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Una prima considerazione si impone: ogni volta che Lilia scrive, e pubblica, ci mette sempre di fronte al nuovo, siamo costantemente in presenza della scoperta.

Come è il caso di Amor porét, certo, ma non indulgerei su questo libro, peraltro molto bello, perché la poesia di Lilia Slomp viene da lontano, e non parlo tanto di tempo materiale che spazia nei limiti di dieci-quindici anni al massimo, no. Intendo parlare anche del tempo dell’inconscio, di quel tempo nel quale la poesia nasce e si sviluppa, ma non trova la strada della carta. E intendo parlare anche delle prime due esperienze, perché se è in gran parte vero che Lilia ha condensato in Amor porét le espressioni più elevate della sua poesia, nondimeno anche in mezzo alla precedente produzione c’è stata vera e genuina poesia. C’è nel suo primo libro, En zerca de aquiloni, e c’è anche nel secondo libro, Schiramèle, che naturalmente ha una marcia in più rispetto al primo, ma ciò è ovvio perché un poeta che non approda al nuovo ogni volta che si propone alla nostra attenzione, potrà fare molti libri, ma non fa molta poesia. E quindi la marcia in più non è una facoltà o una libera scelta, ma è un obbligo. Altrimenti si resta al palo anche con un libro in più.

Lilia è l’unica poetessa che io conosca, allo stato delle cose, che ad ogni libro si rimette drasticamente in discussione. È una poetessa che ad ogni comparsa in libreria scardina l’assetto della sua precedente poesia, fornendo sempre nuovi elementi di giudizio, di confronto e di discussione. È una poetessa – in ultima analisi – che non dà nulla di scontato, i traguardi ci sono, e sono emozionanti quando ci si passa sotto per primi, ma questa poetessa non ha mai dimenticato che i traguardi restano al loro posto, mentre il poeta, se è poeta, va oltre. Deve andare oltre.

Tre libri quindi, e tre cicli affatto diversi fra loro, entro i quali – nel primo certamente, nel secondo un po’ meno – c’è anche della poesia normale, scontata se si vuole, ma il tutto senza enfasi o inutili compiacimenti, e ciò a dimostrazione che neppure la poesia, come la biologia, consente salti, ed un ciclo deve innestarsi sull’altro per estrinsecarne tutti i valori espressivi.

Ancora nel primo libro avevo letto espressioni mai lette nella poesia dialettale non solo trentina. Chi, prima di lei, si era mai specchiato entél poz senza font | de la me fantasia; chi ha spontezà il vestito con l’ùcia dei ensògni… Chi ha messo i propri pensieri En la gàida del vènt… quel vento che fa sentire el zich de le antane | svoidade dei ensògni… Quella gàida che custodisce ricami de stéle | su l’ór de la not… Chi ha seminato…con dedi forèsti | coriandoi de mi | sui scortói del tèmp? Chi mai prima di lei così ’nsèma | pagine d’amor | col fil dei ricordi? Sembrerebbe il dramma di un amore che non c’è più, ma invece queste pagine che come fòie seche | voleva scampar, sono pagine che ò binà a una | per poderme scaldar…

Siamo sempre, si badi bene, alla poesia delle origini, quella poesia talvolta sottovalutata o addirittura demolita – leggi Obiurgatore –, ma che ci ha dato versi di fiducia e di speranza come zerco en ragio de sol | per enventarme na vita. | Na vita tuta nòva | senza falsi copioni | o diretori d’orchestra

Eccolo qui documentato fin dagli inizi, e quasi auspicato, il coraggio di tagliarsi i ponti alle spalle. Da reinventarsi na vita tuta nòva.

Ma da dove scaturisce questo bisogno di lasciarsi tutto, o quasi tutto, alle spalle? Forse in tutto questo c’è il tentativo, o quanto meno di recupero di una diversa visione del proprio passato, o di certa passione di questo passato. Un tentativo – forse – di rivisitazione di quegli elementi della propria infanzia che infanzia non sono stati. Con un desiderio non del tutto latente di ritrovarli, facendo in età adulta quelle Schiramèle che la prima età le aveva in gran parte negato. Il secondo ciclo della sua poesia è lì a dimostrarci l’elasticità della sua inventiva, l’eleganza di un rinnovato estro poetico e la duttilità sentimentale che la pervade, ma è anche a constatazione che la poesia può offrire aspetti ed opportunità pressoché infinite in chi sappia usare tutti gli strumenti che la natura gli ha elargito.

E le immagini suggestive – ma il termine non rende giusitizia – scorrono sotto i nostri occhi più forti e impietose che mai. Non sono più le impressioni o il sogno o il semplice ricordo che prendono, quasi, corpo. Sono ormai i sentimenti e le sensazioni, che qui si animano, che diventano sagoma letteraria, e si trasformano in certezze: Mi, come bedóla | da la scòrza lizéra | che tuti i pòl spelar canta Lilia, perché qui non solo si estrinseca il senso della donazione assorbente di altrui dolori, ma è anche e soprattutto estrema disponibilità. Ancora certezze – che riguardano l’Uomo nel suo itinere umano e non solo e non tanto lei, Lilia, che infatti si esprime qui giustamente al maschile –, quando in una delle sue più belle liriche dice: Ò smigolà | sui scórtoi | de la me zoventù, cioè ho lasciato me stessa, su quei scórtoi, perché qualcuno potesse ritrovarmi laddove io ero, forse inconsciamente, ad attendere; o anche perché no? perchè qualcuno potesse ritrovarmi: scórtoi, si badi non sentieri o strade; itinerari difficili, lungo tutto l’arco della vita, ma l’Uomo è andato… avanti | senza paura de strìe | e vis’ciade de vènt.

Dice, Lilia, queste cose con stupore, più che con tristezza, perché si avvede che il tempo trascorso en zerca de aquiloni non c’è più, se c’è mai stato, per lei. Forse è stata una sua invenzione, per costringersi a creare quell’atmosfera infantile dei giocattoli che lei ha avuto appena il tempo di sfiorare, subito richiamata a cose più adulte. Ed allora si è fatta una ragione anche della sua mancata infanzia, e del dolore che spesso l’ha accompagnata scoprendo che no la fa nissun rumor | la lagrima che casca, ma può anzi essere utile, come goccia di rugiada che l’è sguàz per la formiga quindi un segno forte di speranza.

Arrivo ora al terzo volume per dire che è il terzo gradino di una scala armonica, che per arrivarci presuppone la presenza degli altri due gradini. Come dal primo al secondo volume si passa dal sogno del sentimento al desiderio del sentimento, così in questo terzo volume si passa dal desiderio del sentimento alla realtà del sentimento, e quindi alla realtà della vita, che non è sempre bella come si spera, ma è così nel bene e nel male quella che viviamo tutti i giorni. Non più, quindi, in questo nuovo libro, un dubbioso Ma mi, chi sónte, ma invece un forte Ero mi ed anche un altrettanto forte Mi per ti. Dunque qui non più o non solo notti passate a spegiarme | entéi òci de le stéle ma notti passate finalmente scarmenando i pudori, così come fanno i gatti che i sgnaola le passion | a na luna gatèla | che la someia a mi, | quando me sbrégo via | i veli che me stofega.

Eccola la Lilia più viva, più sensuale, senza i veli dell’anima che l’hanno spesso obbligata – non solo lei, naturalmente – ad essere ciò che non era o che non avrebbe voluto essere. E, tolti i veli dell’anima, può gridare me piaseria, si, me piaseria | che no ghe fuss moiéte | che li liga | sti me pensieri strani…quindi libertà ai pensieri, si, ma anche libertà per lei soprattutto. E ancora voglia di vita, perché la poetessa si è accorta che lo sterile desiderare non basta più; la vita è anche un gioco d’azzardo che a volte si pensa di poter dominare avendo in mano carte truccate. Ma la vita spesso rimanda il rischio al mittente, e allora si va allo scoperto, anche dei propri sentimenti: enté l’ultima man | riproverò a zugar… Smissierò ben le carte | lassandome ‘mbroiar…

Amor porét è un’allegoria che non è traducibile solo in amore mendicante come ha fatto, correttamente, Lilia, ma anche un amore derelitto, difficoltoso. E anche non sempre capito, come una specie di dialogo fra sordi, reso splendidamente da una bella lirica, Ero en fior de quei | che sbòcia ogni qualtràt | per chi che li sa veder. Ma sul sentiero di Lilia càpita i òrbi e i sordi | e, naturalmente no serve a gnent | la giostra dei colori, | le af, lori i le sghizza |… | e gnanca i se nascorze | de la vita che se ‘nmucia | come na vècia strìa…

Ma questo Amor porét al quale si nega anche la luna, questo amore che gira nudo come en popét – e nel popét c’è la speranza – che si aggrappa alla propria storia, sembrerebbe solo l’irrimediabile crollo delle illusioni ma non è così. Certo che le illusioni crollano, devono crollare se si vuole crescere, devono svanire gli orchi che ancora i ne stremiss perché non solo l’ Amor porét di Lilia va intorno nudo come en popét, ma tutti gli amori nel loro itinere sono come en popét, senza malizia senza secondi fini, guai se non fosse così perché solo in questo modo il messaggio d’amore ne esce sublimato, solo in questo modo l’amore può essere tutto: el sol, la luna, na casòta sbilènca, forsi ancora er riz de fum che ’l trema e ’l se smaris entrà le stéle.

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