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"Se penso ai sogni infranti | dal gioco della vita (...)". La materia della poesia della Tamanini è questa, la fragile creta di un pensiero che oscilla tra la fantasia e la memoria. Una fragilità che merita una riflessione attenta, senza superbia o superficialità.

Tutti abbiamo avuto un'età dei sogni, un periodo durante il quale si sono alimentati sia progetti che illusioni. Forse è l'equilibrio fra queste e quelli a determinare la positivitàdi una tale fase della vita. Forse occorre ritrovare il significato di un disagio ancora senza nome in quel passato, vicino o lontano non importa, che si ripresenta con forza. La poesia può essere, in questo senso, uno strumento privilegiato.

In effetti la Tamanini condensa in poesia ii suo sguardo retrospettivo e lo fa con una buona dose di nostalgia, ma senza riuscire a nascondere una maturità autentica, fatta anche della necessaria rassegnazione. Giova infatti ricordare che il passaggio all'età adulta (in senso psicologico e non anagrafico) presuppone il riconoscimento dei limiti. Una serie di scelte e di rinunce, di sconfitte e di successi, determina i nuovi vincoli ineludibili della nostra esistenza.

Rifare questo percorso può essere salutare. Come sottolinea Eugenio Rebecchi nella prefazione, "le immagini scorrono con delicatezza come pennellate stese garbatamente sulla tela". Eppure c'è un dolore che non scompare sotto i colori della consolazione. C'è una violenza che rimanda a quel vissuto ancora irrisolto. E allora potremmo chiederci: la poesia sì rivolge al trauma per alleviarne le conseguenze, oppure il trauma rappresenta (e sottolinea) una condizione di esilio dalla felicità assoluta? La poesia vive anche grazie alla mancanza di risposte.

Recensione
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