
all'attrazione dell'acqua cui appartengono
come l'antica morte che contengono.
Divennero le immagini del tempo,
si dissolsero in luce.

Fu un momento mistico.

Ed io ti implorai tacendo
di non cedere al sonno e alle sue ombre
Euridice del sogno di Venezia.
La musica era tenue
e le immagini troppo evanescenti.

Ora come incolparti
se anche tu come gli altri
hai scelto il tempo arido
e non l'irradiazione di quell'attimo.

Sono rimasto solo ad abbracciare
il riflesso di quella irradiazione
per un tempo diverso
e una sua religione.
Mentre il corpo
continua a gravitare
di nostalgia infinita
verso Venezia magica ed Euridice tragica.

I suoi occhi guardano altrove

Il capo reclinato nella notte,
il volto già lontano,
il corpo non più in ascolto,
e l’onda modulata dei capelli,
il lento movimento della mano
...................................
i suoi occhi guardano altrove.

Io so dove la perdo:
La troppa luce talvolta dissuade
le brevi figure del sogno,
nostre madri e sorelle,
dall’incarnarsi nel giorno.

In quell’intermedio valore,
soglia dell’Ade,
dove Orfeo perse Euridice,
perse l’amore,
per breve oscillazione
tra tempo reale e riflesso interiore.

Essendo ancora labile
l’anello che crea l’unione
tra l’antico fluttuare delle tenebre
e la loro incarnazione nella luce.

Il Cristo di Piero della Francesca

A destra una natura appassita,
a sinistra, per opera di resurrezione
la natura rifiorita:
al centro emerge, per Sua grazia infinita,
da una fertile passione di morte
il Cristo vessillifero di vita,
nella resurrezione del corpo,
per portare nel tempo dell’uomo
quell’unità smarrita.

Mi inchino a te, maestro Piero,
per avere affermato l’unione
del corpo e dello spirito
nella resurrezione della carne del Cristo.

E per avere creato
per prospettiva in fede di ragione,
la pittura di luce:
quello spazio luminoso e quel tempo
dove incedono le tue figure.
Consapevoli di divinità
Guardano sempre altrove,
all’eterno,
provocano sgomento.

Ora proveremo a riprendere,
maestro della Rinascita
la tua alta lezione.
Anche se, vedi,
in questo tempo intercorso,
del grande mistero di Cristo
è prevalso il trionfo della morte,
quasi mai la Resurrezione.

Il fiume notturno del ricordo

Il fiume notturno del ricordo,
antico dolore e luce,
frammenti d’amore, prima spenti,
ora riaccesi, estesi
dall’ambiguo limitare della notte
al giorno che incede,
coesi di nuova speranza,
protesi alla luce per magia,
per nostalgia, per un segreto ascolto...

Si riversano improvvisi sul tuo volto:
sconvolto il tempo di quieta attesa,
accesa l’emozione come un tempo
irradiazione di sorgente prima spenta.
Ed io di nuovo credo: sia amore.

Eccomi per difesa, dignità di vita
pronto a costituirti in immagine da amare,
aprendomi, cosciente,
al valore del ricordo che ci unisce.

Il tuo volto non tradisce: irradia,
scandisce lui il tempo
riconduce
a quel fiume e alla luce.

Ed io, tuo grande Elettore, Regina,
Feudatario di fede d’amore
ancora una volta ti consacro:
incarnazione del simbolo.
Estuario e confluenza
di tutte le immagini antiche
risorte in devozione
a questa tua presenza.

Regina che si espone
a portatrice del tempo,
Signora del flusso notturno.
E anch’io mi offro per fusione.
Ti abbraccio.

Ma in questa oscillazione
tra simbolo che si incarna
e realtà d’amore
quale la tua consistenza?
Quale il limitare tra sogno e coscienza?

Se la regale incarnazione dell’attimo,
Regina della presenza,
divenisse a sua volta ricordo,
ombra, assenza?
Travolta nel corso dell’inconscio
per poi riemergere a catalisi
di nuovi volti presto divisi.
Verità del fiume della notte
o solo attimi d’amore recisi?

Il Grande Attrattore

“Miserere del mio non degno affanno...
(F. Petrarca)

.................che la materia crei
nei suoi modi ed aggregazioni,
negli spazi del cielo,
nelle nostre visioni,
nel corpo e nel ritmo
delle nostre emozioni:
diversità e distanza,
equazioni di eterno,
composte in risonanza,
dell'umano e il divino
in quell'eterna danza.......

E che poi similmente
parti della tua essenza
si aggreghino solitarie,
si fondino quietamente
nel segreto movente
della loro esistenza.......

E nel ritmo silente
del loro movimento
mi provochino ad incontrarti
in un lieve tormento
mai placato e devoto......
se l’oggetto d’amore
anelato da sempre
si occulta lievemente
per rimanere ignoto......

E vibra in solitudine
per regole segrete:
le stesse delle stelle,
del moto silenzioso
delle grandi comete,
reciprocamente ignare
e tutte in movimento
verso il grande attrattore
meta di lento amore
nel cosmo e nel mio tormento.

Il Logos del Linguaggio della notte

" In quella sfera, io pensavo, c’è la ragione. C’è la logica, il pensiero astratto,
i simboli, le matematiche, gli archetipi. Tutto ciò scaturisce dal pulsare della
materia e noi lo chiamiamo ragione, ma non sappiamo dire cosa sia."
(Da: "Alla ricerca della Morale Perduta" di E. Scalfari.)

Forse fu quello l’anello iniziale,
confluenza di materia e cielo:
la percezione si vestì di un’essenza,
velo del mistero,
che la rese coscienza.

Così nacque il simbolo:
rivestì l’istinto,
divenne voce del corpo......

.....e anche ora nel linguaggio della notte
fonde materia e immagine,
come se la vita-materia si pensasse
in noi,
nella freccia del tempo che conduce
dal messaggio spaziale di molecole
alla cattedrale di luce della mente,
nostra dimora.

Il simbolo è sovraeminente
e noi siamo chiamati a testimoniare,
ogni notte,
della più antica religiosa funzione,
poiché il Dio della natura
vuole celebrazione
del suo più sacro mistero.

Poi la realtà diurna, l’oblio, la rimozion di quel canto.
Ma per quanto?

Il maestro interiore (b)

Forse mancò a Freud
l'aiuto di una diversa religione
più consacrata alla natura
e devota a un Dio della visione
che compie il suo miracolo più alto
quando la materia del corpo
diviene immaginazione,
riluce nella ragione del giorno
e canta nella notte.

Poiché non c'è luce del giorno
senza l'ombra del canto notturno.

Così fu primo eroe solitario
Freud ,Margravio della mente
per i nuovi confini di Occidente.

Né fu sua colpa
se non li valicò
se non comprese
che la natura ha spartiti diversi
quando compone i molteplici suoni
e molti policromi strumenti
ma una sola armonia.

Incontro mistico (a mia madre)

Si piegava lentamente su un lato
flessibilmente arcuato il corpo
mi offriva con la mano
il gesto di lenire
un dolore lontano

ed io che sapevo
di aprirla alla speranza,
la incontravo invitandola
alla danza cosmica.

La dissoluzione del tempo riportava
gli atomi del ricordo,
collaborava strana alla conciliazione
del dolore provato
e mai vissuto in fondo
perché acuto di colpa
nel tessuto profondo.

" quindi anche tu - le dissi -
sei fatta di luce,
dell'universale chiarore,
dell'alba delle galassie
che a te mi conduce,
di sostanza d'amore
allora mai trovata
e che ora riluce "

Espresse la sua sostanza vibrando
nella danza aperta
e dal fondo per sua forza emerse
l'esperienza vissuta alla speranza.
Sciolse la danza al cosmo
il mio spazio segreto
e le dissi:
" se dilatando potessi fluire
dalla sostanza alla forma di luce
e sentire per un istante
con te la vibrazione...."

Si erse allora il corpo a gioia mai provata
e si consunse in fiamma
a me donata
per la prima volta.

La Dea Potisat: il volto femminile del Buddha

A metà del percorso,
cinquemila anni
predice l’antica tradizione,
del tempo decorso dalla nascita
di Gauthama Signore
al raggiungimento indicato,
indicato ma non rischiarato, ancora,
di realtà superiore,
avverrà l’evoluzione
del Signore della saggezza
per compimento naturale
nella sua femminile manifestazione:
la dea Potisat.

E proprio ora, a metà di quel percorso,
per misterioso decorso l’Occidente
riscopre l’androgino spezzato
da Zeus maschio signore,
con l’aiuto di Apollo,
allora, all’inizio di quel tempo,
quando la storia gridò il suo dolore,
mutò il volto del divino,
con esso il nostro destino,
e dilagò il rancore.

E forse non è un caso
che all’offuscato Occidente
proprio ora si disveli
quel valore divino dell’Oriente:
il femminile esiliato,
rappresentato: dalla dea Potisat.

Forse la storia di un tempo devoto
all’azione violenta e alla guerra,
alla conquista del mondo esteriore
preludeva a questo tempo vuoto.

Ora siamo in attesa:

Solo un momento, un momento di silenzio
nell’inutile fragore,
uno spostamento
dal mondo degli oggetti
allo spazio della realtà interiore,
là dove regna il simbolo,
il canto della notturna natura;
e la nostra buddhità
saprebbe trasformare il tempo.

La innaturale avidità del tempo

"And , all in war with time for love of you,
As he takes from you, I encraft you new."
(Shakespare, "Sonetti", XIV)

Il tempo è avido.
Ha quel suo modo segreto di operare,
si avvale spesso della mia distrazione.
Con poca discrezione per suo conto,
ignaro del dolore provocato
ha operato un'usura sul tuo volto.

Non avrebbe dovuto.
E se io avessi colto
il momento in cui travolgeva
il valore del volto caro
sarei intervenuto....
Mi sarei valso per miracolo d'amore
di una nuova forza della mente
parte della natura cosciente
che partecipa dell'atto di creazione
e vive in comunione
con le energie virtuali,
arabeschi spaziali,
configurazioni ritmiche materiali
della danza cosmica.

Avrei chiesto al dio che la conduce
di fermare il divino movimento,
ininterrotto evento di creazione,
e di specchiarsi per un solo momento
nella luce del tuo volto
e in riconoscimento
consentire alla mia devozione
di riassorbire il tempo.

La scienza e il sogno

"Nel suo profondo vidi che s'interna
legato con amore in un volume
ciò che nell'universo si squaderna."
(Dante, "Paradiso" II)

"Se......allora...", dice la scienza
nel suo rigore logico.
"Se......allora...", dice il bagliore del sogno,
lessico di metafore,
nei runici splendori del sogno...
.
...la scienza ininterrottamente
dà forma al poema dell'essere,
lo inventa, lo ricrea,
ma nella misura segreta consentita,
nell'armonia scandita,
dalla mente del sogno.

Binomi di suoni,
binomi di immagini,
le due menti convergono.

"Se......allora...", dice la mente del giorno;
e suoni, messaggi ,parole
convergono verso un senso,
anelano a un consenso...

"Se......allora...", dicono le immagini del sogno,
fonemi delle stelle, monemi della notte
arpeggi della luna
vengono con le maree,
col flusso calcolato delle acque,
con le dighe arginate della luce.

E forse la poesia
è lo specchio più vero
del luogo intermedio,
centro di oscillazione
in sospensione magica
tra oggetto come natura
e oggetto come immagine.
Organo mediale
tra la cosa e l'emozione della cosa.


Fu percezione commossa, stupita
che la mente ebbe di sé
nella prima creazione degli oggetti,
fu il ritmo ed il rapporto delle immagini
a sciogliersi nel canto
per celebrarsi.

Forse é l'estuario,la poesia,
del fiume segreto della notte
che si versa nella luce del giorno
per diventare parola.

Le Pietre di Venezia

Architetture e colori,
archivolti di luce, gotici splendori,
capitelli smaltati dalle aurore.
Per divenire musica su toni
degradanti in melodie soffocate,
molto sensibili e dolcemente create,
udibili tra arcate attenuate,
per riemergere intense
a luci intonate e propense
più al sogno che al giorno.

E ombre di sogno sono i volti
negli ovali sublimi
che Giovanni Bellini modulava.
dissolti nell'acqua che cantava
il canto di Venezia acquorea

Brevi movenze di vita,
apparenze riflesse
nello specchio del Canal Grande.
Che conserva del flusso del tempo,
guerra, vittorie, trionfali regate,
dogi regali e principesche dame
solo il riflesso di architetture trinate,
l’eco di musiche vivaldiane.

Tutto si stempera:
in questo degradare sul mistero
di immagini di orfica bellezza,
che vive di un’eco riflessa
se la luce paziente della pietra
nel gioco favoloso di quell’acqua
diviene impermanente ed eterna
nel suo mutare irreale.

restano solo le voci che sanno modulare
in un canto velato,
femminile emozione al variegare
del tempo nell’amore ascoltato.

Femminili se sanno cantare
l’eco del sogno profondo,
come Venezia che si specchia nel mare
e ne riflette il fondo.

Lo Specchio Arnolfini

Vedo il mio volto specchiato nei tuoi occhi
ma il riflesso è, al momento, offuscato
da alcune lagrime.
Così si rifrange la mia immagine
moltiplicata in quel fulgore
tra ciglio e transitante dolore,
appiglio all’illusione
di essere causa di quanto avviene,
se ogni tua lagrima mi contiene.

Ma essendo ognuna di diverso spessore,
forma adeguata al modo del dolore,
forse anch’io, essendone ragione,
mi rifrango nella tua percezione.

Vedo che tra le lagrime
ti cerchi nei miei occhi
per vedere se la tua immagine
è espressa in effusione
circonfusa di commozione,
tanto da trasformare il pianto
in nuova comunione.

Si dilata l’incontro,
e le monadi di luce acquorea
si temperano in sorriso
dissolvendo e restituendo
il mio viso che contenevano.

Accolto per rispecchiamento,
dissolto nel tuo dolore,
restituito alla luce,
per qualche ignaro candore
pongo il quesito sulla mia essenza:
il suo variegare, fluttuare nel tempo
il suo restare reale,
anche nel dissolvimento.

Misterium iniquitatis

"Liberaci dal dolore"
implorarono le vittime
"Liberaci dal male della terra"
gridarono i carnefici.

E i carnefici interpretarono
che il silenzio era arbitrio, per loro
di illimitata violenza
e si svuotarono di speranza
quasi come le vittime.

Queste tacquero e si piegarono
a una estrema umiliazione,
mai patita prima dall'uomo.

Invocarono il Dio del testamento antico,
per il patto promesso,
ormai da lungo tempo stabilito...
Ma egli tacque!
Poi non ci fu più tempo per pregare,
per invocare...
..tutto sprofondo
nell'oscura banalità del male.


Eppure tutti sapevano:
sapevano i potenti della terra,
sapeva chi li aveva rifiutati,
gli ebrei di Varsavia..
sapevano le grandi Chiese..
e tacevano:
nell'assunzione tragica
che il male é inevitabile..
Anzi necessario
come hanno detto Paolo e Lutero:
la necessita del mistero di iniquità!
"Misterium iniquitatis",
il male estremo prima della salvezza,
prima che Dio torni alla pietà.

Ma se questa crudele certezza
é parte del cupo sentire in Occidente
dove ha origine Auschwitz?
Dove mai cercare la salvezza?

Orfeo

"Fas mihi praecipue voltus vidisse deorum
vel quia sum vates, vel quia sacra cano"
(Ovidio, "Faust". IV, 5-8)

Quindi ebbe ragione Orfeo
ad osare voltarsi verso Euridice
e verso il mondo dell'Ade
per cogliere il segreto ultimo:
vedere come il mondo della notte
costruisce le figure da amare.

Solo il figlio di Apollo
poteva penetrare
nei regni delle tenebre,
lui dotato di luce solare,
ma non bastava la luce del Dio,
né la sua musica, ad illuminare,
quel misteri dell'anima.

Solo il canto, la parola poetica
offerta per amore
poteva placare i signori degl'Inferi.
Che infatti tacquero incantati,
sospendendo il fervore della notte,
l'implacabile fervore della notte,
poiché i cupi signori dell'Ade
hanno rimpianto dell'armonia del giorno
sanno che la luce pervade,
soffrono nell'attesa.

E fu pace finché il canto durò:
si acquetò Cerbero oscuro, istinto implacato
le Danaidi attinsero l'acqua di fusione
ebbe tregua anche Tantalo
dalla fame e la sete d'amore
Sisifo poté riposare
finché durò l'incanto
dal suo terribile eterno trascinare
quel macigno dell'anima.

Ma Orfeo non poteva evitare
di abbracciare con lo sguardo di Apollo
l'emergere del volto di Euridice
dai fondali del tempo e della notte.
Lo fece per amore:
sapendo che per averla nella luce
doveva, lui per primo, svelare
la sua essenza notturna.

Prevalsero le forze dell'Ade
forse per distrazione di Apollo
o forza di Proserpina,
non sappiamo.

O, forse, c'è ragione di credere
che se avesse continuato il canto
accarezzando con mano magica
le corde del sentire poetico.
per magia di quel canto
sarebbe emersa Euridice alla luce
e forse anche gli Dei delle tenebre,
certo molto sensibili alla nostalgia,
al rimpianto dell'armonia perduta.

Per dedizione a quel cantore e al suo dolore,
per devozione religiosa al suo destino,
io mi rendo ogni notte suo miste.
Lascio cantare in me Orfeo antico
nel regno oscuro del silenzio e del sogno,
poi ne emergo,
guardando Euridice negli occhi
attento che la luce del giorno e di Apollo
non la investa quando è ancora fragile.

Pentesilea (c2)

Nel caso tu dubitassi ancora
di quanto sia vicina la storia
di eroi antichi, Dèi, miti
rimossa memoria di riti
del tuo, del mio animo
ancora attivi, ancora vivi....

Pensa a Pentesilea guerriera
amazzone, amica della guerra,
nemica degli uomini
per dolore, amputazione subita.
Il seno destro amputato:
per meglio appoggiare l'arco,
scoccare la freccia del rancore estremo
mai sedato, mai attenuato.

E certo non fu per caso
che Marte, suo padre, signore assoluto di violenza
mandò lei sotto le mura di Troia
essendo la sua presenza
messaggio più chiaro
dell'Olimpo altrimenti inaccessibile.

Infatti sotto gli spalti troppo fieri
di Troia crudele
si svolse un atto drammatico
in cui gli Olimpici vollero specchiare
un momento di verità tragica,
universale per l'uomo.

Achille era glorioso
il più luminoso guerriero degli Achei
forte e impietoso
segno di crudeltà divina
proiettata sugli uomini.

Mosse la figlia del Dio
con terribile forza distruttiva
e le veniva dal seno amputato
dal calice d'amore svuotato
poiché nel luogo del dolce seno
dei canti, delle voci soavi
che ne sarebbero sgorgati
dolci canti votati alla vita

poggiava l'arco puntato
con odio contro Achille,
la corazza d'oro splendeva
e anche il sole di Zeus
che concedeva troppa luce radiosa
alla violenza in riflesso bagliore

Vinse Achille, la uccise
vedendola morta l'amò.
E qui fu rivelato un mistero
e ne prese coscienza anche l'Olimpo,
forse con dolore.

Achille, figlio di Dèa, eroe di violenza
amò la morte del corpo femminile
da lui stesso spento.
Amò la duplice morte della vita
in Pentesilea guerriera.
Prima amputata, rifiutata, poi uccisa.


Spegnere il calice del divino fecondo,
svuotarlo in loro, signore della vita
per provare l'amore della morte
è sorte ancora diffusa
a causa dell'errore di Dèi antichi.

Per Dino Campana

Quella volta fu la poesia,
non il poeta,
ad accogliere il tormento,
a sposare la natura tradita,
versando direttamente nel canto
le tracce di vita smarrita.

Fu quasi un irrompere del sogno,
la sua lingua universale,
direttamente nel canto,
perché il fiume profondo
aveva scelto di emergere,
quella volta, quasi per suo conto,
alla luce per cantare.

Dino si lasciò invadere
dal magma ardente
del fiume dei simboli,
immagini del corpo-mente;
sgorgavano dalla ferita,
vita iniziale tradita.

... chiamò chimera l’amore non dato,
luogo del corpo, mai più raggiunto,
per quel volto che non si era piegato
su di lui, al tempo dell’amore,
poi riflesso, alterato, deviato;
a volte brevemente rivelato
per ingannevole bagliore
nel fiume delle immagini.

Fluirono:
le bianche prostitute,
le matrone suadenti,
la pura fanciulla delle Alpi,
“ purità della lampada stellare,”
le amanti distrutte, dolenti,
“ nelle mammelle estinte,
per mito barbaro, nella tortura del sogno,”
tutte confluenti sulla ferita iniziale
che Sibilla, fanciulla bronzina, emersa dal mare del sogno,,
non poteva sanare.

Sibilla, la dea che sapeva amare
ma non riusciva, lei Iside lunare,
a conciliare dissidenti frammenti
di un corpo antico spezzato,
forse simile a quello di Osiride
se riusciva a cantare,
persino in quel tormento.

E tuttavia continuava a irradiare
la sua luce, la dea,
a testimoniare la sua forza d’amore
che Dino, perduto alla luce del giorno,
le restituiva nel sogno.


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