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Presentazione del libro
Come goccia di vetrata

Sede Sosat,
martedì 24 marzo, ore 20.30

Elio Fox

E siamo alla luce della nona opera poetica di Lilia Slomp Ferrari, parafrasando il titolo della sua penultima opera, «All’ombra delle nove lune». Per evitare possibili fraintendimenti, dico subito che c’era luce anche nel precedente libro, luce intensa e quasi accecante. Oserei chiamarle, frustate di luce, che ho trovato anche in quest’ultima opera. Arriverò poi al concetto.

Permettetemi, invece, in esordio, un ricordo, che contiene un pizzico di orgoglio: nel profilo della poesia, ho tenuto io a battesimo Lilia, perché lei ha avuto l’azzardo di affidarmi la cura del suo primo libro. Sono passati più di vent’anni da quell’avventura, parlo di «En zerca de aquiloni» che conteneva la prima filosofia di Lilia, il suo mondo, le sue fantasie, già allora le sue angosce, il senso della morte: basterebbe rileggersi i dodici brevissimi versi di Quando. Siamo nel 1987 e la morte c’era già. Lo vedremo.

Eravamo, Lilia ed io, entrambi nel «Club Armonia»: io ne ero il presidente da quasi una ventina d’anni, dalla metà degli Anni Sessanta e lei vi era approdata solo da un paio d’anni. Se non vado errato al Club la avvicinò Lino Lucchi, nel 1984, un approccio sperimentale, così almeno sembrava, perché all’interno del Club già esisteva da anni un «Gruppo di Poesia», autonomo dalla filodrammatica. Cercavamo nuove voci. Quindi con Lilia (e con altri del Gruppo) facemmo proprio in quell’anno una prima serata a Bolzano, al Teatro Concordia. Penso sia stata la prima uscita pubblica di Lilia.

Ricordo che dovemmo quasi spingerla sul palco e fu un trionfo della poesia ed anche personale di Lilia, che peraltro - come detto - faticò non poco per andare davanti al microfono: l’esordio davanti ad oltre seicento persone - tante erano quelle che affollavano il teatro bolzanino - avrebbe fatto tremare le vene ed i polsi anche a poeti ben più avvezzi al contatto con il pubblico. Io presentavo la serata.

Fu il primo contatto mio con Lilia, che poi entrò subito a far parte del nostro «Gruppo» e con lei iniziò quello che potrei chiamare un sodalizio, che dura tutt’ora, anche attraverso alcune traversie, che ci portarono felicemente alla fondazione del Cenacolo trentino di Cultura dialettale, che quest’anno compie i vent’anni.

Son presto fatti i conti di quanta acqua sia passata sotto i ponti da allora. Ho poi presentato anche il suo secondo libro, «Schiramèle», ma dopo - pur non facendo più delle prefazioni ai suoi libri successivi - li ho presentati tutti o quasi, non solo quelli in dialetto, la mia specificità, ma anche quelli in lingua. Come è il caso di questa sera.

Lilia ha pubblicato ora cinque libri di poesia in lingua e quattro in dialetto. Oso sperare - da interista arrabbiato, ma solidale con Mourinho - che voglia almeno raggiungere il pareggio, quando ne avrà voglia o, come si usa dire, a suo tempo.

Qualche tempo fa, sul finire del 2007, in una serata, ho presentato alla Biblioteca di Mattarello tutti i suoi libri assieme, ma erano soltanto otto, mescolandone i contenuti poetici e narrativi. È stato anche per me un modo di ripercorrere tutta l’opera di Lilia allora in essere. In un certo senso, mi sono rinfrescato le idee, anche se su di lei le ho sempre avute abbastanza chiare.

A me piaciono i confronti: no, non i dibattiti, dove troppo spesso si urla, a volte anche senza sapere perché; no, proprio i confronti, la parametrazione delle cose fra di loro e quindi delle opere fra di loro. Si scopre sempre qualcosa di nuovo. Uno dice, leggo un libro e lo trovo bello, e lì si esaurisce la sua vena critica.

Il libro non è un hamburger, che si manda giù e si è sazi. La lettura di un libro non è una corsa contro il tempo, perché poi ci aspetta «Sanremo» o «Chi vuol essere milionario» o magari la partita a carte. La lettura di un libro è una cosa sacra. La lettura di un libro deve sempre lasciare la fame e, fuor di metafora, deve sempre lasciarci incuriositi, anche insoddisfatti, perché no?, ma con la curiosità di sapere se ho ragione io a non capire, o a capire quello che ho capito; o se ha ragione l’autore a non farsi capire, o a dirmi che intendeva dire un’altra cosa. Per questo, in poesia, di norma si impone la rilettura, dalla quale - in particolare se il libro è d’autore - si ricava sempre qualcosa di nuovo.

Con questa logica, del ritorno sui propri passi, prima di addentrarmi sul percorso - non facile - dei contenuti e sul messaggio in questa nuova opera di Lilia Slomp Ferrari, vorrei richiamare la vostra attenzione su un fatto sintomatico. Non è la prima volta che ne faccio cenno e forse lo farò ancora, perché certe considerazioni mi stimolano, come questo titolo intrigante, «Come goccia di vetrata», che mi consente di riprendere l’argomento.

I titoli, per Lilia, sono sempre stati le pietre miliari del suo percorso poetico, la miglior sintesi del contenuto. Una copertina non è come un appendiabiti o un portaombrelli, dove puoi metterci di tutto: il titolo è una ricerca.

Non per nulla il suo primo libro si intitolava proprio, lo abbiamo appena detto, «En zerca de aquiloni» che, al di là dell’evidente metafora, era la ricerca - ed in un certo senso anche la difesa - delle illusioni. Proprie e degli altri. E anche delle delusioni. Cioè la ricerca del lato sentimentale e non sempre pragmatico della vita.

Il secondo libro si intitola «Schiramèle» e più chiaro non potrebbe essere: tutta la vita è un capitombolo, l’importante è sapersi rialzare al momento giusto e proseguire, come ha sempre fatto Lilia. Anche qui, metafora della vita, perché a Lilia piaceva a quel tempo mimetizzarsi, non solo nei titoli, ma anche con delle poesie chiaramente femminili, ma alcune vòlte misteriosamente al maschile.

Approda alla stampa del suo primo libro in lingua nel 1991, «Nonostante tutto», che non vuol solo dire, con tutta evidenza: “Io tiro diritto per la mia strada” e chi s’è visto, s’è visto. Certo, anche questo, ma è invece e soprattutto una forte presa di coscienza di sé. Di ciò che è o di ciò che si sente di essere diventata. Non più voli romantici ed ottimisti, sui cornicioni alla ricerca di apparenze colorate, e non più il timore di inciampare di proprio o di essere sgambettata (capita nella vita), ma avanti tutta, perché la vita è anche mia, si dice Lilia. In una delle sue belle poesie di questo libro, nella chiusa ci toglie ogni dubbio sulla sua forza d’animo: Nelle mani solo / io saprò cosa avrò... Quasi una sfida.

È per questo che, due anni dopo, rinfrancata dal cammino percorso nella coscienza di se e delle proprie forze di proposta e di denuncia, può permettersi quasi un duello con il mondo - il primo dei suoi duelli in difesa della fragilità femminile, e gli altri saranno ancora più estremi, più urlati -; una discesa in campo senza tentennamenti, perché questo è il messaggio che ci giunge dalle magiche liriche di «Controcanto». Ricordo che Lilia stessa ebbe a dire al prefattore del libro, l’amico fraterno Ermellino Mazzoleni, che «Controcanto» è lei stessa: sono io come vorrei essere, come sono e non sono. È la canzone d’amore di una donna per la donna. Sottolineo quel «Io come sono», che non si presta ad equivoci.

Sembra, ma di certo non lo è, una pausa di riflessione, un ritorno alla timidezza ed all’introspezione, quell’«Amor poret» che Lilia ci offre nel 1995. Sembra, ripeto, ma la poesia di Lilia va letta in profondità, la poesia di Lilia sovente va oltre la parola, oltre il significato apparente e scontato che sembra avere. Lilia gioca - lo dico al positivo -, gioca con le parole, le fa sue e le interpreta. Così «Amor poret» non è l’amore povero o profano o derelitto come anche Lilia una volta ha detto anche così, ma è invece anche e soprattutto l’amore semplice, genuino, spesso fiero, ma anche un amore difficoltoso, difficile, a volte non compreso, come avviene in un dialogo fra sordi, reso splendidamente da questi versi: Ero en fior / che sbòcia ogni qual trat / per chi che lo sa véder. Chi ha orecchie, intenda.

Cosa dire di un altro titolo, «Leggenda», che nel suo significato letterale che ci viene dal Medioevo, è un racconto nel quale si mescolano fede, fatti e tanta fantasia. Lilia non si attiene all’etimo. La leggenda è lei, le cose che fa, le cose che vede, le cose che dice ed il modo di raccontarle, queste cose. Non c’è fantasia, nel senso dell’invenzione o del racconto fantastico, c’è invece la realtà, quindi la leggenda come modo di essere, con un po’ di mistero, certo, altrimenti che leggenda sarebbe.

Superiamo il secolo e nel 2002 Lilia ci dà il suo quarto libro in dialetto, con il titolo di «Striaria», che sarebbe semplice - ma anche semplicistico - tradurre piattamente come stregoneria. È qualcosa di più complesso ed anche di più dolce: Lilia intende suggestione, incantamento, anche magia, quella magia che ci offre quotidianamente la natura, perché Lilia con questo libro va nel bosco e ci porta nel bosco, non solo in quello fisico, degli alberi veri, palpabili, ombrosi e dei mille fiori, ma anche in quello della metafora. Magia, appunto.

E siamo arrivati «All’ombra delle nove lune», abbastanza recente, uno dei titoli che io ritengo fra i più suggestivi di Lilia, questa drammatica denuncia della violenza sulle donne, il periodo della gravidanza vissuto nel ricordo angoscioso e drammatico di una fra le peggiori violazioni che il corpo femminile possa subire. Proprio dieci giorni fa, su questo tema, alla Pro Cultura c’è stata una appassionata conferenza, tenuta da due grandi esperti e anche amici nostri, Madalena Primo e Luca Renzo Carrozzini. Ogni giorno leggiamo denunce, ascoltiamo degli orrori.

Perché ho fatto questa premessa sui libri del passato? Semplicemente per poter dire che Lilia ha portato in tutti i suoi libri, quasi ossessivamente, il concetto del vivere e del morire. Lilia è viva in ogni suo libro e muore in ogni suo libro e quindi in quest’ultimo del quale si parla, c’è la sintesi del suo percorso esistenziale, ma anche culturale.

Per questo, parlare ora della simbologia del titolo «Come goccia di vetrata», è quasi pleonastico, perché più simbolico non potrebbe essere: c’è tutta la filosofia di Lilia in questo libro, in un certo senso, uno spogliarsi l’anima dalle incrostazioni del tempo e quasi - ripeto il quasi, ci mancherebbe - mettere, sembra, la parola fine ad una lunga parabola.

Naturalmente ho letto - non potevo non farlo - la prefazione di Paolo Ruffilli, ma come sempre le prefazioni le leggo dopo, perché voglio sempre farmi un’opinione non suggestionata. «Epica della memoria», definisce quest’opera Ruffilli e cos’altro è un diario se non questo: con la differenza che qui Lilia non nasconde nulla; che inizia dall’inizio, non è un pleonasma, tutto infatti ha origine in quel fatidico giorno, il 2 aprile 1945, quando Lilia venne in questo mondo:

Atmosfera sibillina di marzo
che ci costringe al fermo tepore
della casa, ai giochi della siepe
nel tempo a cavallina dentro gli occhi.
Rivoglio le picchiate sbalordite
a fili ingarbugliati dentro il vento.
Ridatemi un momento, una viola,
la pagina bianca del diario.
In bilico al balcone già s’affaccia
pazza questa mia canzone d’aprile,
a zonzo come goccia di vetrata.
Sbircia al calendario una data:
millenovecentoquarantacinque.
Sessantatre anni il due del quattro.

Come aprite il libro vi imbattete in questa poesia e qui c’è l’inizio della sua vita e la sosta di riflessione ai sessantatre anni il due del quattro. Uno sguardo a ritroso e, qua e là, anche un vero e proprio cammino all’incontrario, ma soprattutto la fragilità e forse anche la vacuità dell’esistere. Cos’altro è vivere Come goccia di vetrata, se non vivere senza lasciare traccia, o se la lascia, basta un po’ di sole a cancellarla. C’è una bellissima poesia di Bruno Groff, «La vela»: la vita, dice Bruno, è come un barca sull’acqua, passa e non lascia segni duraturi: Saral / anca de mi / cossita? / Slizzegherònte via / senza lassar /en segn / de la me vita?

Lettura non facile, lo ho già detto e lo ripeto, perché Lilia vive un suo modo espressivo che va affrontato, una sua simbologia che va scoperta. Lilia offre, ma non si offre. A noi l’obbligo della percezione. Non è la sua poesia che viene a noi, siamo noi che dobbiamo andare dalla sua poesia. È un problema che riguarda anche l’arte. Non sempre i quadri vengono a noi.

Ho letto attentamente questo libro, più volte, e ne ho estratto un mio percorso: siamo di fronte ad un diario-testamento della vita di Lilia e, diciamolo senza falsi pudori, anche della sua morte. Ed è anche un libro di sintesi, un digest, si diceva una volta, quindi un condensato di tutti i suoi libri. Qui viene percorso tutto l’itinerario esistenziale di Lilia, dalla nascita, praticamente sotto le bombe, anche se l’evento avviene nel rifugio antiaereo scavato nella roccia, alla Vela:

Avrei voluto stringerti la mano
nel nostro primo incontro di dolore.
Nello sguardo fiorivano profumi,
scintille di fiammiferi sfregati
al buio dell’attesa nel rifugio.
Rimbombo nelle viscere il tuono,
l’uragano, il boccio della vita.
Sono nata così, nella paura
di una guerra sfinita. Lacerante
l’urlo sotto la volta illuminata
di follia. In attimi solinghi
mi hai stretta al seno nell’abbraccio vivo.
Ne ho sognato un altro all’infinito.

L’ultimo, struggente verso, come si vedrà, è già proiettato nel futuro. Nasce e va avanti, in famiglia, con i fratelli, in particolare con Ezio, più piccolo di 18 mesi, con la madre che chiede sempre qualcosa di più di quello che lei può dare, da bambina, da adolescente e anche da grande e Lilia che si rifugia in se stessa o sull’antana, o nell’affetto del padre, o di Ezio, che è sempre con lei, anche se ora non c’è più.

Non voglio dire che c’è tutta la filosofia di Lilia nel titolo di questo libro, ha fortunatamente anche altre visioni, ma ce n’è parecchia. Lei usa spesso una frase per stigmatizzare quelli che a volte sembrano eccessi si autoconsiderazione, non solo verso se stessa: Nessuno di noi passerà alla storia, usa dire, però, tornando al presente, è legittimo affermare che si può lasciare un segno almeno fra i contemporanei.

Questo libro - lo dico per chi non lo avesse ancora sfogliato - si compone di quattro sillogi, ciascuna delle quali composta da 18 poesie. Ecco i titoli: la prima porta quello già noto di «Come goccia di vetrata»; la seconda si chiama «Nel bosco trascorso», la terza, «Al cancello rugginoso dell’anima» e la quarta, «Endecasillabo ultimo» e poi non potrò mancare di farvi ascoltare l’opinione di Lilia sull’endecasillabo. O ve la farà ascoltare lei.

Queste quattro sillogi sono state definite come le quattro fasi della vita: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e l’addio, anche se con Lilia non ci sono mai dei tagli netti fra i vari periodi, nella sua poesia, perché è la vita medesima che non ha tagli netti: viviamo di ricordi, viviamo dei ricordi degli altri; viviamo proiettati al futuro, ma siamo ancorati al presente e, soprattutto, al passato. La vita è un intreccio con altre vite, con molte vicende, ha profonde radici ed è per questo - al di là del dolore - che una dipartita lascia sempre un vuoto. Che riempiamo con i ricordi, appunto.

Anche miei.

Nella prima silloge c’è l’infanzia di Lilia e come punto di riferimento biografico, vi faccio ascoltare due poesie che disegnano in maniera efficace dove viveva e come, Lilia, e come era la vita della povera gente nell’immediato dopoguerra. Fra le tante poesie che si potrebbero scegliere in un libro di grande qualità come questo, ho scelto quelle narranti, seguendo un mio percorso:

Malandrino il sogno

Di quel tratto rassegnato
mi rimane un quadrato erboso
recintato. Ricerca di memoria,
di storia a lieto fine, arringa
passione di una fiaba.
Eravate voi il re, la regina,
la matrigna, il padre sovrano.
Lontane le miniere di diamanti,
i nani titubanti al mio sorriso.
Nessuna ninnananna filastrocca.
Tocca a chi tocca il bacio del mattino.
Quanto malandrino è stato il sogno
lassù all’abbaino dei Casóni.
Ed eri sempre tu che mi chiamavi
nell’ora dei crepuscoli d’argento
all’arrembaggio della fantasia
sull’isola sperduta degli incanti.
Mi tenevi, mi tieni per mano
in sfida rigogliosa di risacche
al porticciolo della nebulosa.

Ai Casoni avevo degli amici, e in via Damiano Chiesa c’era una ragazza che mi piaceva un sacco e qualche volta, la sera, d’estate, passeggiavo sotto la sua casa, sperando che uscisse. Non usciva mai. Si chiamava Renata, sono passati più di sessant’anni. Ecco perché, alla mia non più tenera età, ho un ricordo preciso dei luoghi dove Lilia è nata, quei Casoni che - data la mole di questo complesso residenziale, e dato anche il decentramento, all’epoca, rispetto al centro storico - i nostri vecchi chiamavano «Il Vaticano». Io lo frequentavo.

Ho parlato prima della mia vocazione per la poesia dialettale, che non posso ignorare anche parlando di un libro in lingua. Al di fuori di altri significati sotto traccia, su due versi richiamo la vostra attenzione: Quanto malandrino è stato il sogno / lassù all’abbaino dei Casoni…. Essi mi rimandano ad un’altra poesia, che propone lo stesso disagio infantile di Lilia, forse per gli stessi motivi, certamente nello stesso luogo: vizina te ciamavo da l’antana. / Su quel scagnèl de legn engranizzà / ò svoltolà i me dì dentro i me òci… (da Amor poret, 42). Ma i riferimenti alla poesia in dialetto di Lilia saranno anche altri.

Le vicende del dopoguerra mi impongono ad attirare la vostra attenzione su un’altra poesia:

Come guerriero sconfitto

Scarpe bianche alla bebè,
meta di prima comunione,
calzate piano a bocca aperta
insieme alla particola,
allo stupore del rito
al palpitare dei miei sette anni
di bufera. Appena terminata
la borsa nera, le tessere annonarie,
fioriva l’era dei pacchi E.C.A.
a sorpresa: gallette stravecchie,
qualche vermiciattolo confuso,
cioccolata imperlata di neve,
illusione di dono ricevuto a capo chino,
trasportato su manubri sudati.
Il padre guidava come guerriero sconfitto,
la figlia grande per mano, quasi equilibrio
d'attesa per gli altri. All’apertura
del cartone, lapidaria la voce della madre
che scrutava l’assenza di zucchero e caffè.

È un vero e proprio diario di sofferenza e di umiliazione, l’umiliazione di essere poveri, pazienza, ma soprattutto quella di doverlo far sapere a tutti. Solo chi ha una certa età può ricordare l’ECA, l’Ente Comunale di Assistenza che elargiva pacchi viveri alle famiglie bisognose.

Ancora ricordi, chiedo venia a Lilia. Avevo sedici anni e andavo anch’io all’ECA non per la mia famiglia, ma per una mia vecchia zia che abitava in viale Verona. E andavo anche a prendergli la legna, in fondo a Via dei Mille, nel grande cortile dell’Istituto Sordomuti, dove c’era il deposito comunale. Mia sorella lavorava in un negozio di pane in Via San Pietro e tutte le sere portava a casa il pane, solo che era sempre il pane vecchio di due giorni prima. Allora io andavo tutte le mattine in Via Veneto, all’angolo con Via Mattioli, dove ora ci sono le scuole, ma allora c’erano le caserme e alle 6 i soldati, fatta colazione, ci buttavano dalle finestre le “pagnòche” avanzate, ancora calde, spesso intere. Una delizia. Preistoria.

Ma anche Lilia va, non proprio nella preistoria, ma nella storia, forse perché è rimasto ancora l’unico luogo della memoria nostra che non possiamo falsificare; soprattutto è il luogo dove possiamo scegliere ciò che in quel momento ci può procurare maggior conforto:

Alla corte dei sogni

Intrecciava i giunchi la nonna
con mani sapienti. Pareva volare
il moto delle dita mentre fioriva
la favola, una carezza sfuggita
al groviglio di steli nel grembo.
Alla fiera si metteva nel canto
discreta. Donna dalla lunga sottana
allargata a campana. Ai suoi piedi
la corte dei sogni dai manici ad arco
per bimbe dal rosso mantello
e merende sbriciolate nel bosco.
Sapeva la fame, il lento
bussare dei giorni alla porta,
l’attesa. Intrecciava i giunchi
giocando anche il lupo.

La nonna. I primi quattro versi sono un affresco, con la figura gigantesca di questa donna, che vivrà anche in altre liriche. Ancora storia, storia del dopoguerra, già vista nella seconda e nella terza poesia, ma qui è inchiodata - anche - alle figure ed alcune memorie che io e Lilia abbiamo in comune, come i Casoni o l’ECA (tra l’altro, abbiamo fatto le stesse scuole, io naturalmente qualche anno prima):

Pirouette

Pirouette il tempo fra le dita
appassite ai minuti cortigiani,
alle ore ruffiane. Mi riprendo
in un baleno la dolcezza
degli orecchini di ciliegie,
del cono gelato leccato
esattamente l’equivalente
di lire dieci al carretto
dei bonbon del Moro fuori scuola.
Giocattolo i tramonti, l’aurora,
i fagioli della tombola.
Sessantotto! Margherita! Respiro
di femmina trentina, fiore sangue,
sessantotto, quarantotto,
caos di filastrocche.
Mi bastano anelli d'erba, diademi
di sole ai troni infiniti,
castagne secche in collane e bocci
viola sull’arazzo liso.

Il Moro era una istituzione per gli scolari e gli studenti dell’epoca. Per noi, per me in particolare, di mezza generazione prima rispetto a quella di Lilia, più che una istituzione era una angoscia: dover passare davanti a tutti quelli che leccavano e far finta di non averne voglia. Ma naturalmente Lilia ha vissuto ed interpretato anche il dramma di Margherita, (Margherita Cagol) noi più anziani, quanto lei, ma lei ce l’ha offerto con le parole magiche della poesia.

È una costante per Lilia sposare i percorsi sofferti delle donne, una solidarietà partecipata, non sospetta. E antica. Parte dalle Mame argentine de «En zerca de aquiloni», per transitare da «Schiramèle», dove troviamo Emanuela, uccisa con il generale Dalla Chiesa; poi c’è Scherazàde in «Nonostante tutto»; c’è Li Xiaojang in «Controcanto»; c’è la bimba sudanese Ayod in «Leggenda» per non parlare della ragazzina tredicenne e delle altre donne violate in «All’ombra delle nove lune».

«Nel bosco trascorso», seconda silloge, si esce dall’infanzia, se mai infanzia ci fu e Lilia cerca di guardare oltre. Certo, un retaggio di memoria e di ricordo infantile sopravvive ancora, perché questo è il periodo-collettore dei ricordi più recenti, che forse non sono neppure ricordi, ma amare riflessioni. Come i tuffi di mistero nel lettone di mamma e papà e non ci sfuggono i gesti imbarazzati della madre; soprattutto quando portava alla mamma porcini cercati in cieli lontani / per farla felice. Ma subito aggiunge: Invano. E questo è sempre stato il dramma della sua vita, nel rapporto con la madre; o il rimpianto che la assale quando scruta spiragli lungo il muro / aggredito dall’edera. Spiragli per andare dove? Forse da nessuna parte per il momento, quindi prigioniera:

Poter respirare il girasole
proprio quando il raggio circuisce
la corolla palpitante, corteggiarlo
in variazioni chiaroscuro,
immaginare il ballo segreto di corte
con api ciambellane, candori
alati che sfidano duellanti
la linea di rose già carpite.
Quel momento. Poterlo imbrigliare,
cesellare nel ronzio del calabrone
impenitente che tutto sente
meno la follia dello strisciare
come serpe attorcigliata
al battito di cuore. Niente.

«Come serpe attorcigliata» dice qui, ma nei Sentieri di Controcanto diceva lo stesso: delle serpi accoccolate al sole: quindi lo stesso pericolo e la stessa angoscia. Oltre a questa visione, ci sono due momenti significativi che si pongono alla nostra attenzione in questa seconda silloge. Il primo sembra una transizione verso altri destini; il secondo ci richiama alla dura realtà della vita e della storia. Nel primo c’è una poesia che mi sembra anche fortemente simbolica:

Mio l'attimo

Mio l'attimo, per diritto natale
sia esso felice o tragico! E mio
l’ordito delle lacrime. Nessuno
osi l’analisi. Impossibile
l’impresa, quel battito di ciglia tramontose,
il sospiro della felicità che lo cavalca,
l'estasi del petalo prono alla corolla,
l’esplosione del raccoglimento
dopo il temporale che muore
trasognato d’arcobaleno.
Mio il sereno che spetta per stirpe
all’animo innocente. Emily,
è lo stesso istante nostro guerrigliero.
Da diversi altrove cavalchiamo parole,
quell’unico sentiero di perle,
annulliamo i calendari. Sappiamo
lo scettro della contemplazione,
lo sbigottimento delle ombre.

In quel Nessuno osi l’analisi ed il quel Sappiamo / lo scettro della contemplazione, c’è lo stesso orgoglio, la stessa coscienza che avevamo incontrato in «Leggenda»: Le mie catene non le vedrete mai. / Le porto come gioielli ai polsi / alle caviglie… Il prigioniero è chi mette le catene, sembra dire Lilia, non chi le porta con dignità. In quella lirica, come in quella appena ascoltata, Lilia riscopre la forza della poesia, si riappropria del proprio «IO» ed in questa ripresa della propria coscienza, di ciò che è, di ciò che è in grado di fare, chiama come testimonial la sua cara amica, Emily, la grande Emily Dickinson, con la quale Lilia ha sempre avuto grande complicità - vedere la dedica di «All’ombra delle nove lune» - ed assieme percorrono il loro istante guerrigliero, che serve anche a combattere lo sbigottimento delle ombre. Fra poetesse, c’è una chiamata di solidarietà.

Il percorso di Lilia è accidentato. Nei drammi che il mondo sta attraversando negli Anni Sessanta, c’è il ricorso ai confronti, come se la storia non avesse insegnato nulla:

Ginocchioni a echi di follia

E dopo Auschwitz come si potrà scrivere poesia...
(Theodor W. Adorno)

È quasi frenesia la scrittura,
rinascono poeti come fiori,
arrancano su prati alla ventura
di un posto al sole, piccolo magari,
cinto d’alloro intrecciato in serto.
Auschwitz svanisce nei reticolati,
in fumi di camini nella nebbia
quando le normali cose erano
spoliazioni, affetti depredati
dall’abbaiare furioso dei cani.
Perché l’endecasillabo mi prende
alla gola, passaggio di memoria
alla storia continua da studiare.
Come possiamo scrivere poesia
se altri campi germinano orrori
arresi a nuove reti di vergogna.
È questa penna che costringe il verso
quasi volesse metterlo alla gogna
ginocchioni a echi di follia.

Auschwitz, ci ricorda Lilia, non è una tragedia finita, non è il conto chiuso del passato. Dopo gli orrori trasmessici dalla storia di Auchwitz, come monito-suggello di ciò che l’uomo non può più fare, Auschwitz è continuata a prosperare in varie parti del mondo. Abu Graib è solo un piccolo esempio, ma Auchwitz continua anche con i negazionisti che la Chiesa ha accolto nel suo seno. Tardive le misure del ripensamento. E incomplete.

Un’ultima lirica a commento del periodo:

Quando ti presi per mano
tenevo nell’altra un fardello
di fole vetuste, di gnomi
giullari al castello. Fiorivo
la canta del rivo prostrato
alle sponde nell’onda di canne
suonate in sordina dal vento.
Giocavo stordita gli umori,
quel tocco magia di cesello.
Scoppiava la bacca di rovo
in cerchi di fata, di strega
per unico filtro d’amore.
Solinga trascino i miei passi
in solchi scavati nel gelo.
Nemmeno mi accorgo del drago
con fauci di fuoco. Mi cullo
al giogo di fiamma lontana.
Brinato di nebbia il silenzio.

Lilia va incontro alla vita, alla sua vita, con la sola arma disarmante della fiducia, ma anche della consapevoleza di un destino. Si rende conto dei rischi e dei pericoli ed anche delle difficoltà che la separano da un auspicio di normalità, ma guarda oltre, perché spesso la vita non ti lascia scegliere, ma è lei che ti sceglie: sul suo cammino si erge ora il «Cancello rugginoso dell’anima» e ci sembra, quasi, di sentirlo cigolare, questo cancello che, di fatto, si apre sull’eternità:

Dimmi tu chi eravamo
quando il polline si spargeva
a raggiera sulla siepe vigile
agli estremi del proibito.
Dimmi se puoi, se hai capito
l’ansimare delle verità soffocate,
il graffio mutilato dei desideri,
l’affanno delle ore in fuga.
Se l’orgoglio non ti tradisce,
dimmi l’angoscia delle attese
all’arenile delle verità, ora
che il dorso delle mani è macchiato
e solchi spietati delineano
il contorno del viso. Sempre
e unicamente se puoi, pronuncia
il perché dell’abbaiare di silenzi
al cancello rugginoso dell’anima.

Già qui Lilia inizia il suo percorso senza ritorno, sul piano psicologico, su quello intellettuale e su quello emotivo oltre che culturale, intendo; ma il suo dialogo con l’aldilà non è mai stato interrotto lungo tutto l’arco della sua vita. Questo dialogo è iniziato nel 1945: sessantatrè anni il due del quattro. Ricordate? È possibile vivere queste sensazioni di tramonto, nell’infanzia o nell’adolescenza? Lilia, che sente di essere venuta da altre vite, ci dice di si. La vita non finisce, si modifica e torna e lascia messaggi, che vanno ovviamente percepiti con la sensibilità propria dell’anima di un poeta.

Lei incontra suo fratello Ezio - e poi lo vedremo -, ma anche suo padre e sua madre, tutti i giorni quando va nell’orto o per altri prati. In una poesia inserita nella prima delle quattro sillogi di cui si compone questo libro, dice: È quando le farfalle / vibrano il richiamo / che magicamente ti ritrovo / ti riconosco: (Ali controsole, 15) qui, in questo breve cenno, si rivolge al padre, ma le farfalle bianche sono una costante nell’itinere esistenziale di Lilia. Strucherò farfale / bianche ’ntél me pugn scrive nel libro delle origini, ma anche in «Schiramèle» incontriamo na farfala bianca / che lizéra la bala / sora en fior ennamorà Saranno mie compagne / le farfalle d’autunno - in «Nonostante tutto», e dice che sono: barchette senza meta / su oceani d’aria. (…) Guardate le mie ali, dice in «Controcanto»: Disegnano una croce per tutte le croci / anime bianche che hanno preso il volo…; Gò ale bianche / che veleza ’ntéla not, ci sussurra in «Amor poret» e, ancora un cenno, C’è una farfalla che mi ricama / l’aria e non so se sei tu che mi freni / sull’orlo dell’abisso, recita in «Leggenda»: e siamo, in tutta evidenza, allo stesso concetto di questo «Come goccia di vetrata».

E il tema della morte non può che riportare in vita, in particolare l’immagine di Ezio, l’amato fratello e lei stessa si porrà, nella poesia che sarà letta dopo questa, un affascinante interrogativo

Negli occhi ti ridevano le ombre

A mio fratello Ezio

Perché mi sbalordisce questa quiete
con il frullio d’agosto nelle chiome,
quell’andare a zonzo di formica,
il cercare a stento la mollica.
È istante dondolante fattucchiero
il ghirigoro sopra la lavanda.
Ti spio bisbigliare i tuoi vent’anni,
i trenta, i quaranta poi, lo schianto.
Eterna era l’estate dell’ardire
quando m’incoronavi principessa
di sogni grandi quasi quanto i tuoi.
Negli occhi ti ridevano le ombre
mentre intagliavi frassino di ramo
e remo si faceva la corteccia
sul rivo all’abbordaggio della sponda.
Onda d’allora, d’oggi il colloquiare
sul filo attorcigliato della pena.
Memoriale, ardimento di gola,
parola di voragini nel volo,
cabrate solitarie dentro il vento.

“E c’è una casa degli angeli”

A Ezio a dieci anni dalla morte

Dov’è il tuo giaciglio di nuvole
cangianti alla tramontana?
Mi auguro somigli a queste braccia
traboccanti memorie ninnananna.
Tiranna mi prende la tua musica
nel franare pauroso di favole,
“E c’è una casa degli angeli”
ritornello inconsapevole,
ali custodi non codificate.
Quel “Amore mio... ti dico addio...”
si può chiamare amore un fratello?
Io dico sì! Per quelle nostre mani
allacciate alle primule prime.
Definitivamente ti fiorisco
addio, come saluto la betulla,
i palloncini andati della fiera,
quel nostro girotondo di speranza.
Traditrici le briciole sul colle
dei ciliegi che insieme scalavamo.
Sussulto amore mio, addio fratello,
il naso appiccicato alla finestra,
gli occhi arresi ai fiocchi nel duello.

Amore mio, lo chiama, legittimamente e certo gli altri amori della vita intensa di Lilia, non ne escono scalfiti. Lei era più grande di un anno e mezzo rispetto ad Ezio: Ti spio bisbigliare i tuoi vent’anni, / i trenta, i quaranta...; Negli occhi ti ridevano le ombre… : sono osservazioni che non hanno nulla di infantile. Forse Lilia riversava sul fratello, oltre allo scontato affetto fra fratelli, in particolare fra sorella e fratello più piccolo, anche la frustrazione di una lacuna affettiva che lei ha sempre avvertito nei suoi confronti:

Del tempo, del morire

L’albore pugnala a tradimento
l’oscurità come quando giocavo
il mio risveglio. Non accadeva
mai il bacio sulla fronte al trillo
della sveglia. Mi opprimeva l’ombra
severa dell’armadio, l’ansia
che ancora mi coglie nell’andare.
Brandelli menestrelli il mio vestito
per quest'esistenza parodia.
Talvolta il reale era quasi gelo,
arabeschi in trine di pensiero,
invenzione dolce di parole
gettate in seno al vento come perle.
Trafigge il buio l’alba silenziosa
funambola del tutto nell’attesa.
Costante la tormenta dei silenzi,
la resa pacifica dei suoni.
Stritolo nel pugno il luccicore
gelido d’allora. E nemmeno
m’accorgo del tempo, del morire.

Colpisce quel: mai il bacio sulla fronte al trillo / della sveglia…; ed anche; il reale era quasi gelo; e conclude: Costante la tormenta dei silenzi, preludio al fatto che: nemmeno mi accorgo del tempo, del morire.

E sarà proprio quello della morte, il percorso sul quale si avvia Lilia nella quarta parte del libro. Penso di aver detto a sufficienza di questo rapporto costante con quella che eufemisticamente viene chiamata la dipartita, che - come abbiamo brevemente visto - c’è in tutti i libri di Lilia, non certo un presagio, forse inconsciamente un fatto scaramantico:

Quando narò via,
narò en ponta de péi.
No lasserò le peste
su la me scortaròla.
Me girerò a ogni pass
per comodar na viòla,
na primola stremìda
’ntrà l’erba spatuzzàda.
Sarò grombiàl de vènt
lizér de primavera
coi busi en le scarsèle
per corer pu lizéra.

1990. «Schiramèle». Pagina 73.

Ecco ora un’altra poesia, a specchio della precedente:

In pifferi di fiaba

Che mi perseguita è l’infelicità,
biscia d’angoscia ancora da bambina
con galassie appese alle pupille.
Chiaro d’abissi, catapulta estrema
nel baratro mendace della vita.
Mi sarebbe bastata una carezza
trasfusa per migliaia di altri fiati
esplorati in pifferi di fiaba
da tramandare come testamento.
Mi è compagno ora solo il vento
coi suoi esperimenti stregoneschi
mentre arranco al buio delle ore
al ritmo strangolato del tormento.

2008. «Come goccia su vetrata». Pagina 73.

Notate: la stessa pagina, in un altro libro, vent’anni dopo. Certo un caso, ma Lilia fa di queste magie. La poesia in dialetto che ho letto, è l’incipit ideale per questa ultima parte del libro: è la dimostrazione che, vent’anni dopo, tutto è esattamente come vent’anni prima. Vent’anni prima Lilia non aveva quella situazione che oggi la perseguita e che non le permette più di piegarsi sul sentiero e comodar na viòla, / na primola stremìda / ’ntrà l’erba spatuzzàda, ma dice, prima: Narò en ponta de pei / no lasserò le peste, sintomo di un disagio esistenziale, di una solitudine, di una mancanza di affetti che troviamo pari pari nella poesia di vent’anni dopo: Mi sarebbe bastata una carezza / trasfusa per migliaia di altri fiati. Questo, avrebbe voluto tramandare Lilia, come testamento.

La poetessa, nel corso della sua vita, ha visto tutto. Qui, per la prima volta, vede anche la morte in faccia. Certo, falci ed altri simulacri sono presenti in altre poesie di Lilia, ma qui l’approccio è schoccante:

Era là

L’ho vista. Era là appollaiata
come insetto scommessa sul fiore.
Celata era la falce tra le felci,
ghigno nelle pupille del cuculo
accovacciato al nido. Era là
con il tacito strascico frusciante
del canneto di erbe gracidante
nel tripudio delle rane. Sogghigno,
ragno, bava d’argento delle altane.
Ve lo giuro, l’ho vista. Era lei
coi suoi mille segnali avvertimento,
mille concerti ultimi nel boccio.
Eco quel rintoccare di campane
sul picco affascinante della pieve.
Lieve richiamo, rauco dondolio
nella giostra di ore del mantello.
Sei tu il mio gioiello - sussurrava.
Mi manchi come anello alla catena,
come polena, indice del mare.
L’ho vista nell’arcobaleno teso
simile a ponte verso l’infinito.
La freccia mi ha colpito all’improvviso
in sospensione cieca di colori.
Credetemi, l’ho còlta molto prima.
Quando mi ha imbrigliata alla sua coda
ero già sonagliera giocoliere,
pendaglio ciondolante sopra il petto
indifeso dell'ultimo giullare.

Bellissimo quel: Sei tu il mio gioiello / … Mi manchi come anello alla catena: evidentemente anche la morte ha le sue preferenze, ma è angosciante la constatazione che la morte sia una vecchia conoscenza: Quando mi ha imbrigliato alla sua coda / (…) ero già pendaglio ciondolante sopra il petto.

Come ho precisato all’inizio, la quarta parte del libro ha per titolo «Endecasillabo ultimo» e Lilia, in una nota finale, cerca di spiegare questa sua felice predisposizione. Solo la prima riga: L’endecasillabo è il ritmo dei versi che mi ha affascinato da bambina. Trovate il suo intero pensiero a pag. 90. E quindi eccolo:

Endecasillabo che mi percuoti
con frusta d’aguzzino dentro il canto,
lasciami decollare in altri cieli,
magari controvento incontro al sole.
Dimentica le ore di passione
che abbiamo trafugato nella notte
per qualche sbavatura della luna
civetta nello specchio dentro il pozzo.
Sappiamo quanto inutile il riflesso
del suo faccione tondo, menzognero,
deformato dall’onda dentro il secchio.
Sillabo a stento parole fugaci
carpite al volo di lucciole spente
mentre mi unghia l’ultima poesia
in questo endecasillabo d’argento.

La felice ossessione di Lilia per l’endecasillabo esce di forza fin dal primo verso: Endecasillabo che mi percuoti… L’opinione di Lilia sull’endecasillabo l’ho già detta, ma esce anche con forza la sua passione per la luna, cantata in molti modi, in dialetto ed in lingua, da sola o con i gatti: Lilia è embriaga de luna in «En zérca de aquiloni»; ecco il rapporto stretto di Lilia, con la luna e i gatti, in «Schiramèle»: schiramèle de luna per i gati (21); più avanti, stesso libro, En gat ennamorà (…) no ’l trova pù la strada / de l’òrt e de la luna (28); ancora qualche pagina dopo troviamo: entéi òci de la luna / che la zuga a scondiròla (34); oppure quando el sol l’empresona la luna (37) all’alba del nuovo giorno. In «Striarìa» c’è la luna engremenìda (23), ma i versi più belli sono in «Amor poret», quando Lilia, che stà camminando sui cornisoni, come ogni tanto le capita (parlo per metafora, con tutta evidenza), dice: enté le not dei gati / che i sgnaola le passion / a na luna gatèla / che la someia a mi… (18). In «Controcanto» ci sono abbracci di luna violentata (16); Eri tu la luna mattiniera (14), dice alla madre in «Leggenda» e a se stessa dice, in «Nonostante tutto», Solamente la luna / potrà ridarmi lo specchio / quando mi affaccerò / alla bocca incantata (19). E che dire poi, e chiudo con gli esempi, del libro principe, in questo profilo, «All’ombra delle nove lune», appunto.

Alla passione di Lilia per le farfalle avevo già fatto abbondante cenno e quindi in questo percorso di analisi, non potevo trascurare proprio la poesia che si intitola

Farfalla

Che gironzola libera nell’aria
non è una farfalla avventuriera,
nel suo volo punteggia le parole
mormorate in ali di malia.
Cattura lieve gli attimi perduti
vissuti nelle rocche fantasia.
In picchiata risveglia il tulipano
per brindisi ubriachi di rugiada,
carezza la sua pietra levigata,
quel nome che trasuda l’innocenza
del giglio abbeverato in altri cieli.
Gironzola beffarda la farfalla
col suo vestito bianco carnevale.
Non vale quel pulviscolo dorato
di foglie crocifisse lungo il viale.

C’è un significato pregno in questa poesia che va oltre la parola. A Ravina, quando è stato presentato questo libro alcune sere fa, in maniera esemplare da parte dell’amico prof. Paolo Toniolatti, Lilia ha spiegato il significato della sua attenzione, dirò di più, della sua venerazione per le farfalle bianche. A Ravina, parlando di suo fratello Ezio, scomparso vent’anni fa a 42 anni, disse: io lo vedo nella farfalla, perché il nostro dialogo era che il primo che se ne fosse andato via, sarebbe poi tornato sotto forma di farfalla. Quindi invitava il fratello a non catturare mai farfalle bianche, perché una di queste avrebbe potuto essere lei: invece è lui.

Concludo e nessuna chiusura può essere migliore di un riferimento a quella che - per la mia generazione e parlo per chi come me militava nella sinistra moderata - era stata quasi una bibbia, certo una felice chiave di lettura, ironica ed irriverente, della società americana. Parlo dell’«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Masters. Quest’opera è un terribile atto di accusa contro le strutture e la qualità della vita morale - o immorale - americana nell’epoca neo-puritana, contro le usanze stupide e le leggi ingiuste. Peccato che non ci sia oggi in Italia un Edgar Lee Masters, avrebbe argomenti anche con dei vivi.

Sopra fogli di mistero

Dormono, dormono sulla collina,
sonno eterno, frusciare di voci
fermate da Lee Masters nel suo canto.
Cerco gli amici con cui conversare
o un verso a capofitto nella terra
che faccia da finestra sull’ignoto.
Ho solo il raso che somiglia a rosa
senza profumo, senza più frontiera,
vagabondare di parole cieche
uniche stelle, fiato di falena
e questa pena, punta di pennino
spuntato sopra fogli di mistero.
Raduna l’uragano i suoi sospiri
sparsi a raggiera come cantilena.
Ed era solo ieri il fermacarte.

Ancora una citazione di Lilia a Ravina, gliela rubo, perché è la sintesi del libro ed io non potrei dire nulla di meglio:

La vita e la morte sono strettamente legate fra di loro. Per questo sentivo il bisogno di cantare la mia vita, parte almeno della mia vita, ma di cantare anche la morte, perché mi è passata vicina, l’avevo appoggiata sulle spalle e la poesia è stata, per me, come prenderla in giro, come provocarla.

Una provocazione che parte da lontano, dal 1987, ventidue anni fa, e anche qui parla di luna e di farfalle. Avevo detto il titolo di questa poesia fin dall’inizio, Quando, parlando del primo libro, «En zerca de aquiloni», ora ascoltatela:

Quando sarà carézze
le ombrìe longhe
dei cipressi,
gaverò ’ntéi òci
balade de luna
e ’ntéi cavèi
schiramèle de sol.
Strucherò farfale
bianche ’ntél me pugn…
e nel bicer de cristal
se baserà de nof
i fiordalisi.

Così io ho cercato di interpretare il libro di Lilia. A voi, ora, una più attenta lettura, perché quando un libro è stampato, non è più dell’autore, ma del lettore.

Grazie

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