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Introduzione a
Au petit point
di Pino Giacopelli

Jean Fracchiolla

Il titolo di questa silloge, A piccolo punto, al quale fa eco anche la poesia, "Piccoli gesti", e fanno eco ugualmente parecchi vocaboli e particolari che esprimono, nel dipanarsi dei versi, la minuzia, la piccolezza sottesa d'insignificanza, la paziente e ricca monotonia della nostra esistenza quotidiana, e per contrasto la grandezza e la vertigine di alcune folgoranti certezze – ma spesso espresse, alla maniera di Montale, in forma negativa: "Una scalinata che non porta | da nessuna parte..." p.39, "...ho scelto di non possedere | niente per non essere posseduto" p. 41, "Non sai, non so se lo sguardo..." p. 47, "per quelli che continuano a vivere | neppure un filo d'anima" p. 57, "Dire che l'uomo in origine | non possiede nulla | e che anche alla fine | non dovrebbe avere niente" p. 65 – il titolo mi sembra di primo acchito puntare il dito sull'atteggiamento di Pino Giacopelli davanti alla vita e davanti alla materia poetica; una paziente e ostinata modestia che lo porta a frammentare all'infinito le certezze o le mezze certezze di quel che ci è noto, per tentare di decifrare il mistero dell'ignoto. Come una perseverante merlettaia che lentamente, giorno dopo giorno, colmerebbe "a piccolo punto" gl'interstizi della trama del suo tamburo: "in quel tramare maniacale, | in quell'andare su e giù dell'ago" (p. 29) e ordirebbe un cangiante ricamo, ritmato dalla grazia delle forme e dal cromatismo dei colori. Come la ricamatrice ricopre la sua tela di fili di seta, così il poeta riempie la pagina bianca con gli arabeschi dei suoi versi, miscuglio di quotidianità, perfino di ovvietà, e di preziosità, come hanno già sottolineato altri critici, a proposito della poesia di Pino Giacopelli.

Senza questa frammentazione il poeta non potrebbe cogliere l'infinitamente grande. E' riducendo il macroscopico in frammenti, in particelle, in schegge di piccole folgorazioni e di piccole certezze che il poeta riesce, come in un gigantesco mosaico (influenza di Monreale, città del mosaico bizantino-normanno per antonomasia, su Giacopelli?), a ricostruire una realtà che, nonostante le insufficienze e le lacune o forse per via di queste, non finisce di affascinarlo e di affascinarci con lui.

Che la vita sia un eterno lavoro ad ago, una partita a scacchi, un susseguirsi di "piccoli gesti" che la compongono e nello stesso tempo la distruggono, e in questa continua tensione tra macroscopico e microscopico, tra noto e ignoto, tra impazienza di conoscere e paziente lavoro del poeta, che risiede l'originalità e la grandezza dell'ago poetico di Pino Giacopelli.

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