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Presentazione di Striarìa a Como
13 settembre 2002

Penso di essere stato, se non proprio il primo, certo uno fra i primissimi ad interessarsi della poesia di Lilia Slomp Ferrari. Se la memoria non m’inganna era l’autunno del 1983 o la precoce primavera del 1984 – diciotto anni fa, quindi –, quando la presentai nel corso di una serata di poesia dialettale a Bolzano, la sua prima vera serata di poesia. Ricordo di aver parlato di scoanif, che per noi trentini è l’ultimo nato.

L’aver seguito Lilia fin dai primi passi o quasi, l’averla quasi vista nascere alla poesia vera, matura, cosciente mi consente uno sguardo più generale su ciò che lei ha fatto in termini di poesia, una disamina più complessiva e della sua opera e anche – perché no? – sul suo essere poetessa perché – a mio giudizio personale – ritengo che non ci sia niente di più affascinante per un critico di quanto scaturisca dall’opportunità di aver seguito le vicende poetiche di una persona fin dalle sue origini.

Io su Lilia ho scritto molto, in passato, e penso che su di lei scriverò ancora, perché scriverà ancora anche lei e quindi perché – e questo è uno dei punti fermi nelle mie convinzioni – ogni volta che Lilia scrive, e pubblica, e quindi ogni volta che lei si propone e si offre come poetessa ci mette sempre di fronte al nuovo, ci colloca sempre a contatto con il diverso; siamo cioè costantemente in presenza della scoperta.

Poiché in questo ambiente è la prima volta che Lilia si presenta, mi sia consentito di dire che Lilia è nata a Trento nel 1945: so che non è delicato dire l’età delle fanciulle, ma la trovate nel libro e quindi non svelo nulla. Infanzia e giovinezza di ragazza povera in famiglia povera, dove però e in lei ed in famiglia, non è mai mancato il senso della dignità. Si è avvicinata alla poesia verso gli Anni Ottanta. Una poesia composta, ma comune come la scrivono in molti. Poi una rapida maturazione e nel 1987 approda al suo primo libro, En zerca de aquiloni, per il quale io ho avuto il piacere di dettare la prefazione, ed è un titolo programmatico perché lei già allora aveva chiaro il suo concetto di poesia, che doveva uscire dagli schemi percorsi da tutti o quasi tutti fino ad allora. E lei, novella Vispa Teresa, invece di cercare farfalle, cerca aquiloni. E li trova. Tre anni dopo, nel 1990, pubblica il suo secondo libro in dialetto, anche di questo ho tracciato io le righe introduttive, dal titolo Schiramèle, ovvero capitomboli, e sembrerebbe ridimensionarsi il programma fantasioso vaticinato dagli aquiloni, ma non è così, perché i suoi capitomboli sono abili giochi di prestigio, in virtù dei quali cade sempre in piedi.

Lilia diventa a questo punto una poetessa bilingue, come io uso dire, inizia cioè a scrivere usando sia il codice dialettale che quello della lingua. Dopo averci dato due libri di poesia dialettale, ora ce ne dà di seguito due di poesia in lingua, Nonostante tutto, nel 1991 e Controcanto nel 1993. Torna al dialetto nel 1995 quando esce con Amor porét, vero capolavoro di introspezione; quindi nel 1998 si presenta al pubblico con il suo terzo volume in lingua, Leggenda, che gode di una saporita presentazione, stilata da quel grande critico e grande poeta che è il bergamasco Ermellino Mazzoleni.

Ed ora questo Striarìa, uscito pochi mesi fa, con corposa presentazione da parte di un altro grande critico di livello nazionale, quale è Tavo Burat.

Ancora una considerazione, prima di affrontare l’argomento e per meglio lumeggiare il modo di fare poesia di Lilia.

Lilia è l’unica poetessa che io conosca, allo stato delle cose, che ad ogni suo nuovo libro si rimetta drasticamente in discussione. È una poetessa che ad ogni comparsa in libreria scardina l’assetto della sua precedente poesia, fornendo sempre nuovi elementi di giudizio, di confronto e di discussione. È una poetessa – in ultima analisi – che non dà nulla per scontato, i traguardi ci sono, e sono emozionanti quando ci si passa sotto per primi, ma questa poetessa non ha mai dimenticato che i traguardi restano al loro posto, mentre il poeta, se è poeta, va oltre. Deve andare oltre.

Ma torno al concetto poco fa espresso, di una poetessa che cestina il passato, che non indulge agli allori, che si rinnova in una continua tensione verso traguardi difficili o quanto meno diversi. Una poesia, quindi, quella di Lilia, che oserei definire ciclica, e l’aspetto più interessante di questo periodico riciclarsi, è il riproporsi alla gente in termini sempre nuovi, abbandonando i moduli del passato, tagliando di netto con ciò che è stato.

Quattro libri quindi, limitandoci al dialetto, ovviamente, e quattro cicli affatto diversi fra loro, entro i quali – nel primo certamente, nel secondo un po’ meno – c’è anche della poesia normale, scontata se si vuole, ma il tutto senza enfasi o inutili compiacimenti se non forse nelle poche concessioni – comprensibilissime del resto – alle sue bambine ed al loro nonno. Od anche a se stessa bambina o ai suoi ricordi di gioventù. Cose che non ci sono più nel terzo volume e che non fanno capolino neppure nel quarto, quello di questa sera.

Ci sarebbe anche da dire una cosa sulla poesia di Lilia in generale, sul fatto che lei per prima in Italia ha fatto dell’astrazione un modulo poetico. Ha fatto parlare i fiori, l’acqua, gli alberi; ha giocato con le stelle, ha imprigionato le comete, ha trasformato la luna nel micio di casa, con la sua luna gatèla. Provate ad immaginare el sol che se destìra ’ntrà i scuri, o ascoltate l’arfi dei dì, e che dire delle canzoni che le me sfrugna l’anima, o avere nelle mani el color dei pradi a primavera; o, ancora, i fiori che struca l’òcio al dì, o en bosch encantà sto me còr, o ancora le ponte sbriseghine dei pézzi, che ghe fa le gatizzole al sol…

Ecco cosa intendo quando parlo di una poesia unica nel suo genere. Poesia dove non si sa dove finisce il reale ed inizia il gioco della fantasia.

Ancora una nota breve informativa. Lilia, all’inizio della sua carriera poetica e per qualche anno, ha partecipato a moltissimi concorsi, sia dialettali che in lingua. Nel dialetto ha vinto tutto, cioè si è piazzata al primo posto in tutti o quasi i grandi concorsi interregionali del Trentino, del Veneto ed anche di altre parti d’Italia. Poi ha smesso. Partecipa solo di quando in quando, più per scommessa con se stessa che con gli altri poeti. Per molti poeti, assentarsi dai concorsi, significa scomparire. Per Lilia, no. È sempre rimasta ai vertici della poesia trentina ed oggi è considerata dalla critica e non solo da chi vi parla, la maggior poetessa dialettale trentina del Novecento.

Il critico Tavo Burat, che – come ho già ricordato – ha scritto una bellissima prefazione a questo libro che stiamo presentando, ha voluto intitolare questo suo autentico e completo saggio sulla poesia di Lilia, della poesia di questo libro in particolare, “L’incanto del bosco ritrovato”.

Tavo Burat ha interpretato questa Striarìa – bellissimo termine trentino che tradotto letteralmente vorrebbe dire “stregoneria”, ma in questo caso più consono ai contenuti del libro ed anche alle intenzioni di Lilia, poi lo scoprirete anche voi, meglio è stato interpretato, questo termine, dalla stessa Lilia come malìa, come suggestione od anche come effetto magico, magia –; Tavo Burat, dicevo, ha interpretato questo Striarìa come un percorso quasi fatato all’interno del bosco, dentro il bosco, con tutti gli incontri, anche mitici oltre che naturalistici, che nel bosco si possono fare.

Io ho riflettuto molto su quel termine, “ritrovato” che, naturalmente Tavo Burat usa a ragion veduta percorrendo i versi di questa Striarìa, ma per chi conosce Lilia da più tempo, per chi conosce il suo percorso intellettuale ed umano, il suo percorso letterario e poetico, non si tratta tanto di un ritrovamento – termine che si usa abitualmente per indicare che si è trovata una cosa che era andata perduta o della quale si erano smarrite le tracce –, quanto di un reincontro, di un non casuale riapproccio con i luoghi dell’infanzia e quindi si tratta, a mio giudizio, di una più cosciente e più profonda penetrazione, o se si vuole, rivisitazione, di luoghi noti ed amati e sempre presenti in Lilia, mai persi di vista, come cercherò di dimostrare.

Per ritrovare una cosa, dicevo, bisogna che ci sia stata, e che sia stata smarrita o rimossa, ma Lilia il bosco non lo ha mai smarrito, non lo ha mai rimosso perché e fiori, e betulle, e abeti bianchi o neri e altri alberi, e foglie, e muschio, e sentieri sono presenti in tutta la sua produzione, dal 1985 in poi. Vedremo di camminare con lei su questo percorso.

Torno a Burat, del quale condivido ciò che ha scritto, quando parla di “osmosi” fra Lilia ed il bosco, questa penetrazione di Lilia nel bosco e del bosco in Lilia: immagine felice. Penetrazione, contatto, identità, ma non fusione perché l’osmosi è qualcosa che certo accosta cose che potrebbero anche fondersi, ma non si fondono e garantiscono l’individualità, garantiscono indipendenza: non c’è infatti dissolvenza dell’uno nell’altra. Lilia va nel bosco – non solo quello fisico, degli alberi veri, palpabili, ombrosi, ma anche nella metafora del bosco, come avremo modo di vedere, ma non diventa il bosco; come il bosco va in Lilia, ma non diventa Lilia.

Certo, una poesia come quella di Lilia ha molte chiavi di lettura, non solo in questo libro naturalmente. Anche perché questo libro non è nato come un fiore nel deserto, senza humus, senza confinanti, senza addentellati, senza entroterra. È un libro che oserei chiamare di risulta, è un libro di sintesi, il distillato di tutto un percorso culturale e poetico che ha radici antiche e che qui, in questo libro che Tavo Burat definisce senza tentennamenti “prezioso”, ha trovato l’acqua di coltura ideale, il liquido amniotico dal quale Lilia è uscita per manifestarsi in tutta la sua pienezza e maturità. È certamente il libro più maturo di Lilia.

Radici antiche, dicevo, – e non voglio qui in questa sede lontana dalla nostra terra trentina, avventurarmi su un percorso localistico sulle origini anche geografico-storiche di Lilia, perché per comprenderlo bene bisogna proprio essere nel Trentino ed essere trentini – ma queste radici di Lilia, legate al tempo ed al territorio e che si perdono veramente nella notte dei tempi, sono alla base della sua poesia, di tutta la sua poesia. In essa vi sono gli stessi itinerari che furono degli avi, la stessa acqua sorgiva, lo stesso vento “spiazzaròl”, la stessa musica scrita da le Vivane engualdì | engualnòt, al pass dei Salvanèi | storni de vért…(Su la predara). Eccolo il bosco mitico di Lilia, il bosco dei fantasmi e della leggenda, il bosco prenatale della sua valle, il bosco dei suoi avi, il luogo dove andava con sua madre, alla Kamauz – splendida località a non più di venti/ventidue chilometri da Trento, ma egualmente fuori dal mondo – Lilia che va per funghi e la madre ferma sulla sedia a sferruzzare e dove un anno dopo la scomparsa della madre, Lilia torna in quel luogo e vede En fil de lana | che cuca ’n mez a l’erba, entortolà.

E si affacciano i ricordi espressi con sofferenza nel Sonetto numero 3 di Amor porét, che è una anticipazione – non solo questa poesia, ma tutto il libro – di questa Striarìa con la quale torna Lassù a la Kamauz, dove non solo lei, ma anche il suo sogno ’l gà la tana | pù sicura, quela che sbusa | l’arsura dei zòghi a scondilever. Lassù dice ancora Lilia pòlsa i tòni e le saiéte | la costa de le brise spiazzaròle | che le te encanta…Tutto questo c’era alla Kamauz ed era la Kamauz: Demò en sècol da, algeri e qui c’è, a giudizio personale, una voluta forzatura, una voluta contraddizione per non farci del tutto capire se quel algeri stia a significare un secolo che ci è passato davanti agli occhi correndo con impressionante rapidità, ipotesi probabile, oppure se l’ieri conservi l’immagine di un ricordo che sembra lungo un secolo, facendocelo quindi assaporare più a lungo.

Entroterra profondo, dicevo. Già nel libro En zerca de aquiloni, ricordo che è del 1987, si intravedono i boschi di Lilia: Lei ricorda Quando me zinzorlavo ’ntrà do pézzi | su na zinzorla fata su a la bòna…(La zinzorla), ma ricorda anche quando Embriaga de luna accarezzava le calde paiole de ’n nif | che trema scondù ’nté l’ombrìa…(Sgol) oppure quando Come ’n oselét stremì | me ’ncucio a la to ombrìa | vècio arbol dei ’nsògni (Vècio arbol dei ’nsògni), ma potrei ancora citare liriche come Vècio quadret, con le stelle ’mpizzàde sora i pini | odor de mus’cio e canti de oseléti. O ’N alber che Lilia sente addirittura fradèl | enté sto autun o nella bellissima poesia

Ensèma, dove l’amore è più forte del tempo e dice che non conta nulla se la nòssa corsa | l’ei men svèlta, le stéle | smorzàde fra i avézzi | e i cavéi sbianchezadi perché i loro passi assieme profumano ancora di primavera.

C’è sempre stata una presenza verde nel mondo di Lilia, che certo era più evanescente quando lei andava ancora En zerca de aquiloni della sua prima infanzia poetica, ma che già in Schiramèle – il suo secondo libro – diventano visibili fin dalla prima lirica dove c’è en sgrisolón de rasa che certo appartiene al bosco. E cos’è se non il bosco della fantasia, della leggenda, della fiaba quando dice che me manca l’encant | de le vècie storièle | de l’orco e le strìe | e ’l pan smigolà | enté le scarsèle.

Siamo ai prodromi della sua Striarìa, quella che, come per Pollicino, gli fa ritrovare la smarrita strada nel bosco. In Schiramèle c’è anche quella affascinante composizione che ci parla del papà con il quale andava per campi e boschi e che l’ha avvicinata alla poesia del bosco, ai suoi segreti, ai suoi incantesimi. Il papà che con le sue mani trasforma la realtà, quelle mani che nel bosco rubano le zorle ai castagnari. Quelle stesse mani che trasformavano anche i fiori in qualcosa di diverso, di altro: papaveri che bala su bosìe papaveri che, rovesciati i petali con dolcezza, diventavano delle ballerine sul palmo della mano. E le “bedóle, come simbolo sacrificale di una esistenza al tempo stesso gioita e sofferta: Mi, come bedóla | da la scòrza lizéra | che tuti i pol spelar | senza gozze de rasa | endó scónder le lagrime…Ma il tempo passa, anche quello dove Lilia regalava canzon ai pézzi ’nnamoradi, e approda a Amor porét, che è il punto di sutura del suo percorso nel verde, come prima ho fuggevolmente osservato, parlando del Sonetto 3, dedicato alla mamma, con la quale c’era un rapporto di amore e di difesa. Ma la madre ed il bosco si incontrano ancora – forse – nel ricordo della Kamauz: Se podéssa gaver dentro de mi | tuta l’ombrìa dei àrboi de sto mondo | embroierìa el ziél demò per ti | per far ancora ensèma el girotondo.

E Lilia e il bosco: Avevo desmetegà el capèl de paia | soto l’arbol de la mel ma Lilia torna al suo albero preferito la bedóla, la betulla, perché lei stessa si sente bedóla spatuzzàda…..lizéra. Solagna ’ntél prà | de primavera ma poi, con una autentica e anticipata striarìa, questo albero che per natura è quasi sempre assai solagno nelle radure, diventa bosco, un bosco particolare che è indice di una crisi di identità: M’è franà entéi òci | el bosch de le bedóle | drite come regine | che le se porta a spass | i nivi dei ciciòi…Sembrerebbe la caduta delle illusioni, sue e di altri, e in parte lo è se facciamo mente locale alla struggente poesia che ha per titolo El so, no ero mi, ma ecco che arriva la sua Striarìa, che ci restituisce la Lilia del sogno, la Lilia della leggenda, la Lilia della fantasia ed anche quella della fiducia, quando canta Mi, son ancora mi.

Anche quest’ultima opera letteraria di Lilia, come quasi tutte le precedenti – certamente lo sono Schiramèle e Amor porét – è un’opera a tema ed a tesi. Il bosco, certo, ma anche la filosofia di vita di Lilia, i suoi rapporti con l’esterno, le sue fughe dalla realtà, non per paura, ma per un intimo bisogno di meditazione e di solitudine. E le sue poesie sono anche racconto di ampie suggestioni vissute nel bosco, non privo di renitenti approcci El gà terlaìne de seda el bosch. | De seda verda che la me spèta | slargando i brazzi… Timore (le ragnatele) e desiderio (perché sono di seta verde): timore e desiderio si mescolano come spesso accade nella vita, ma il bosco è grande, è generoso e riesce anche a metterle allegria: Me canta dentro en font | la sinfonia del bosch a l’albezar | quando i fili d’erba i gà la perla | e i fiori i struca l’òcio al dì…E, come dicevo poco fa, in questi testi si sublima il rapporto di Lilia con la natura, ed allora anche il suo cuore diventa en bosch encantà | con stradèle che sbìsega al sol | endrezzando colori, paure…

Naturalmente non è possibile penetrare in tutti gli anfratti della poesia agreste e silvana di Lilia, perché i modi di decodificazione della sua poesia sono molti e non tutti percepibili a prima vista. Analogamente a quanto fatto nelle sue precedenti opere, Lilia ha fatto parlare le cose, la natura, l’ambiente.

Tuttavia, come in tutte le imprese, anche per affrontare questo libro ci vuole una giusta dose di attenzione. Ma il libro sarà comunque una scoperta e ripagherà ad usura il lettore.

Dopo questo libro mi sento di poter dire che soltanto Lilia poteva cantare:

Mi, ero en fior.

Recensione
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